“Commenti&Analisi” In pace contro la guerra – di G.Epifani

13/02/2003



  Il commento


13.02.2003
In pace contro la guerra

di 
Guglielmo Epifani


 Il 15 febbraio la Cgil sarà in piazza a Roma contro la guerra e contro il terrorismo, senza se e senza ma. Sabato saranno molte le capitali europee (e non solo) ad essere invase da una folla pacifica e serena: migliaia di uomini e di donne che, di fronte alla prospettiva di una guerra che sembra avvicinarsi ogni giorno di più, continuano testardamente a credere alla possibilità di un nuovo ordine mondiale, non fondato sulla forza, ma sulla pace e sui diritti.
In un mondo globalizzato e interdipendente la pace per noi non è solo una scelta etica, ma una strategia di politica internazionale. Pensiamo alla pace come ad un principio ispiratore del governo del mondo, come fine e strumento della “governance” (politica) mondiale, come fine e strumento di giustizia sociale, libertà e democrazia e dunque di sviluppo sostenibile. Il legame logico tra pace e diritti è iscritto nella carta dell’Onu e nella Costituzione italiana (all’articolo 11), così come è iscritto nell’ordine logico delle cose, nella coscienza di milioni di uomini e donne.
In queste settimane voci di autorevoli commentatori hanno cercato di argomentare il “sì” a questa guerra accusando “i pacifisti” di essere contigui al terrorismo, o – peggio ancora – di non farsi carico di un reale ordine mondiale. Il tema in discussione non è se Saddam Hussein sia o no un sanguinario dittatore, se nel suo Paese siano in vigore diritti civili minimi degni di un Paese democratico, se la condizione di vita dei bambini, delle donne e degli uomini iracheni siano dignitose. Quello che- onestamente – mi chiedo è perché in questi dodici anni non si è fatto nulla, ma anzi si è resa con l’embargo ancora più difficile la condizione dei più deboli, impedendo l’arrivo di medicine e generi di prima necessità. La verità è che dietro un sanguinoso conflitto di cui è difficile prevedere le conseguenze, si cela un’idea ottocentesca del mondo: un protettorato in Iraq, alle dirette dipendenze dell’Amministrazione americana, che meglio potrebbe controllarne il mercato del petrolio. Sarebbe il contrario della nuova idea di governance politica mondiale, per cui ci battiamo.
La guerra non sconfigge il terrorismo, non lo ha fatto in Afghanistan, non lo farà nel Medio-Oriente, in Israele e Palestina, già teatro di un conflitto, che al contrario, ogni giorno, svela con la sua tragicità la debolezza dell’iniziativa della comunità internazionale e dell’Europa.
La Cgil è da sempre schierata limpidamente contro il terrorismo, sia quello che abbiamo conosciuto e combattuto con la forza della ragione e con la mobilitazione democratica negli anni di piombo in Italia e più recentemente, quello sostenuto dalla follia dell’integralismo islamico e che l’11 settembre si è materializzato con l’attentato alle Twin Towers.
La guerra in Iraq non farebbe che consolidare un blocco estremista islamico, alimentando quel conflitto tra culture, Islam-occidente, che è esattamente l’obiettivo lucido della follia terrorista. Il terrorismo non ha ragione nemmeno quando sbandiera le ragioni dei più poveri, delle grandi ingiustizie sociali che pure ancora attraversano il mondo globlizzato. Non possiamo però nasconderci che le ingiustizie sociali possono essere terreno fertile per far crescere ed alimentare il terrorismo.
La scelta del governo italiano di sostenere con altri sette Paesi europei un documento di solidarietà con le scelte dell’Amministrazione Americana sul futuro conflitto con l’Iraq “a prescindere”, è un atto molto grave per più ragioni. Il Presidente del Consiglio italiano- con inusitata leggerezza, tanto più davanti al piano Franco/Tedesco – ha schierato l’Italia per una spaccatura e un indebolimento dell’Unione Europea, come soggetto promotore di pace e cercando di condizionare le decisioni che l’Onu assumerà. Tutto ciò appare più grave se pensiamo che questo gesto è stato assunto senza curarsi della volontà del Parlamento italiano, che sarà coinvolto solo una volta che le decisioni saranno già assunte.

