“Commenti&Analisi” Il sistema della precarietà (M.Roccella)

17/05/2004



 
   
16 Maggio 2004




 

LAVORO
Il sistema della precarietà
Centrosinistra L’opposizione sulla lotta alla precarietà è ancora troppo tiepida

MASSIMO ROCCELLA*

*Docente del diritto del lavoroall’Università di Torino

«Si deve rendere più rigido il mercato del lavoro»: è verosimile che l’opposizione si presenti alle prossime elezioni con una parola d’ordine del genere? Stando alla corrente di pensiero dominante e anche al semplice buon senso non vi dovrebbero essere esitazioni a dare una risposta negativa: la questione, anzi, neanche meriterebbe di essere posta. Eppure non è proprio così. Dovrebbe ormai essere chiaro all’opposizione tutta, e in particolare alla sua componente maggioritaria, che non è più possibile cavarsela con indicazioni vaghe, del tipo «siamo per la flessibilità buona, non per quella cattiva». La necessità di rendere più rigido il mercato del lavoro, di ri-regolamentarlo se si preferisce quest’espressione più
soft, non nasce da astratti furori dirigistici, né da velleità radical-massimalistiche, ma dal rilievo che la destra, facendosi beffe delle prescrizioni europee sulla «flessibilità nella sicurezza», ha messo in campo normative e prassi di governo tutte vistosamente e univocamente indirizzate ad alterare gli equilibri del mercato del lavoro a favore delle imprese. In materia di salari il governo in carica ha influito pesantemente (in negativo) sulla loro dinamica: attraverso la mancata restituzione del fiscal drag e, soprattutto, pretendendo di vincolare i risultati della contrattazione collettiva a un tasso d’inflazione programmata fissato unilateralmente e arbitrariamente in misura sensibilmente più bassa rispetto a quella reale prevedibile e di gran lunga inferiore a quella effettiva sperimentata dalle famiglie dei lavoratori a reddito fisso. Si può dubitare che questa forma impropria di «flessibilità» salariale vada superata e che lo si debba fare non solo per ragioni di equità distributiva, ma anche per evitare che la conseguente compressione dei consumi faccia sprofondare il paese nella recessione? Quanto alla disciplina dei rapporti di lavoro, seppure non si dovrebbe trascurare il forte richiamo evocativo rappresentato dalla prospettiva dell’abrogazione della legge Biagi, non sembra inutile sollecitare una riflessione più approfondita e puntuale: vuoi perché i processi normativi presentano sempre elementi di vischiosità che non si prestano a soluzioni semplificatorie; vuoi soprattutto perché gli interventi necessari non riguardano solo la legge Biagi.

