“Commenti&Analisi” Il vaso di Pandora del Medio Oriente – di G.Kepel

26/03/2003
        26 marzo 2003

         
         
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         LE IDEE
        Il vaso di Pandora del Medio Oriente

                GILLES KEPEL

                AL di là del disarmo e del rovesciamento di Saddam, l´intervento militare in Iraq ha come primo obbiettivo di chiudere il vaso di Pandora che gli Usa hanno aperto quando hanno scelto di incoraggiare, armare e finanziare alleati locali poco raccomandabili che in conclusione gli si sono rivoltati contro. Saddam – ma anche i seguaci della Jihad e i Taliban afgani – rientravano in questa categoria e in questa logica con cui Washington oggi vuole chiudere. Per comprendere la posta di questa scommessa ad alto rischio, bisogna tornare al momento in cui ha avuto origine questa politica, che è iniziata nel 1979 e si chiude con l´invasione dell´Iraq. Il 1979 aveva visto nel mese di febbraio il crollo del regime dello Scià, "gendarme del Golfo", pilastro fondamentale della sicurezza di quella zona petrolifera, mentre trionfava la rivoluzione islamica al grido di "morte al Grande Satana!", e nel mese di novembre l´attacco alla grande moschea della Mecca ad opera dei radicali che evidenziava la fragilità dell´alleato saudita e i limiti della forza conservatrice e filoamericana dell´Islam wahhabita. Infine, a dicembre, l´Armata Rossa entrava in Afganistan. Traumatizzata dal Vietnam, l´America non manda i propri soldati a contenere l´espansione iraniana o a respingere l´invasione sovietica ma affida l´operazione a due alleati di circostanza, debitamente armati e finanziati dalla stessa America e dalle monarchie petrolifere della penisola arabica.
                NEL settembre 1980 l´Iraq di Saddam attacca la Repubblica Islamica e contiene la spinta iraniana verso Ovest, proteggendo il petrolio della penisola. I mujahiddin afgani e altri seguaci della Jihad arabi o pachistani spingeranno Saddam contro l´Armata Rossa, trasformando al passaggio l´antiamericanismo dell´islam radicale khomeinista in antisovietismo di buona fattura wahhabita. Alla fine del decennio, Washington può dirsi soddisfatto del lavoro dei suoi subappaltatori: nell´estate del 1988 l´ayatollah di Teheran firma un armistizio con Saddam che blocca davvero l´espansione della rivoluzione iraniana; i freedom fighters islamisti, nel febbraio 1989, costringono Mosca al ritiro delle truppe, preludio alla caduta del muro di Berlino e dell´Impero sovietico. L´Iran e l´Iraq sono esangui, l´Afganistan è in rovina, ma quella doppia vittoria politica non ha inciso quasi niente sul budget degli Stati Uniti e i soldati americani non hanno rischiato la vita in quelle battaglie incerte.
                Dopodiché, alla Casa Bianca si lavano le mani della sorte di quei due alleati poco frequentabili: smettono di sovvenzionare i sostenitori della Jihad, improvvisamente degradati da "combattenti per la libertà" a trafficanti di droga e potenziali terroristi, nella speranza che in mancanza di finanziamenti finiscano per sparire. E non concedono nessun aiuto all´Iraq di Saddam, rovinato dalla guerra, assillato dalle richieste di rimborsi da parte delle monarchie petrolifere che inondano il mercato del petrolio a scapito dell´Iraq, penalizzato dagli impianti di estrazione bombardati e incapace di produrre di più, finché il crollo del mercato gli dà il colpo di grazia. Gli effetti di questa politica alla Ponzio Pilato sono noti: il 2 agosto 1990, Saddam annette il Kuwait, razziandone le casse, e il 7 agosto re Fahd chiama in soccorso l´esercito americano. Allora Washington è costretta a impegnare temporaneamente le sue truppe, sostenute all´epoca dalla coalizione internazionale: la vittoria militare definitiva e quasi senza morti tra i soldati americani dell´operazione Tempesta del deserto sembra un trionfo assoluto per gli Stati Uniti. Tuttavia, questi decidono di lasciare che le piaghe dell´Est del Medio Oriente si infettino: la questione irachena è ricoperta col cataplasma dell´embargo – mentre Saddam prospera al potere – e si trascura la crescente potenza dei sostenitori della Jihad, attorno a un certo Bin Laden, i quali non perdonano alla monarchia saudita di aver chiamato in soccorso armate "empie" sul sacro territorio della penisola arabica, e si lanciano in azioni violente prima di guerriglia e poi di terrorismo, organizzando la proliferazione della Jihad afgana.