Non può sfuggire che un protagonismo dell’Europa nella costruzione di un nuovo ordine mondiale fondato sulla multilateralità, sulla pace e sui diritti contrasta con la linea dell’amministrazione Bush. La spaccatura che si è verificata in seno alla Nato è figlia della stessa logica, tesa cioè a ridicolizzare e indebolire coloro i quali si oppongono alla guerra, indebolendo tutte le sedi di decisione plurale, facendo valere, a maggioranza, il peso dei più forti.
La non condivisione di una teoria geo-politica, quella della visione del mondo unilaterale della guerra preventiva e di un modello di sviluppo liberista, solo strumentalmente può essere confusa con “anti-americanismo”. Bisogna spiegarlo al sindacato americano AFL-CIO quando afferma la sua contrarietà alla guerra oppure al grande movimento che sta crescendo in modo visibile in tutti gli Stati Uniti.
Noi non siamo contro gli Americani, critichiamo fortemente le decisioni di quella Amministrazione e di quei governi che assumono la scelta della guerra come unica via per disarmare Saddam Hussein e consentire all’Iraq un futuro più democratico, giusto, libero. Le ragioni della nostra contrarietà alla guerra non cadrebbero di fronte ad una via libera dell’Onu (per questo diciamo senza se e senza ma), perché non si può confondere il consenso su una scelta con la presa d’atto di una eventuale legittimità formale di quell’atto stesso. E peraltro la legittimità della “guerra preventiva” non è data dalla Carta dell’Onu e il ritrovamento di armi non ammesse in Iraq dovrebbe far scattare le armi della politica, non quelle dei bombardieri.
Saremo in piazza insieme a migliaia di giovani, uomini, donne, lavoratori, associazioni, movimenti, gruppi laici e cattolici e insieme alla Cisl, da cui molte scelte ci dividono. Apprezzo però che su grandi temi che investono le coscienze dei cittadini e dei lavoratori, pur nella diversità delle opinioni, è possibile ritrovarsi.
In queste settimane girando l’Italia sono rimasto molto colpito dall’enorme presenza di bandiere della pace che sventolano dai balconi delle case, dalle finestre delle aziende, dai drappi dei municipi, per le strade. In questa opposizione alla guerra vive una parte profonda dell’Italia che ha saputo ritrovarsi e tenersi unita. Ed è per questo che il governo italiano cerca goffamente di impedire la diffusione di questo simbolo. Le bandiere sono una espressione tangibile della maggioranza dell’opinione pubblica del nostro Paese, come quella di tutti i Paesi Europei è contro la guerra, ritenendola una scelta sbagliata, pericolosa e dannosa. Se dovesse scoppiare davvero la guerra in Iraq, il rischio è che a pagare siano soprattutto i più deboli, gli inermi, i bambini, le donne. La Cgil avverte su di sé una responsabilità importante, quella di provare – insieme a molte migliaia di cittadini che sfileranno pacificamente a Roma – a rappresentare, a dare voce alle ragioni di quella maggioranza dei cittadini e dell’opinione pubblica – italiana ed europea – che si oppongono alla guerra. Anche molti imprenditori sono preoccupati per la guerra. Confindustria, invece, come sempre anche su questo sta dalla parte del governo.
La forza di questo messaggio risiede nell’ampiezza di associazioni, movimenti, gruppi che hanno saputo raccogliere questo sentimento diffuso e che si ritroveranno nelle piazze europee il 15 febbraio per dire pacificamente ai nostri Governi che la via della pace è quella giusta, l’unica percorribile. Dobbiamo essere in grado di contrapporre ai pochi (i governi) che appoggiano la guerra, la voce, la forza serena e tranquilla delle centinaia di migliaia di uomini e di donne che sono contro la guerra.