“Commenti&Analisi” Imprese e partiti, intreccio soffocante – di V.Castronovo

24/02/2003




Domenica 23 Febbraio 2003
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Non si può più scaricare su debito e valuta
le anomalie del Paese
L’Europa ci ha obbligati a comportamenti
completamente diversi
Imprese e partiti, intreccio soffocante


DI VALERIO CASTRONOVO

L’epoca del capitalismo protetto è ormai finita. Nei Paesi dell’Europa occidentale, per un lungo periodo coincidente per quasi tutto il secolo scorso (funestato da due micidiali guerre mondiali, dalla grande crisi del 1929 e da successiveperturbazionid’ogni sorta), il sistema economico ha vissuto in pratica, sia pur con alcune singole varianti, sotto la tutela diretta o indiretta dello Stato, o con il sostegno dell’interventismo pubblico, sia per trarsi d’impaccio dalle congiunture più avverse e sanare squilibri strutturali; sia per ridurre divari territoriali, per attutire conflitti e sperequazioni sociali; nonché per espandere il suo raggio d’azione sui mercati internazionali; e, non certo, da ultimo, per affrontare e infine per vincere la sfida con il collettivismo comunista. Oggi quel genere di capitalismo (che aveva come prototipo il modello tedesco) è giunto al tramonto – come ha rilevato il presidente della Confindustria, Antonio D’Amato – anche da noi, dove l’intreccio fra mano pubblica e mano privata in funzione tanto propulsiva che mediatrice, è stato assai più che altrove un elemento costitutivo e peculiare della storia nazionale nelle sue diverse stagioni. E dove esso ha sopravvissuto tanto a lungo per numerosi motivi. Perché in nessun altro Paese europeo il grado di statizzazione dell’economia (dall’industria alla banca, al terziario), quale ereditato dal regime fascista e poi accresciutosi dal dopoguerra in poi, era così elevato come in Italia (tanto da essere secondo solo a quello dell’Unione Sovietica); le disparità in termini di redditi e occupazione fra le diverse aree geografiche, così secolari e pronunciate; la disponibilità di materie prime, di risorse energetiche e di infrastrutture così scarsa; l’amministrazione pubblica così ridondante e farraginosa; il mercato mobiliare così asfittico e riluttante agli impieghi produtivi; le contrapposizioni politiche e le dispute ideologiche così profonde e pervasive; il potere di partiti e sindacati così forte e talora cogente; la capacità di pressione degli interessi corporativi così robusta; e la difesa di vetusti privilegi e rendite di posizione così agguerrita. Alla luce di queste circostanze,
nonché del ruolo per tanto tempo secondario, se non marginale, dell’Italia nella comunità internazionale, si spiega perciò come il nostro
capitalismo, per crescere e affermarsi
da una condizione così irta di ostacoli e subalterna, si sia avvalso tanto di certe garanzie di stabilità e
continuità assicurate dall’egemonia sul mercato nazionale di alcune grandi dinastie imprenditoriali private e dalle loro alleanze bancarie; quanto
di certi rapporti privilegiati, nella ripartizione di sussidi e incentivi pubblici, dei principali gruppi industriali con i successivi governi avvicendatisi
alla ribalta; quanto ancora dei supporti dello "Stato
imprenditore" in alcuni settori strategici e di base; nonché di varie forme di "permissività" sul versante fiscale, in fatto di trasparenza gestionale e finanziaria, nell’uso del territorio, nei rapporti con i consumatori.
Questo modello di sviluppo, in cui politica ed economia si integravano e si condizionavano a
vicenda, ha consentito all’Italia di coronare negli anni Ottanta, sia pur lungo un percorso spesso accidentato e sul punto di interrompersi più di
una volta, la sua lunga rincorsa per raggiungere il gruppo di testa dei Paesi più avanzati, e di liberarsi così una volta per tutte dei suoi lancinanti
complessi d’inferiorità.
Ma un sistema del genere conteneva in sé, e non poteva essere altrimenti, parecchie rigidità e complessi nodi da sciogliere. Ciò che è poi
