“Commenti&Analisi” Il rischio salari – di C.Dell’Aringa

07/01/2003




Martedí 07 Gennaio 2003
IL RISCHIO SALARI

DI CARLO DELL’ARINGA

Quando i dati sull’inflazione vanno sulle prime pagine dei giornali, si torna a parlare di politiche dei redditi. Lo si è fatto nelle interviste e nei discorsi che hanno accompagnato il passaggio dall’anno vecchio a quello nuovo. Finite le festività, si passerà dalle parole ai fatti. Sono alcuni milioni i lavoratori che aspettano il rinnovo del contratto nazionale di lavoro e i sindacati hanno già fatto capire che vogliono un recupero del potere di acquisto delle buste paga, un recupero sia rispetto all’inflazione che è stata superiore al tasso programmato, sia rispetto alla produttività, che le imprese avrebbero accumulato in questi anni. Dal canto loro, le imprese fanno capire chiaramente che c’è ben poco da recuperare e quasi nulla da distribuire, considerati i tempi di una congiuntura che si ostina a segnare cattivo tempo. Le interviste e i discorsi di fine anno non vanno comunque sottovalutati. In una intervista il segretario della Cgil si è detto disposto a parlare, tra le altre cose, della politica dei redditi legata all’Accordo sul costo del lavoro del 1993.



Rischio salari, più concorrenza e moderazione
Nel discorso di fine anno, il Presidente del Consiglio ha accennato alla necessità di raffreddare il clima sindacale sui temi del lavoro e di guardare oltre l’articolo 18. Sono aperture non solo da non sottovalutare, ma anzi da coltivare, se si vogliono evitare guai peggiori a un Paese che ha visto il grado di competitività del proprio apparato produttivo perdere posizioni su posizioni negli ultimi anni. Tollerare una inflazione superiore a quella media europea, significa lasciar piovere sul bagnato. Per un anno si può tollerare, ma va assolutamente scongiurato il rischio che tornino a operare quei fattori che hanno in passato alimentato una strisciante inflazione strutturale. Due fattori vanno tenuti accuratamente sotto controllo. Il primo è la (tristemente) famosa "forbice" fra prezzi dei prodotti e prezzi dei servizi. I prezzi di questi ultimi ( non tutti ma un discreto numero) stanno crescendo troppo velocemente . Non si tratta di accusare nessuna categoria professionale in particolare, ma alcune terapie vanno attivate. Alcuni mercati dei servizi, pubblici e privati, sono tuttora eccessivamente protetti e fanno ancora pesare sul resto dell’apparato produttivo (dove la concorrenza è nel frattempo ulteriormente aumentata) inefficienze e rendite di posizione. Se si guarda agli andamenti settoriali della quota delle retribuzioni sul valore aggiunto, che spesso viene considerata come un indicatore di moderazione salariale, si osserva che essa è diminuita in questi anni, ma questo è successo soprattutto nei servizi e non nell’industria manifatturiera. Di converso la quota dei risultati lordi di gestione delle imprese è effettivamente aumentata, ma nei servizi e non nell’industria. La disciplina della concorrenza internazionale impone che la moderazione salariale e gli incrementi di efficienza si trasformino in prezzi più contenuti. Dove la concorrenza non c’è, o dove è scarsa, e dove manca un sistema alternativo di controlli, la moderazione salariale spesso alimenta inefficienze e rendite. E queste inefficienze e rendite si alimentano anche degli aumenti di produttività dei settori esposti alla concorrenza internazionale, attraverso aumenti dei prezzi relativi dei servizi rispetto ai prodotti. I sindacati pretendono una distribuzione di questi aumenti di produttività ma rischiano di trovare la stalla vuota! E questo è il secondo aspetto strutturale. I sindacati per un decennio hanno implicitamente scelto di favorire gli aumenti dell’occupazione rispetto agli aumenti dei salari reali. E l’aumento della occupazione si è regolarmente verificato. Il potere d’acquisto va certamente salvaguardato e la produttività va distribuita e in questo i sindacati hanno ragione, ma questo non deve succedere a scapito della competitività dei settori che sono esposti al mercato internazionale. Vanno combattute invece le inefficienze e le rendite e in questo i sindacati possono dare una mano, soprattutto nei settori dove sono presenti. È giusto spegnere il focolaio di incendio innescato dall’articolo 18. È altrettanto doveroso evitare che se ne formi un altro sulla piattaforma dei metalmeccanici e sui dati Eurispes. E non si può pensare che siano sempre Cisl e Uil a fare la parte dei pompieri. L’interesse è di tutti i lavoratori e non solo di quelli rappresentati da questi due sindacati.