“Commenti&Analisi” Il taglio di tasse e spese non produrrà scosse (T. Boeri)

17/05/2004

      15 Maggio 2004

      PROBLEMI DI BILANCIO E CALCOLI ELETTORALI

      IL TAGLIO DI TASSE E SPESE
      NON PRODURRA’ SCOSSE

      di Tito Boeri

      A tre settimane dal voto per le europee il Presidente di turno dell’Unione, Bertie Ahern, viaggia tra le capitali alla faticosa ricerca di un’intesa sulla Costituzione europea. Da noi la campagna elettorale è incentrata sul comportamento dell’Italia (non sul ruolo dell’Europa!) nel pantano iracheno e sui tagli alle tasse annunciati dal Governo. Vengono presentati come la scossa che ci permetterà di agganciare la ripresa dell’economia mondiale. Ma la prossimità al voto rende difficile allontanare il sospetto che si tratti di ciclo politico, quella forza che in tutti i paesi fa crescere il disavanzo in anni elettorali.

      Tre sono, tuttavia, le novità rispetto a passati cicli politici. La prima è che questa volta si cercano consensi tagliando le tasse, anziché aumentando la spesa. La seconda é che il ciclo politico è più lungo, dato che si concluderà con le politiche del 2006. La terza novità è che il taglio alle tasse – stando almeno alle indiscrezioni dei giornali – verrebbe anticipato da riduzioni di spesa.
      E’ sicuramente un bene che l’enfasi sia oggi sulla riduzione della pressione fiscale, nobile obiettivo in un paese che vanta un cuneo fiscale sul lavoro quasi del 50 per cento. Ma non bisogna farsi illusioni. Gli effetti espansivi dei tagli fiscali potranno manifestarsi, nella migliore delle ipotesi, fra due anni, quando le famiglie riempiranno la loro dichiarazione dei redditi 2005. Dunque non sarà scossa, ma semmai un’operazione che guarda alle elezioni del 2006. Inoltre, l’esperienza dei tagli Irpef nella Finanziaria 2003 conferma che questi possono rilanciare i consumi solo se percepiti come un incremento permanente del reddito disponibile delle famiglie, anziché come la premessa di tasse più elevate in futuro. Il che ci porta alla terza novità di questa manovra elettorale, i tagli di spesa precedenti ai tagli alle imposte.

      Dall’atto del suo insediamento a Palazzo Chigi, il Governo Berlusconi ha aumentato la spesa pubblica di circa due punti, su capitoli che, peraltro, hanno ben poco a che vedere con l’andamento della nostra economia. Non è cresciuta la spesa per i sussidi di disoccupazione, ma gli stipendi nel pubblico impiego e non si è tenuta sotto controllo la spesa per la sanità. Se il Governo vuole oggi rendere il taglio alle tasse credibile agli occhi dei cittadini, deve perciò dimostrare di essere in grado di tagliare le spese in modo permanente, permettendo così una riduzione delle imposte parimenti duratura. Le opzioni di cui alle anticipazioni di questi giorni – trasformazione dei contributi a fondo perduto alle imprese in prestiti trentennali con fondo di rotazione presso la Cassa Depositi e Prestiti o costituzione di un fondo pensione all’Inps verso cui indirizzare il Tfr – non appartengono a questa fattispecie dato che si limitano a spostare nel corso del tempo gli impegni di spesa (senza entrare nel merito della loro congruità con altri obiettivi del Governo, vedi il sostegno alla ricerca applicata e il decollo della previdenza integrativa). Altri paventati tagli ai sussidi alle imprese – sempre che vengano da queste accettati – sarebbero al massimo dell’ordine dello 0,6% del Pil. Se si legge con attenzione la Trimestrale di Cassa, si noterà che questa è esattamente l’entità della manovra necessaria a riportare i nostro deficit pubblico dentro i parametri del Patto di Stabilità. Inutile illuderci: non ci saranno sconti a livello europeo. Le riforme del Patto in discussione a Bruxelles offriranno più gradi di libertà solo ai paesi con un debito pubblico molto più basso del nostro. I tagli veri e propri ai sussidi alle imprese, se mai attuati – e sembra che al riguardo non ci sia accordo nella maggioranza – serviranno a rassicurare i nostri partners europei e le agenzie di rating, non a finanziare i tagli alle tasse prossimi venturi.

      Una misura delle preoccupazioni con cui all’estero si guarda ai nostri conti pubblici viene proprio dalla decisione della maggioranza di porre il voto di fiducia sulla riforma delle pensioni, nonostante l’imminente scadenza elettorale. Anche questa riforma non servirà a finanziare il taglio alle tasse – i risparmi sulla spesa previdenziale non verranno prima del 2008 e prima la spesa rischia di aumentare per l’effetto annuncio – ma è un segnale importante per chi ha timori sulla sostenibilità del nostro debito pubblico. Non lo è, invece, per le famiglie che molto difficilmente trarranno da questi sviluppi ragioni per spendere di più. Il rischio è, semmai, che l’incertezza che circonda questo complesso intreccio di scelte politiche agisca come un boomerang. Speriamo di essere smentiti dai fatti.