“Commenti&Analisi” Il vicolo cieco del sindacato (S.Cassese)

27/11/2003



27 novembre 2003

Nuove idee sullo Stato sociale, una via d’uscita?

IL VICOLO CIECO DEL SINDACATO

di SABINO CASSESE

      I sindacati, delusi dal riformismo del governo, contano di elaborare un progetto per riscrivere lo Stato sociale. L’idea mi pare buona: potrebbe contribuire a farli uscire dal vicolo cieco in cui si trovano. Da un lato, infatti, essi si presentano all’opinione pubblica come una forza frenante, arroccata a difesa di chi è già protetto dalla legge, contraria ad ogni riforma, favorevole allo status quo . Dall’altro, il governo sembra voler fare a meno del loro consenso. Il fatto è che i tre maggiori sindacati sono al centro di numerose contraddizioni, dalle quali dovrebbero cercare di uscire. Sono la più grande organizzazione collettiva del nostro Paese, con circa 11 milioni di iscritti. Ma più della metà di questi sono pensionati, non lavoratori. I lavoratori iscritti invecchiano, per cui i sindacati finiscono per rappresentare gli interessi dei più anziani e dimenticano quelli di disoccupati, inoccupati, precari, giovani. Anche per allargare la base dei propri potenziali iscritti, oltre che per rimpinguare le casse dell’Inps, i sindacati si sono battuti per portare più di due milioni di titolari di collaborazioni coordinate e continuative nell’ambito del rapporto di lavoro subordinato. Così hanno ulteriormente irrigidito il diritto del lavoro, come dimostrato da Pietro Ichino sul Corriere della Sera del 9 ottobre scorso.
      Seconda contraddizione: sono grandi organizzazioni sociali, ma si appoggiano allo Stato, che li finanzia attraverso i patronati, i Centri di assistenza fiscale-Caf, le aspettative e i permessi del settore pubblico, le molte cariche pubbliche riservate a sindacalisti. Di fatto, sono istituzioni pubbliche: l’ha osservato uno dei nostri più acuti studiosi di diritto amministrativo, Bernardo Giorgio Mattarella, in un volume appena uscito su
      Sindacati e pubblici poteri (Giuffrè, 2003). Ma sfuggono a controlli pubblici, non rendono pubblici conti consolidati, non assicurano al loro interno un ordinamento pienamente democratico (l’unica condizione loro richiesta dalla Costituzione), rifiutano la misurazione della rappresentatività, prevista nel 1993.
      Terzo: si dichiarano apolitici (molti anni fa, i sindacalisti in carica decisero di rinunciare ad aspirare a mandati parlamentari), ma collaborano al sistema politico. Erano considerati il quinto partito della maggioranza di centrosinistra. Chiesero, a suo tempo, una partecipazione alla riforma costituzionale, nella Bicamerale. Ancora oggi molti che provengono da file sindacali sono attivi in politica. Alle pulsioni populistiche del governo rispondono con raduni di piazza non meno populistici.
      Quarta contraddizione: perseguono grandi scopi collettivi (si sono mobilitati, ad esempio, contro la guerra), ma, poi, inseguono, ai livelli bassi, più limitate ambizioni di potere, condizionando l’attività di impresa. Qui chiedono di essere consultati sulle decisioni più minute, ma, poi, utilizzano la consultazione come concertazione.
      Da ultimo, i sindacati hanno portato, formalmente, il pubblico impiego nell’ambito della contrattazione. Di fatto, però, conservano separatezza, differenze e privilegi del pubblico impiego, anche grazie all’accondiscendenza dell’agenzia negoziale della pubblica amministrazione.
      Se i sindacati italiani si proponessero di uscire da queste contraddizioni, potrebbero, forse, evitare il calo di aderenti e il declino del sindacalismo che l’Ufficio internazionale del lavoro registra da alcuni anni in quasi tutti i Paesi industrializzati. Ben venga, dunque, una loro proposta sullo Stato sociale, che avvii anche una riflessione sul loro ruolo nella nuova Costituzione.


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