“Commenti&Analisi” Immigrati e barriere europee (T.Boeri)

21/07/2003


21 Luglio 2003

ROMA E LE SCELTE DEL SEMESTRE
IMMIGRATI E BARRIERE EUROPEE

Tito Boeri

A seguito di forti pressioni della Germania, la bozza elaborata dalla Convenzione europea ha salvaguardato il «diritto degli Stati membri di determinare il volume di ingresso dei cittadini di paesi terzi». Ma è inevitabile che si vada verso una gestione a livello europeo delle politiche dell’immigrazione. Almeno quattro le ragioni per farlo. Primo, il controllo delle frontiere è molto costoso: il sistema attivato dalla polizia iberica per pattugliare il solo stretto di Gibilterra costa 500 milioni di euro all’anno. In assenza di coordinamento europeo, questi oneri gravano unicamente sui Paesi ai confini dell’Ue. Secondo, quella italiana è l’ultima Presidenza «piena» in un’Europa a 15 (i 10 nuovi membri entreranno durante la Presidenza irlandese). E con l’allargamento, le nuove frontiere dell’Unione coincideranno in larga misura con quelle dei Paesi più poveri, meno in grado di finanziare i controlli. Terzo, l’Europa ha una maggiore forza cogente dei singoli Stati nello stringere accordi bilaterali con i Paesi da cui provengono gli immigrati. Quarto, il coordinamento europeo è necessario perché norme diverse in quanto a concessione di asilo e riconoscimento dello statuto di rifugiato politico aprono varchi a chi si arricchisce – alle spese degli immigrati – organizzando spostamenti di clandestini all’interno della Ue.
In quanto Paese di vecchia e nuova (dopo l’allargamento) frontiera dell’Unione, è interesse dell’Italia rafforzare il coordinamento europeo di queste politiche. Durante il semestre italiano è possibile chiudere alcuni dossier lasciati aperti dalla Presidenza greca. Per riuscirci, dovremo però avviare un riesame delle nostre politiche dell’immigrazione e, soprattutto, del modo con cui (non) vengono attuate. L’armonizzazione delle normative sul diritto d’asilo (richiesta, questa sì, dalla bozza di Costituzione Europea) non potrà che avvenire su basi più liberali di quelle oggi offerte dalla normativa italiana, tra le più restrittive in Europa. Bisognerà poi chiedere a tutti i Paesi un maggiore impegno nei controlli sui posti di lavoro, particolarmente efficaci nello scoraggiare chi arriva illegalmente, sapendo di poter comunque lavorare in nero. Se i controlli presso le imprese non possono che essere gestiti a livello nazionale, l’intensità con cui vengono attuati dovrà essere in qualche modo coordinata con quella prima unità operativa di gestione comune delle frontiere che il ministro Pisanu vorrebbe istituire durante il semestre. Importante dare il buon esempio invertendo la tendenza recente a ridurre i controlli sui posti di lavoro soprattutto nelle regioni (vedi Nord-Est) in cui si trovano moltissimi lavoratori immigrati irregolari. Più in generale, dovremo dar prova di voler rimediare a quella schizofrenia per cui si introducono sulla carta norme restrittive, spesso del tutto irrealistiche, disinteressandosi completamente del loro rispetto. Per non parlare della sanatoria infinita: circa un terzo delle pratiche di regolarizzazione sin qui espletate.
E’ auspicabile che, sotto la Presidenza italiana dell’Unione, si guardi alle cause e non solo agli effetti dell’immigrazione clandestina. Si è parlato al vertice di Salonicco di rafforzare l’assistenza allo sviluppo. Bene. Ma è soprattutto l’apertura agli scambi commerciali con i Paesi da cui provengono gli immigrati che può ridurre le ondate di clandestini. Utile riprendere in mano la riforma della politica agricola comune varata a Lussemburgo: questa ha solo affermato un principio importante (la separazione fra aiuti e produzione), ma ha lasciato quasi tutto come prima. Se si vogliono meno immigrati, bisogna importare più beni da questi Paesi. Viceversa se si intendono chiudere le frontiere ai Paesi che fanno «dumping sociale» ci si dovrà preparare ad accogliere più immigrati. Chiarificazione utile perché, dopo il chiarimento in maggioranza, il ministero dell’Economia sembra destinato a giocare un ruolo importante nelle politiche dell’immigrazione. E il ministro Tremonti ha più volte proposto di chiudere le frontiere ai beni che provengono da Paesi in via di sviluppo che non rispettano standard sociali minimi.