emerso con sempre maggior evidenza, da quando, all’indomani del trattato di Maastricht, l’Italia non ha
più avuto la possibilità di scaricare, sul cambio o sul debito pubblico le sue numerose anomalie e asimmetrie in fatto di inflazione, spesa statale, evasione fiscale, iniquità distributiva,
dualismo territoriale, diseguaglianti ammortizzatori sociali, debolezze istituzionali e di governo.
Col risultato che è così venuto meno anche un sistema politico partitocratico sempre più avvitato su se stesso, basato sul consociativismo e sulle
ragioni di scambio rispetto a quelle della funzionalità.
C’è da chiedersi, tuttavia, se e in quale misura le diverse componenti della nostra società e l’opinione pubblica abbiano preso piena coscienza negli ultimi
anni di questo radicale mutamento di scenario e di prospettiva, determinato non solo dal progressivo spostamento del baricentro della politica economica da Roma a Bruxelles, dallo Stato nazionale all’Unione europea, ma anche dagli sviluppi di un mercato globale e interdipendente, caratterizzato da
una competizione mondiale sempre più intensa e a tutto campo. Giacchè una svolta rispetto al passato,
che consenta all’Italia di mantenere le sue posizioni in un’Europa più grande e di cimentarsi con le sfide
della globalizzazione e della rivoluzione tecnologica, comporta anche un mutamento in fatto sia di cultura
sociale che di cultura d’impresa.
Senza un cambiamento di abiti mentali, di motivazioni e di orientamenti tanto sull’uno che sull’altro versante, ben difficilmente si verranno
a creare le condizioni perché in sede politica si giunga all’adozione di determinate riforme di ordine
strutturale di cui il nostro sistemaPaese ha pur assoluta necessità, e il ceto imprenditoriale faccia la sua brava parte, con scelte e comportamenti
in linea con le dinamiche di una moderna società industriale, nel rilancio dell’azienda Italia.
Si è dato troppo per scontato, dopo l’anchilosi e il
crollo del "socialismo reale", il declino dei vecchi tabù e teoremi ideologici nei confronti dell’economia di mercato.
In realtà, essi sono ancora duri a morire e continuano ad alimentare una diffusa sub-cultura
in cui convivono massimalismo, demagogia e veteroclassismo, intrecciatisi ora con certe suggestioni dell’utopismo "no global". D’altra
parte, non solo a sinistra ma anche a destra, stanno riemergendo certe tentazioni stataliste che nulla hanno a che fare con un valido dosaggio fra
politiche neo-liberiste e politiche neo-keynesiane, quanto piuttosto con logiche assistenziali e tattiche
strumentali.
Ma anche sull’altro fronte, nel modo di vedere e negli atteggiamenti del mondo economico, permangono non poche remore e idiosincrasie.
Non basta la "voglia di fare impresa", che continua a caratterizzare il nostro sistema produttivo, se
essa rimane ancorata ai retaggi del solidarismo familistico e ai paradigmi narcistici del "piccolo è bello", in sostanza alla cultura del cespuglio
e all’arte di arrangiarsi. Giacchè un pulviscolo di microimprese non fa gioco di squadra e non produce sufficiente massa critica.
D’altra parte, per quanto possano essere singolarmente dinamiche nei loro specifici segmenti d’attività, molte piccole aziende non saranno
in grado di presidiare in via permanente certe nicchie di mercato e tantomeno di conquistarne
delle nuove, se resteranno delle "piante nane", se
non avranno l’attitudine e il coraggio necessari per crescere di dimensioni e aprirsi all’apporto
di strutture manageriali, o continueranno per lo più a operare in settori a bassa intensità di innovazione
e tecnologia.
Purtroppo l’esperienza ci insegna che è arduo venire a capo sia di determinati stereotipi e pregiudizi ideologici da tempo radicati, sia di
certe vischiosità e tradizioni identitarie tanto più interiorizzate quanto apparentemente rassicuranti.
Senonché è anche su questo terreno che il capitalismo italiano, non più quello del "salotto buono" ma quello degli outsider e dell’impresa
molecolare, si trova oggi a giocare una partita decisiva per il suo futuro.