“Commenti&Analisi” Il silenzio di Berlusconi tra realpolitik e antica furbizia – di G.Triani

07/04/2003

ItaliaOggi (Media e Pubblicità)
Numero
081, pag. 18 del 5/4/2003
di Giorgio Triani

Guerra in Iraq.
Il silenzio di Berlusconi tra realpolitik e antica furbizia

È un silenzio assordante quello del governo. Quasi incredibile, vista la loquacità abituale dei ministri e di chi lo guida. Ma obbligato dai sondaggi che indicano come l’opinione degli italiani sia a larghissima maggioranza contraria alla guerra. Ed è noto quanto al premier siano cari i sondaggi e cara l’attitudine a cavalcare il consenso anziché sfidare l’impopolarità.

Ciò anche a costo di sfiorare il ridicolo, come nel caso del comunicato di palazzo Chigi sulle truppe aviotrasportate partite dalla base di Aviano per l’Iraq che non avrebbero compiti operativi. E di nascondersi dietro uno status di belligeranza inattiva più unico che raro. Visto che l’Italia, come la Francia e la Germania, ha concesso gli spazi aerei e le basi esistenti sul loro territorio, senza però condividerne la posizione contraria al conflitto; nel contempo s’è schierata con gli Usa, senza però inviare nemmeno un uomo e un mezzo a combattere Saddam Hussein, come invece hanno fatto inglesi e spagnoli.

Ancora una volta si dimostra come continuiamo ad avere una classe dirigente oscillante fra bontà e cinismo, realpolitik e antica furbizia, che anche quando non capisce si adegua, riuscendo nella mirabolante impresa di condividere e fare coincidere posizioni e opinioni inconciliabili. Sotto quest’aspetto il premier Berlusconi, che si dichiara completamente d’accordo con Bush, Putin e pure con il Papa, più che uno statista è un grande artista. Concepibile e possibile, tuttavia, solo in un paese qual è il nostro. Che ancora oggi è convinto di non aver vinto ma nemmeno completamente perso la seconda guerra mondiale, visto che non s’è seduto al tavolo dei vincitori ma neppure ha condiviso le distruzioni di Giappone e Germania; che è stato prima fascista e poi comunista, ma senza gli eccessi e i furori del nazismo e dello stalinismo. Insomma un paese che s’è sempre mantenuto nel mezzo, arrivando anche a teorizzare le convergenze parallele e che ancor oggi sulla capacità di mediare si gioca tutte le possibilità di avere un ruolo importante sulla scena internazionale.

Ovviamente dopo la guerra, quando ci sarà da ricostruire e la prospettiva depurata da lacrime e sangue sarà assai più congeniale al pensiero e all’azione del capo del nostro governo, universalmente considerato, con sua piena soddisfazione, un grande comunicatore e ancor più un grande venditore.

In questo senso si capisce perché ora che risuonano le armi il premier e i suoi ministri tacciano. A ciò indotti, soprattutto, dalla già evocata contrarietà alla guerra della stragrande maggioranza degli italiani. Di destra e di sinistra allo stesso modo. Ma con motivazioni e in forme che non appartengono più né all’una né all’altra parte.

Per questo il silenzio del governo è patetico allo stesso modo dei tentativi dei vari leader della sinistra di mettere la firma e il cappello al movimento no war, che per inciso è altra cosa dall’essere pacifisti.

Quell’80% circa stimato dai sondaggi è infatti composto di persone che, credo, nella loro amalgama unica e irripetibile fuori dall’evento specifico, cioè la guerra all’Iraq, sono ben diversi dalle letture che da più parti, non solo politiche ma anche giornalistiche, vengono accreditate.

Intanto si tratta di gente pacifica, perché questo è un tratto caratterizzante il sentimento individuale e collettivo degli italiani: un po’ cialtroni e banderuole, come tanti personaggi di Alberto Sordi, ma in fondo brava gente; un po’ rovinata da un benessere travolgente, ma ancora capace di commozione sincera e di ricordarsi dei bombardamenti e di quando eravamo noi un esercito con le scarpe di cartone.

In altre parole ci pare incredibile, e ancor più inaccettabile, che con tutta la ricchezza materiale che ci avvolge, per difenderla si debba andare a sommergere di bombe e missili una popolazione a cui sono rimasti solo gli occhi per piangere.

Davvero non esisteva un modo più incruento e meno invasivo per cacciare un despota sanguinario? Fatichiamo moltissimo a crederlo, anche perché in mezzo a tanto parlare di iperpotenza, ipertecnologia e controllo globale abbiamo ben presente che Osama Bin Laden è ancora vivo e parlante in tv e che il Mullah Omar è scappato in motocicletta.

Siamo dunque contro questa guerra, non vedendo l’ora che finisca e si concluda con l’eliminazione di Saddam Hussein, perché diversamente il disastro sarebbe ancora peggiore.

Ma non siamo, nella stragrande maggioranza, né anti né pro americani, checché ne pensino Bertinotti o il direttore di Panorama Rossella.

Certo zone d’ombra, calcoli inconfessabili e lavori sporchi orditi sotto banco, perché il pacifismo di Chirac ci pare altrettanto sospetto e riprovevole di chi finisce con l’equiparare Bush a Saddam. Ma relativamente al nostro sentimento nei confronti degli Usa pesa enormemente il fatto che Bush ci è molto meno simpatico di Clinton. Questione di pelle, di figura e di stile, personali piuttosto che di governo, che giocano ben più delle preferenze politiche.

In molti, infatti, a prescindere dall’appartenenza e dall’inanità della storia scritta con i se e con i ma, c’è la convinzione che, con Clinton presidente, a questa guerra non si sarebbe arrivati. Anche perché a differenza di Bush, l’ex presidente ai war game preferiva tutt’altro genere di giochi. Pacifici e intonati alla scritta che compare nelle T-shirt delle pacifiste inglesi: ´Queste’ (riferite agli attributi sottostanti) ´sono le sole bombe intelligenti’.