“Commenti&Analisi” Industria, in Nome del Lavoro – di N.Cacace

14/02/2003



Da l’Unità del 14.02.2003
 Editoriali
 
     
 



 

Industria, in Nome del Lavoro
di 
Nicola Cacace

Dopo il recente convegno dei Ds sulle politiche industriali l’altro ieri anche la Cisl ha presentato un piano per nuove politiche industriali ma il governo non reagisce come se il problema non esistesse. Eppure il declino è reale anche se la «grande vitalità del paese», richiamata spesso dal presidente Ciampi resiste, come dimostrato dai dati, non cattivi delle Pmi e dei distretti industriali. Se un macroscopico segno negativo è la scomparsa delle Gi italiane dal panorama internazionale di molti settori, il primo fattore di declino è l’invecchiamento della popolazione, che ha dimezzato a poco più di 500mila l’anno le nascite, e questo significa che, specie nelle regioni considerate dai demografi «in via di estinzione» del Nord, tutte con meno di un figlio per donna, si porranno presto gravi problemi di mano d’opera in molti settori, dagli ospedali alle fabbriche e problemi di innovazione, di cui in tutto il mondo i giovani sono leader.
Se non si correggono queste tendenze con accorte politiche di integrazione degli immigrati e non di esclusione come fa la legge Fini-Bossi, e di aiuti alle famiglie ed ai giovani l’Italia non ha futuro neanche economico. Un altro segnale del declino è lo stato dei servizi, importati sempre più dall’estero, al contrario di quanto avviene nei Pi (paesi industriali) che ne esportano sempre più: trasporti, comunicazioni, banche, assicurazioni, pubblicità, assistenza tecnica, informatica, sanità, istruzione, servizi postali, sono tutte partite invisibili della nostra bilancia dei conti correnti con passivi crescenti. L’euro è stato un grosso successo per l’Europa, che ha migliorato occupazione e bilancia dei conti con l’estero, anche se non riesce ancora a crescere come potrebbe se fosse un po’ meno somma di Stati ed un po’ più Comunità. Se l’euro sta creando qualche problema all’Italia non è per i motivi esposti da Tremonti e Martino, ma per la ragione che sostituire le svalutazioni competitive con l’innovazione, non è semplice e molti imprenditori sono stati presi in contropiede dalla nuova realtà. Quanto alla Confindustria, preferisce agitare la flessibilità come una clava per risolvere tutti i problemi invece di proporre una politica industriale per l’innovazione.
L’efficacia di una politica industriale intesa in senso lato per le imprese esposte alla concorrenza internazionale di ogni settore, dipende anche da una programmazione economica che lasci allo Stato il compito di fissare gli obiettivi dello sviluppo ed al mercato il compito di realizzarli. Un mercato motore dello sviluppo ma non padrone ed uno Stato che distingua bene tra beni mercatabili e beni non mercatabili come istruzione, salute e pensioni. Uno Stato che faccia pagare meno tasse possibili compatibilmente con il finanziamento del Welfare senza imbrogliare nessuno. Non si può volere un Welfare scandinavo (dove le imposte sono il 50% del Pil) e pagare imposte americane (30% del Pil, ma pensione, istruzione superiore e assicurazione sanitaria pagate di tasca propria). «L’Italia non è più un paese basato sul lavoro, è un paese fondato sui patrimoni». Così si commentavano sul Corsera (15.01.01) i dati Banchitalia sulla struttura dei guadagni negli ultimi decenni quando il peso di salari e guadagni autonomi sul Pil è passato da tre quinti a due quinti mentre rendite, pensioni e profitti sono diventati prevalenti. Se non si vuole continuare in questa via di demotivazione del lavoro produttivo di beni e servizi una prima operazione da fare è quella di modificare i criteri di fiscalità con cui lavoro e produzione sono oggi penalizzati rispetto a rendite e patrimoni. Operazione non facile ma inevitabile se si vogliono creare le premesse per lo sviluppo. Un secondo gruppo di operazioni, da fare in parallelo con una rilettura non schematica (non stupida come ha detto Prodi) del Patto di stabilità di Bruxelles, è quello relativo alla domanda, soprattutto alla sua qualità: Quale Mix di domanda può favorire l’innovazione? Interna o estera? Una domanda legata ai consumi tradizionali o a nuovi consumi come Ambiente e Cultura che molti movimenti giovanili propongono (chi prevedeva il Boom della vendita di libri lanciati dai quotidiani?).