                Se gli Stati Uniti lasciano che la situazione irachena si degradi in questo modo senza correre il rischio di eliminare Saddam, è perché sfruttano la leva politica conferitagli dal prestigio della vittoria e l´unanimità della coalizione che dirigono allo scopo di esercitare una pressione maggiore per costringere Israeliani e Palestinesi a fare la pace. La loro politica nella regione, una volta dissipato il pericolo sovietico, è di fatto impastoiata dalle persistenti contraddizioni tra due imperativi che gli sono altrettanto cari: garantire la sicurezza degli approvvigionamenti di petrolio (illustrata dall´alleanza privilegiata con l´Arabia Saudita) e quella di Israele (sulla quale veglia un potente gruppo di pressione elettorale). La vittoria in Kuwait permette a George Bush padre di costringere a negoziare Arafat e Shamir, entrambi sfiniti dalla prima Intifada e indeboliti dalle conseguenze della guerra – l´uno per aver sostenuto Saddam e perso i suoi appoggi nel Golfo, l´altro per non essere stato autorizzato a replicare ai lanci di Scud iracheni su Tel Aviv. Il processo di pace degli anni ’90 fa pensare ancora una volta che Washington abbia raggiunto i suoi obbiettivi in Medio Oriente, assicurandosi gli equilibri necessari per i rifornimenti di petrolio e la tranquillità israeliana. Ma l´attesa dinamica di pace che avrebbe dovuto portare prosperità a tutta la regione non si verifica: la mancanza di fiducia tra i leader israeliani e palestinesi affonda il progetto e nel settembre 2000 nasce la seconda intifada. Nel frattempo, l´infezione non curata della jihad comincia a far incancrenire la penisola arabica, dalla quale Bin Laden esige «l´espulsione degli ebrei e dei cristiani», mentre compaiono i primi attentati spettacolari: quello di Nairobi del 7 agosto 1998 (nella ricorrenza dell´appello di re Fahd alle truppe americane di otto anni prima) e quelli di Aden dell´ottobre 2000, poco tempo dolo il rilancio della violenza in Israele e Palestina.
                Solo all´indomani dell´11 settembre 2001, quando la Jihad viene portata nel cuore degli Stati Uniti, l´amministrazione di George W. Bush rimette profondamente in discussione la politica condotta dal 1979. I due regimi fondati dagli ex alleati degli anni ’80 – i Taliban in Afganistan e Saddam in Iraq – vengono condannati alla rimozione chirurgica, mentre fino ad allora, nel contesto della pace illusoria tra Israele e Palestina, venivano lasciati necrotizzare lentamente, uno sotto l´influsso della charia, l´altro sotto quello dell´embargo. La connessione tra Bin Laden e Kabul permette la rapida eliminazione dei Taliban, anche se la battuta di caccia ad Al-Qaeda inciampa nell´evanescenza del suo capo. La questione più controversa delle armi di distruzione di massa possedute dall´Iraq fornisce l´occasione, o il pretesto iniziale, della guerra attuale, mentre l´esistenza di un legame tra Saddam e Bin Laden non è accertata. Infatti, il reale oggetto del conflitto armato non è quello. Mentre nel 1991 Washington aveva scelto di neutralizzare l´Iraq con l´embargo, per riorganizzare il Medio Oriente da Ovest, partendo dal processo di pace israelo-palestinese e poi arabo-israeliana, l´offensiva attuale inverte l´ordine geografico delle priorità: eliminando Saddam, si può reintrodurre al centro del Medio Oriente il ruolo iracheno, con il suo potenziale economico considerevole ma dilapidato dalla dittatura militar baathista poi congelata dall´embargo. Questa dinamica, che punta a trasformare il Medio Oriente attraverso una spinta dall´est per farne una zona di pace e di prosperità che comprenda e integri Israele, porta a termine la rottura con la strategia seguita dalla Casa Bianca dal 1979. Dopo aver eliminato i vecchi alleati della Jihad afgani sopprimendo il regime dei Taliban nell´autunno 2001, ora è il turno dell´ex partner iracheno, ulteriormente neutralizzato, di cui l´America, con lo spiegamento delle sue truppe, vuole riprendere in mano le redini.
                Questo intervento in proprio negli affari del Medio Oriente sanziona il fallimento della politica del ricorso a subappaltatori locali: meno costosa a breve termine, quest´ultima era stata giudicata preferibile finché bruciava il trauma vietnamita, tanto più che, prima con il containment dell´Iraq khomeinista e poi con il roll-back dell´armata rossa a Kabul, era sembrata redditizia. Ma la vera frattura è nata con il terrorismo degli anni ’90, il fallimento del processo di pace del 2000, la minaccia sugli approvvigionamenti petroliferi e gli attentati dell´11 settembre. Per Washington, il costo si rivelava decisamente superiore ai risparmi in uomini e in dollari che avevano creduto di operare e il pericolo più grande di quanto immaginassero: bisognava richiudere per davvero il vaso di Pandora aperto nel 1979.
                Il trauma dell´11 settembre, scalzando quello del Vietnam e cancellandolo dalla memoria, permette al presidente degli Stati Uniti di mandare soldati dal Kansas, dal Texas o dal New Jersey a rischiare la vita o a rischiare di finire prigionieri sulla rotta di Bagdad. L´opinione pubblica, per ora, lo segue. Ma è lui stesso prigioniero di un calendario che gli impone una vittoria rapida e definitiva. Senza di essa, rischia di aprire ancora di più il vaso di Pandora, liberando in tutto il Medio Oriente le forze ostili che rischiano di disgregare la regione e di rendervi ancora più difficile l´insediamento della pax americana.

                Traduzione Elda Volterrani