“Commenti&Analisi” Il rischio delle «uscite» anticipate (T.Boeri)

22/07/2004


        giovedì 22/7/2004
        sezione: IN PRIMO PIANO – pag: 2
        Il sondaggio / Incertezza politica e fughe dal sistema
        Il rischio delle «uscite» anticipate
        TITO BOERI
        La riforma Maroni-Tremonti ha un problema strutturale, un difetto di fabbricazione rimarcato da molti in questi mesi: si prevedono interventi molto restrittivi (il cosiddetto "scalone"), che impongono un rinvio forzoso di 3-4 anni del pensionamento, lasciando tuttavia nei prossimi 4 anni la possibilità alle generazioni (e coorti contributive) che acquisiranno il diritto di accedere a una pensione di anzianità di uscire con le regole attuali. Questo diritto di fuga viene addirittura sancito con uno strumento giuridicamente assai discutibile (non può certo impedire future decisioni del Parlamento in senso contrario): la cosiddetta certificazione dei diritti acquisiti.

        Come messo in luce da diversi interventi sul sito www.lavoce.info, l’impatto della riforma sulla spesa pensionistica dipenderà in modo cruciale da quanto credibile risulterà questa promessa di non toccare nulla da qui al 2008. Se le generazioni sulla carta "esentate" dalla riforma dovessero temere nuovi interventi restrittivi che penalizzino anche loro, il rischio è che vanifichino i risparmi successivi al 2008 con un incremento dei flussi verso l’anzianità da qui ad allora. Questo porterebbe a un forte incremento della spesa pensionistica proprio in un momento molto delicato per il nostro deficit. Ed è proprio lo stato della nostra finanza pubblica a rendere meno credibile la promessa della certificazione: non a caso proprio in questi giorni si è tornato a parlare di "finestre verso le anzianità bloccate" nella Finanziaria 2005, nell’ambito di quel pacchetto di misure che dovrebbero impedirci di sforare i vincoli del Patto di stabilità.

        Ma quanto forte è il "rischio politico" di futuri cambiamenti nelle regole di pensionamento nelle percezioni dei contribuenti? Importanti indicazioni a questo riguardo vengono da un’indagine svolta da Carlo Erminero & Co. per conto della Fondazione Rodolfo Debenedetti nel marzo del 2004. L’inchiesta ha interessato 1.500 individui di età compresa fra i 18 e i 79 anni, sulla base di interviste telefoniche condotte con il metodo C.A.T.I. (vedi scheda). Accanto a una serie di domande volte a stabilire il sostegno politico a diversi tipi di riforme della previdenza (innalzamento età di pensionamento, incremento dei contributi o riduzioni delle prestazioni), il questionario poneva ai rispondenti una serie di domande volte a mettere in luce la percezione del rischio politico da parte dei contribuenti. In particolare, si chiedeva agli intervistati di evidenziare il fattore determinante le loro scelte circa l’età di pensionamento, offrendo tre possibilità: 1) ragioni personali o familiari (non economiche), 2) calcolo di convenienza economica e 3) timore che nuove riforme possano cambiare le regole di pensionamento. Le prime tre colonne sulla sinistra del grafico ci riportano le risposte a questa domanda. Come si vede, il rischio politico è per un contribuente su due il fattore più importante che condiziona la scelta su quando andare in pensione.

        Non necessariamente questa forte percezione del rischio politico si traduce in flussi anticipati verso la pensione da qui al 2008. Perché ciò avvenga ci vuole in concorso di altri due fattori: un’anzianità anagrafica e contributiva tale da permettere comunque l’uscita prima del 2008 e una forte reattività al dibattito pubblico e alle scelte politiche in tema di previdenza. I due grafici forniscono proprio informazioni a questo riguardo mostrando che sono proprio i soggetti più vicini all’età di pensionamento e quelli più attenti a seguire il dibattito sulla riforma del sistema previdenziale, a temere il rischio politico. Più di un ultracinquantenne su due intende decidere quando andare in pensione in base all’evoluzione del quadro normativo e al rischio di ulteriori inasprimenti delle regole.

        L’attenzione al dibattito pubblico sulla riforma del sistema previdenziale non sembra peraltro ridurre queste preoccupazioni. Al contrario, il 50% di coloro che hanno seguito con molta attenzione il confronto politico su questi temi ritiene che sarà il timore di nuove riforme ciò che li spingerà ad andare in pensione.

        In sintesi, il rischio di fughe anticipate è tutt’altro che remoto. Molti contribuenti decidono quando andare in pensione proprio soppesando il rischio politico di nuove riforme. E queste fughe si sono già verificate alla vigilia di altre riforme previdenziali. Il fatto grave è che in questo caso la vigilia è molto lunga: durerà ben quatro anni.

        Abbiamo già qualche prima avvisaglia di ciò che potrà accadere. L’Inps ha recentemente reso pubblici i dati sulle domande di pensioni d’anzianità del primo semestre 2004, che evidenziano un calo del 5,4% rispetto allo stesso periodo del 2003, e molti giornali hanno ravvisato in questo dato un rallentamento dei flussi verso le anzianità stimolato dai promessi incentivi per il prolungamento della vita lavorativa. In realtà, i dati dell’Inps vanno letti tenendo conto del fatto che proprio nel 2004 è aumentato di un anno (da 37 a 38) il requisito di accesso alla pensione di anzianità per i dipendenti privati e sono aumentati sia i requisiti di età anagrafica che di anzianità contributiva dei dipendenti pubblici. Quando si tenga conto di questo irrigidimento delle regole, si nota come le domande di pensionamento sono in realtà aumentate di circa il 4% rispetto all’anno scorso e le domande effettivamente accolte sono cresciute di circa il 17% rispetto allo stesso trimestre del 2003.

        Meglio dunque non scherzare col fuoco e rendere pubblici al più presto i contenuti delle manovre che il Governo intende intraprendere per sostituire le molte una tantum di questi anni. Servirà per tranquillizzare i contribuenti circa il fatto che non verranno chiuse le loro finestre da qui al 2008.