“Commenti&Analisi” Inflazione, la guerra dei numeri deve essere fermata – di Megale e Carra

31/01/2003

ItaliaOggi (Economia e Politica)
Numero
026, pag. 6 del 31/1/2003

Agostino Megale
- Presidente Ires-cgil

Aldo Eduardo Carra
-ricercatore Ires

L’intervento
Inflazione, la guerra dei numeri deve essere fermata

Verrebbe da dire fermate quei dati. Ogni volta che vengono resi noti i dati sull’inflazione si scatena un putiferio di contestazioni all’Istat e l’Istat risponde, immancabilmente, spiegando che l’indice è calcolato secondo regole europee. Questa volta addirittura l’Istat ha annunciato modifiche per andare incontro alle richieste dei consumatori e le proteste sono state addirittura più ampie. Che succede? Succede che nessuno affronta il toro per le corna e che si espande un uso fuorviante e spesso strumentale dei dati. Cominciamo da quest’ultimo problema. L’inflazione a gennaio è aumentata del 2,7%. A dicembre l’aumento era stato del 2,8%. Quindi titolo e commenti: l’inflazione diminuisce. Ci si dimentica che il dato di dicembre 2002 si confrontava col dicembre 2001, quando non c’era ancora l’euro, e che conteneva l’effetto changeover stimato da tutti, ultimo il governatore Fazio, in uno 0,5%. Poiché, a gennaio, l’effetto euro è finito, perché ci si confronta col gennaio 2002, ci si sarebbe dovuto attendere un aumento del 2,3%. Il 2,7%, perciò, non segna una diminuzione, ma una accelerazione, frutto della totale assenza di misure di politica economica e fiscale per contenerla.

Un secondo piccolo esempio: i consumatori hanno chiesto di rivedere il peso dell’assicurazione auto che, essendo calcolato al netto dei rimborsi, era irrisorio (0,3%). L’Istat annuncia di averlo aumentato del 34%. Infatti è passato dallo 0,3% allo 0,4% come se una famiglia, con 40 milioni di lire, spendesse 160 mila lire all’anno di assicurazione. Perché tanto rilievo a un aggiustamento insignificante?

Infine, si è dato tanto rilievo ai miglioramenti (più comuni e nuovi prodotti), ma resta sempre l’11% della popolazione non rappresentata che sta tutto nel sud (e nessuno dei nuovi comuni è al sud) e i nuovi prodotti sono di così scarso rilievo che nulla cambierà.

Per l’Istat è già tanto introdurre questi miglioramenti, per i consumatori poco o quasi una provocazione. E qui, allora viene il vero problema, qui sta il toro da prendere per le corna: questo indice è lontano da quello che i consumatori vorrebbero e più viene sbandierato più provoca proteste .

Come Ires-Cgil abbiamo avanzato una serie di proposte per misurare meglio l’inflazione: accrescere la qualità della rilevazione dei comuni e rilevare tutti i prodotti per tutti i mesi, modificare il peso di alcuni prodotti (assicurazioni, medicinali..), considerare la stagionalità di alcuni.

La proposta che abbiamo avanzato all’Istat, di realizzare panieri differenziati per fasce di reddito e tipologie familiari ha l’obiettivo di produrre un avvicinamento tra la percezione del lavoratore-cittadino-consumatore e la statistica.

Non si tratta assolutamente di immaginare né l’inflazione ad personam né quella fai da te, ma di realizzare un’operazione di trasparenza affinché i soggetti interessati cioè i cittadini, ma anche i soggetti politici e sociali possano agire nelle diverse competenze sulla base di strumenti di conoscenza effettivamente agganciati alla realtà.

Resta chiaro che l’Istat è l’unico istituto preposto a indicare le dinamiche inflazionistiche, così come è altrettanto chiaro che i riferimenti da utilizzare nella politica dei redditi e nei rinnovi contrattuali sono quelli relativi all’inflazione attesa e reale indicata dall’Istituto di Statistica.

Per questo, costruire indicatori differenziati per fasce di reddito e tipologie di famiglie che tengano conto che la struttura dei consumi, anche a parità di reddito, cambia sensibilmente secondo se si ha la casa in proprietà o in affitto, se si possiede o no l’auto, se si hanno o no figli in età scolare. E infine, presentare diversamente i dati per avvicinarsi alla percezione delle persone (spese quotidiane, stagionali).

Queste articolazioni si rendono indispensabili sia perché ci troviamo di fronte ad aumenti dei prezzi fortemente differenziati, che vanno dal +14% per alcuni prodotti alimentari al -12% per altri di nuovi prodotti, sia perché la conoscenza dell’impatto dell’inflazione sulle diverse tipologie di famiglie è indispensabile per i necessari interventi di natura fiscale e di welfare.

Infatti, può capitare che a fronte di un 2,7% di inflazione reale per il 2002, l’incremento dei prezzi per le famiglie con reddito basso è stato pari al 4,9% mentre per le famiglie con reddito alto sarebbe pari al 2,2%.

Fornire con trasparenza queste indicazioni può consentire effettivamente al governo come all’opposizione e allo stesso movimento sindacale, di costruire proposte sul piano delle azioni fiscali o dello stato sociale effettivamente in grado di dare di più a chi avendo di meno ha paradossalmente un peso percentuale maggiore dell’inflazione. Quindi un effetto di disuguaglianza sociale che va affrontato proprio sul piano delle politiche sociali.

L’insieme di queste proposte configura, ne siamo consapevoli, un profonda riorganizzazione degli indicatori di inflazione. Oggi ce ne sono quattro: l’indice generale, quello per le famiglie di operai ed impiegati, quello armonizzato europeo, quello implicito nei consumi nazionali. Sono troppi e sono pochi .Troppi perché misurano con gli stessi criteri un fenomeno e, di conseguenza sono pressoché uguali, pochi perché non rispondono alle diverse esigenze conoscitive. perché, allora, non rivedere questo set riducendolo e producendo nuovi indicatori specifici come quelli da noi suggeriti?

Perché non andare oltre la polemica quotidiana sempre più feroce che rischia solo di delegittimare l’Istat senza spingerlo a produrre quei cambiamenti che servono?

Noi pensiamo che la funzione dell’Istat sia preziosa, la sua autonomia da difendere come un bene prezioso, le sue risorse da potenziare per migliorare la ricerca statistica.

Per questo stiamo organizzando un convegno, anche con esperti e col mondo universitario, per favorire una profonda riorganizzazione delle statistiche sull’inflazione che superi le polemiche quotidiane, affronti i problemi strutturali, produca nuove statistiche, rigorose e conformi alle regole europee, ma anche rispondenti alle esigenze dei consumatori e del mondo politico e sindacale.

Quindi, per favore, smettiamola per un momento, di delegittimare l’Istat, anche per non aprire la strada a un suo ridimensionamento o a una riduzione della sua autonomia, e costruiamo un confronto di merito al quale chiediamo all’Istat stesso di partecipare con grande disponibilità a cambiare ed innovare.