“Commenti&Analisi” Il rischio è che gli italiani credano che questa è davvero la riforma fiscale (P.Macry)

01/12/2004
    mercoledì 1 dicembre 2004
    pagina 2 commenti

    PARADOSSI. SAREBBE QUESTO IL MOMENTO PER UN BEL GIROTONDO
    di PAOLO MACRY

    Il rischio è che gli italiani credano che questa è davvero la riforma fiscale
    La colpa di Berlusconi è confondere il riformismo col solito slalom tra le corporazioni

    La riforma fiscale di Berlusconi pone un problema serio. E non perché costringa la sinistra a dire la sua sulle tasse (anzi). Né perché affronti il tabù populista di sgravare i redditi medio-alti (anzi). Il rischio, minaccioso quanto lapalissiano, è che gli italiani credano che questa sia davvero una riforma fiscale. Che si abituino all’idea di un reaganismo in salsa di pomodoro. Che scambino per svolta epocale quanto è piuttosto un gioco di equilibrismo doroteo, uno slalom fra i soliti untouchables, le corporazioni sindacali, l’artiglieria del pubblico impiego, il Gulag delle pensioni di mezza età e dei sedicenti invalidi, le riserve indiane del mattone e della borsa. Ci spiegano, gli economisti, che servirebbe usare l’accetta. Tagliare la selva ingiusta della spesa e restituire un fiume di denaro alle famiglie afflitte dall’Irpef e dai pessimi servizi pubblici. Il paese assiste invece all’ennesimo tentativo di mettere assieme il diavolo e l’acqua santa, il mercato e lo stato, la frusta della competizione e il miope calduccio del Welfare. E rischia di cadere in un insidioso equivoco semantico, prendendo per riformismo quel che è, piuttosto, l’ultimo episodio del coriaceo conservatorismo politico-sociale del paese.

    Ma questo, dicono a Palazzo Chigi, è un primo passo, importante perché simbolico. E sarebbe anche un discorso comprensibile, se la direzione fosse quella giusta e se non accadesse invece che persino quel minimo 0,3 o 0,4 per cento di Pil destinato alle tasche dei contribuenti non derivasse da un puzzle di piccole contingenze, ulteriori condoni, future gabelle sul tabagismo e non pretendesse di convivere con gli aumenti ai burocrati, il tabù del ticket sanitario, il furbesco posticipo delle nuove pensioni. Sicchè, da gennaio, scoprendo qualche spicciolo in più nella busta paga, milioni di italiani avranno presumibilmente una reazione di istintivo buonumore, come quando si trovano venti euro sul marciapiede, ma anche di mestizia, perché vedranno confermata l’antica esperienza che le riforme sono parole al vento, miraggi che, quando sembrano finalmente maturare, svelano la propria estrema miseria. Con la prevedibile conseguenza di un ulteriore calo delle aspettative sociali e della stessa credibilità di ogni ipotesi di innovazione. Del che dovrà preoccuparsi il Cavaliere (quanti voti renderà davvero il dono di Natale?) ma neppure avranno troppo da compiacersi gli uomini del centrosinistra.

    Soprattutto coloro che spererebbero in un Prodi bis efficace, coraggioso, riformista. A una popolazione accasciata da umori depressi sarà mai possibile fare promesse scintillanti? Potrebbe mai crederci? E come convincere i partner comunisti dell’Alleanza che la sinistra deve mettere in cantiere quel che neppure il sedicente campione del liberismo ha avuto il coraggio di fare?

    Non che possa succedere davvero, ma sarebbe questo il momento di assediare il Palazzo con un bel girotondo. Perché una cosa appare chiara, a tre anni dal trionfo del 2001. Che il buco nero dell’esperienza berlusconiana – la sua preoccupante eredità – rischia di essere non già il regime paventato dai Colombo e neppure le temerarie leggi di autodifesa personale, ma una sorta di neotrasformismo che, un passo dopo l’altro, ha mutato la rivoluzione liberale nella mediazione corporativa. E che ha stravolto le promesse del Patto di casa Vespa nel balbettìo di una giustizia riscritta con tale buona educazione da disgustare al tempo stesso magistrati e avvocati, di un liberismo che somiglia sempre più al fantasma in sedicesimo dell’Iri, di un costituzione che nasce dall’assemblaggio faticoso di parti spesso antitetiche.

    Dopo tutto, il problema non sono le cattive riforme (che si possono sempre abolire o rifare), ma l’uso improprio – terribilmente diseducativo – della categoria di innovazione, la quale (recita il Devoto-Oli) consiste nel «rinnovamento radicale di una prassi». Quanto sia diversa questa prassi neocentrista da una storia che nasce molto tempo fa – e molto più nobilmente – nelle stanze di Cavour e di Rattazzi, è tutto da discutere. E’ questa la colpa di Berlusconi. Non già essere un governo conservatore – ce ne sono stati tanti altri, nella nostra storia, che uno in più non fa differenza – ma voler convincere gli italiani che è questo il riformismo.