Con riguardo alla flessibilità inerente alla prestazione di lavoro, le polemiche attorno alla legge 30 hanno oscurato la circostanza che, con altro provvedimento legislativo (d.lgs. n. 66/2003), si è determinato un profondo stravolgimento nella disciplina dell’orario di lavoro. Travisando i contenuti di una direttiva comunitaria, infatti, il governo ha eliminato il limite legale di durata massima della giornata lavorativa: cosicché oggi è possibile, almeno nei settori e nelle imprese dove la contrattazione collettiva non riesce a imporre regole diverse, lavorare legalmente per lunghi periodi per tredici ore al giorno, nel contesto di settimane lavorative che possono raggiungere le 78 ore. Si ha un’idea di cosa vuol dire lavorare 13 ore al giorno in un’impresa edile? C’è bisogno di sottolineare il rischio di incremento di infortuni sul lavoro che regimi di orario «lungo» (per usare un eufemismo) inevitabilmente comportano? Non v’è dubbio che si tratti di una normativa «flessibile»: è altrettanto certo che una coalizione progressista non dovrebbe avere difficoltà ad assumere l’impegno di cancellare questo tipo di flessibilità ottocentesca, anche se qualcuno dovesse strepitare sull’irrigidimento del mercato del lavoro. E’ nell’area della flessibilità in entrata, ovvero della tipologia dei rapporti di lavoro, a ogni modo, che il governo Berlusconi ha saputo dare il meglio di sé. Ancora una volta non basta guardare alla legge Biagi: non si può dimenticare, infatti, che il biglietto da visita del governo della destra fu rappresentato dalla liberalizzazione dei contratti a tempo determinato, realizzata sotto dettatura della Confindustria, ancorché in palese violazione della pertinente direttiva della Comunità europea, che continua a considerare il lavoro stabile a tempo indeterminato, non quello precario, la regola in materia di assunzioni. Con il decreto legislativo di attuazione della legge Biagi la precarizzazione del mercato del lavoro ha poi toccato punte parossistiche. Il governo di centro-sinistra aveva dato corpo ad una buona riforma del part-time, ispirata a un attento equilibrio fra esigenze organizzative delle imprese e nuovi diritti riconosciuti ai lavoratori ed alle lavoratrici: primo fra tutti quel diritto di ripensamento che consentiva di ottenere il passaggio da un part-time con orario elastico a un rapporto di lavoro con orario prefissato, onde conciliare attività lavorativa e responsabilità familiari. Detto, fatto: in maniera del tutto ideologica, i capisaldi di quella riforma sono stati cancellati, riuscendo a trasformare il rapporto di lavoro flessibile con connotati potenzialmente più positivi in un’ennesima, desolante forma di precariato. E che dire del lavoro intermittente? O dello staff leasing, la grande innovazione dell’organizzazione giuridica del mercato del lavoro, varata da un governo che dice di ispirarsi alle indicazioni europee, ma poi introduce regole ben note al diritto del lavoro made in USA, ma sconosciute alla generalità dei paesi dell’Ue e sicuramente al diritto della Comunità europea? Nel contesto di una campagna elettorale per le elezioni europee il richiamo al modello sociale del Vecchio continente, alle sue regole effettive non è certo irrilevante. Quel che oggi vale per l’Europa, a più forte ragione deve comunque valere domani per l’Italia.

E’ troppo chiedere alle forze di opposizione (tutte) l’assunzione almeno di alcuni impegni abrogativi specifici? Se oggi le regole del mercato del lavoro con cui confrontarsi sono quelle introdotte dal governo della destra, chi si proponga riforme atte a ristabilire un equilibrio socialmente più accettabile può forse arretrare innanzi all’accusa, scontata, di voler irrigidire il mercato del lavoro? A queste domande si dovrebbe saper rispondere con meno vaghezza di quanto sinora si sia fatto: anche per non lasciar correre l’idea che la politica che realmente si intende praticare sia quella delle mani libere. Alla sinistra dell’opposizione, in definitiva, si può chiedere di saper dimostrare la capacità di andare oltre la pura e semplice agitazione propagandistica; ai partiti del Triciclo si può ricordare che non è possibile continuare a menare il can per l’aia, magari limitandosi a rinviare ai progetti di legge già depositati in Parlamento, in particolare alla Carta dei diritti dei lavoratori: la quale, a prescindere da alcuni limiti intrinseci, si occupa di molte cose, ma di nessuno dei problemi evocati dalla legislazione del lavoro degli ultimi tre anni. All’ala «riformista» dell’opposizione, soprattutto, si può rivolgere l’invito a mettere da parte senza tentennamenti l’idea, purtroppo ancora largamente corrente, che le questioni di politica economica e sociale siano di carattere eminentemente tecnico: affrontabili dunque certo con più competenza di quella esibita dalla destra, ma sulla base di criteri non dissimili. Se questa idea non venisse abbandonata, se non si riuscisse a dar corpo a un chiaro compromesso programmatico fra tutte le forze di opposizione, potrebbe anche accadere di vincere le elezioni: salvo poi ritrovarsi, ancor più di quanto non sia accaduto in passato, incapaci di reggere la prova del governo.