Un terzo gruppo di operazioni di politica industriale è relativo al sostegno dell’offerta. Questa, oltre a continuare il lavoro di semplificazione e riordino degli incentivi avviato dai governi di Centrosinistra, deve fare i conti con la normativa europea che vieta gli aiuti che possono alterare la concorrenza, cioè quelli al di fuori del Mezzogiorno e delle zone con difficoltà strutturali. Qui gli spazi per possibili aiuti vanno sotto titoli come, Ambiente, Ricerca e sviluppo, Formazione, Servizi e le proposte di politica industriale vanno articolate sulla base di problematiche specifiche.
Imprese di settori che vanno bene, sia per condizioni di domanda che di offerta, come Macchine utensili, Elettrodomestici, Alimentari di qualità, Progettazione e design. In questi casi si deve solo affiancare (non ostacolare) le imprese nella crescita e nell’internazionalizzione. Imprese di settori che vanno bene per la domanda ma sono carenti per l’offerta, come Auto, Elettronica di consumo ed industriale, Banche d’affari, Trading companies, Alimentari biologici. Qui si può intervenire con finanziamenti sotto i titoli ammessi, ricerca, ambiente e formazione, oltre che con provvedimenti tendenti a ridurre i costi di transazione e le diseconomie esterne e/o finanziando Servizi diretti a ridurre i costi di cui sopra. L’intervento diretto o indiretto del capitale pubblico è giustificabile, nei casi di rilevante interesse nazionale, solo in via temporanea e sulla base di piani industriali con buone prospettive di successo.
Imprese di settori «maturi» a domanda calante anche per la concorrenza di paesi emergenti, come Tessile- abb., Oggetti in plastica, Calzature di fascia medio-bassa, Meccanica varia.
In questi casi esistono poche alternative all’automazione «in casa» o all’internazionalizzazione delle fasi meno «nobili» della produzione ed alla conservazione in casa delle altre fasi, progettazione, Marketing. Tutti i paesi industriali hanno Ide (investimenti diretti esteri) in uscita superiori a quelli in entrata. Il nostro problema non sono gli Ide in uscita, talvolta utilizzati come allarme da interlocutori più arroganti che intelligenti per qualche obiettivo politico o sindacale. Il nostro problema non sono gli Ide che escono quanto quelli che non entrano. Ma questo dipende dalla bassa competitività del sistema paese ove si pensi che i paesi scandinavi, con tasse e costi lavoro ben più alti dei nostri, ricevono Ide ben più alti, pari quasi a un terzo dei loro investimenti fissi (in Italia gli Ide in, sono appena il 2% degli investimenti fissi). Un altro record di questi paesi riguarda l’eguaglianza sociale, che contrariamente a quanto ritengono le destre, non è affatto incompatibile con la competitività. Il rapporto tra i guadagni del 20% dei cittadini più ricchi e del 20% più povero è di appena 3,6 volte in Scandinavia (Svezia, Finlandia, Norvegia e Danimarca), mentre in Europa e in Italia è di 5 volte e negli Usa di 14 volte.
Imprese di settori di base a domanda cedente e ad offerta non competitiva, per costi di inquinamento, di lavoro, di materie prima, come siderurgia integrale, petrolchimica e carta. In questi casi, dopo aver fatto ogni tentativo tecnicamente possibile per riconvertire le produzioni, si devono individuare nuovi obiettivi di sviluppo per l’area interessata, obiettivi in grado di rioccupare la mano d’opera disoccupata. Talvolta l’operazione è relativamente semplice o meno complicata e riesce, come nella portualità di Gioia Tauro che ha sostituito un centro siderurgico abortito. Altre volte l’operazione è più complessa e prende l’aspetto di un Piano territoriale flessibile che abbisogna di analisi accurate, di consenso sociale e politico, di forze locali vive e collaborative. Casi di tentativi falliti di operazioni simili sono molti ma trascurati dalla pubblicistica (quando non occultati), mentre abbastanza noti sono alcuni casi di successo di ristrutturazione di grandi aree come ad esempio, Manchester in Gran Bretagna, Bilbao in Spagna, La Rhur in Germania, aree che in 20-30 anni sono riusciti a sostituire centinaia di migliaia di posti lavoro persi in miniere, acciaio, cantieri navali e tassile, in altrettanti posti creati nelle industrie leggere, nei parchi scientifici, nei servizi, nelle Università, nel commercio e nel turismo.
Per concludere, finita l’era delle svalutazioni competitive della lira, le possibilità di sviluppo con occupazione del paese passano per un processo di modernizzazione basato sulle innovazioni di impresa e di sistema, processo difficile, anche alla luce della scarsità di risorse disponibili, senza un ruolo forte dello Stato che indirizzi il mercato verso obiettivi di competitività, qualità ed equità.