“Commenti&Analisi” In gioco il potere di veto (A.Panebianco)

16/07/2004






          

        venerdì 16 luglio 2004
        In gioco il potere di veto

        di Angelo Panebianco

        Perché il leader della Cgil Guglielmo Epifani ha abbandonato platealmente, due giorni fa, il tavolo del confronto fra Confindustria e sindacati? Il casus belli è stata la proposta confindustriale di rimodulazione degli assetti contrattuali, ma gli altri leader sindacali, Savino Pezzotta e Luigi Angeletti, hanno giudicato incomprensibili le motivazioni addotte dalla Cgil per stroncare sul nascere il dialogo con la Confindustria. In verità il comportamento, apparentemente bizzarro e bizzoso dei vertici della Cgil, non è affatto inspiegabile. Epifani sembra avere voluto mettere in chiaro, sia dinanzi alla associazione degli imprenditori sia, e forse soprattutto, dinanzi alla Cisl e alla Uil, che la Cgil detiene tradizionalmente un diritto/potere di veto su qualunque questione di interesse sindacale e a quel diritto/potere di veto non intende rinunciare. In sostanza, la Cgil ha gonfiato i muscoli per chiarire subito, prima ancora che inizi davvero una reale trattativa con la controparte imprenditoriale, chi davvero comandi.

        È una vecchia storia. La Cgil ha una lunghissima abitudine all’esercizio del potere di interdizione, un potere che ha sempre esercitato senza remore sia nei confronti delle altre organizzazioni sindacali sia nei confronti di eventuali governi «amici». L’esistenza di quel potere di interdizione non è mai dipesa solo dal fatto che la Cgil fosse, e sia, il sindacato più forte, con più iscritti. La sua forza politica non è mai stata solo organizzativa. Era anche il frutto degli appoggi politici che la Cgil ha sempre potuto mettere in campo. Ne sanno qualcosa gli altri sindacati. Tutte le volte che si sono trovati a rompere con la Cgil (all’epoca dello scontro sulla scala mobile negli anni Ottanta con il governo Craxi, all’epoca del conflitto fra la Cgil e il governo Berlusconi sulla questione della riforma del mercato del lavoro) hanno pagato prezzi molto alti. Perché la Cgil, un tempo spalleggiata dal Pci (di cui era, in verità, il braccio esecutivo sul terreno sindacale), è sempre stata in grado di mobilitare, contro gli altri sindacati, vigorose campagne di piazza e massmediatiche. Mettersi contro la Cgil significava, per gli altri sindacati, correre il serio rischio di essere bollati come «sindacati gialli», al servizio del padrone (governativo o imprenditoriale che fosse). Con tutte le spiacevoli conseguenze del caso.

        Ma anche i governi «amici» hanno sperimentato sulla propria pelle cosa significhi sfidare l’ira della Cgil. Nella passata legislatura, all’epoca dei governi di centrosinistra, fu la Cgil di Sergio Cofferati a mettersi di traverso (e a spuntarla) impedendo non solo una riforma del
        welfare state ma persino una seria discussione (che, all’epoca, soprattutto Massimo D’Alema tentava di impostare) su quella necessaria riforma. È stata infatti questa la vera grande novità prodotta dalla fine del partito comunista. Ai tempi del Pci la Cgil era, sostanzialmente, sottomessa al partito. Finito il Pci, la Cgil ha acquistato una forza politica autonoma e la capacità di imporre i propri diktat ai partiti di sinistra.

        Insomma, la storia passata rende del tutto comprensibile il tentativo odierno della Cgil di riaffermare se stessa come depositaria di un potere di veto, si tratti di costruire piattaforme comuni con gli altri sindacati, dialogare con la Confindustria, o trattare con il governo.


        Il problema, naturalmente, è che né l’economia del Paese né, men che mai, la democrazia politica possono rimanere appese al potere di veto di una organizzazione sindacale più portata a dire no a qualsiasi proposta di riforma che a negoziare, con spirito costruttivo, i contenuti della proposta.


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