“Commenti&Analisi” Il sindacato in crisi d’identità non dialoga più (A.Giancane)

04/05/2004



 
 
 
 
ItaliaOggi
Numero 106, pag. 1 del 4/5/2004
Autore: di Antonio Giancane
 
Il sindacato in crisi d’identità non dialoga più
 
 
Forza di lotta o di governo? Le celebrazioni del 1° maggio non hanno contribuito a celare la crisi che vive il sindacato italiano. Emblematico, a questo proposito, il caso della protesta dei lavoratori di Melfi, dove il sindacato continua a dividersi e la Cgil preferisce cavalcare le rivendicazioni salariali, in ultima analisi il fattore prevalente della protesta.

Certo la difesa delle retribuzioni è centrale; anzi, la questione è in prospettiva più importante nelle future relazioni sociali del paese. Ma Melfi sembra avviare una involuzione del più forte sindacato dei metalmeccanici, che ormai apertamente abbandona la strategia del dialogo sociale e della concertazione e sposa un indirizzo salarialista, le cui prospettive sono incerte. I risorgenti fischi ai leader di Cisl e Uil non arrivano a caso.

Oggi persino la Cgil di Epifani sa che il nostro è un sistema produttivo fragile e col fiatone. E che a produttività invariata, una forte ondata di rivendicazioni salariali rischierebbe di affondare definitivamente la nostra industria rendendola ancor meno competitiva. L’abbandono della concertazione rischia non solo di lasciare a secco i cugini Pezzotta e Angeletti, ma di congelare i germogli di dialogo già in corso con la Confindustria di Luca Cordero di Montezemolo.

C’è tuttavia una misteriosa calamita che attira il sindacato verso l’antagonismo sociale, e lo costringe ad abbandonare definitivamente i panni di forza di governo. Non si tratta soltanto del vecchio collateralismo, ma di un passaggio epocale, che invano Cofferati aveva cercato di anticipare in chiave giacobina. S’avvicina la fine del sindacato che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi 30 anni: una forza composita, culturalmente ricca, protagonista al livello sociale di quelle mediazioni impossibili alla politica.

Una sorta di riserva democratica della repubblica, che abbandonato l’inutile ruolo di cinghia di trasmissione dei comunisti, aiutò negli anni 70 e 80 a superare crisi profonde per il nostro paese, dal terrorismo alla recessione economica, dall’inflazione alla fine dell’industria di stato. Assicurando nel bene e nel male l’avvio di alcuni processi redistributivi nel Mezzogiorno, incassando forti protezioni di tipo economico per i propri funzionari e per le attività collaterali. Un potere consociativo alla cui ombra non ha mai sostanzialmente attecchito il terrorismo, a onta di zone d’ombra e situazioni molte volte in bilico tra sovversione, clientelismo e corporativismo.

La lunga stagione della politica dei redditi è ora alla frutta. L’hanno archiviata l’Unione europea, la fine della Prima repubblica e l’avvento del bipolarismo, l’entrata in vigore dell’euro (un marco camuffato), le nuove politiche di bilancio. Il vincolo di bilancio imposto da Maastricht e dai banchieri tedeschi ha prosciugato le risorse per le politiche espansive e ha messo in crisi il dialogo sociale nelle sue varie declinazioni.

Non solo in Italia, ma nell’intera Europa crescono rendite, tariffe e prezzi, diminuiscono, e di molto, salari e occupati. Tanto da rendere patetiche le istanze terzomondiste emerse nelle celebrazioni della Festa del lavoro.

Crollano anche i profitti delle imprese. Che rischiano persino di fallire, in barba alle bislacche teorie di alcuni sindacalisti, che invitano a non demonizzare la sleale concorrenza della Cina.

E il sindacato? Sembra oggi un pesce fuor d’acqua. Non sa se opporsi o gestire una effettiva liberalizzazione dei mercati, ivi compreso quello del lavoro, tradizionale manomorta delle centrali. Stenta a capire che è finito il tempo del collateralismo e delle vecchie rendite di posizione.

Nuove leve di sindacalisti, cresciute all’ombra dei Cofferati e dei D’Antoni, appaiono eccessivamente politicizzate e troppo vicine ai non global. Sembrano aver perso il mestiere e sono continuamente scavalcati dai Cobas: nell’ultimo anno l’intreccio tra rivendicazioni salariali e sedi di contrattazione ha letteralmente rovesciato la funzione di rappresentanza. Tema sul quale opportunamente il ministro del welfare, Roberto Maroni, ha invitato le forze sociali a confrontarsi.

E se Epifani s’accontenta di rivendicare la libera circolazione delle braccia tra i paesi europei, la crisi Alitalia e di Melfi indicano l’esigenza, per un paese sviluppato, di un interlocutore sociale capace e autorevole, dotato di autonomia politica e visione di sviluppo. Come dire, un sindacato moderno. Che purtroppo all’orizzonte ancora non si vede. (riproduzione riservata)