“Commenti&Analisi” Il rischio: alti costi e inefficienze (T.Boeri e G.Tabellini)

05/04/2004

      sezione: COMMENTI E INCHIESTE
      data: 2004-04-03 – pag: 8
      autore: DI TITO BOERI E GUIDO TABELLINI
      Il rischio: alti costi e inefficienze
      di Tito Boeri e Guido Tabellini
      L’ idea di aumentare per legge le ore lavorate sembra rientrata. L’attenzione del governo si è invece spostata sui tagli di imposta. Il cambiamento di enfasi e di strumento è quanto mai opportuno. Una riduzione del prelievo contributivo sul lavoro, finanziata da un taglio di spese di pari importo, può avvicinarci agli obiettivi di Lisbona. Il taglio per legge delle ferie rischia, invece, di aumentare il divario in ore lavorate con i Paesi che crescono di più, a partire dagli Stati Uniti.
      Aumenta il divario. L’occupazione dipende dal costo del lavoro per ora lavorata. Imporre per legge un numero di ore lavorate diverso da quello liberamente scelto dalla contrattazione privata può solo creare inefficienze e far salire il costo orario del lavoro. Già il governo Jospin in Francia aveva provato a imporre per legge un orario ridotto, nell’illusione di aumentare il numero di occupati. Il risultato è stato aumentare il costo delle ore lavorate, a scapito di tutti. L’operazione inversa — aumentare per legge il numero di ore lavorate da ogni individuo — avrebbe lo stesso effetto. Lo stipendio mensile aumenterebbe, probabilmente più che in proporzione, per compensare le inefficienze create dall’intervento legislativo. Chi ha già un impiego probabilmente lavorerebbe di più, ma ci sarebbero meno persone con un lavoro. E il divario in ore lavorate con gli Usa — un divario nella percentuale di persone che hanno un lavoro molto più che nel numero di ore lavorate da chi un impiego ce l’ha — aumenterebbe. È meglio quindi lasciare la scelta su come compensare i lavoratori alla fine del mese (se con più salario o con più tempo libero) alla contrattazione fra imprese e lavoratori.
      Ridurre le tasse. Se davvero vogliamo aumentare il numero di ore lavorate, la via maestra è quella degli incentivi, e in particolare delle riduzioni del prelievo fiscale e contributivo sul lavoro. Oggi si lavora poco anche perché i redditi da lavoro sono tassati troppo. Le conseguenze delle imposte sui redditi da lavoro dipendono da chi ne sopporta l’onere, se le imprese, che pagano un costo del lavoro più elevato, o i lavoratori, che ricevono un salario netto più basso.
      Nel caso dei lavoratori che non sono tutelati dal sindacato, l’onere delle imposte è principalmente su di loro. Gli effetti dei tagli fiscali quindi si esplicano soprattutto attraverso un aumento del salario netto e tramite l’offerta di lavoro. Molti studi dimostrano che l’aumento dei salari netti induce aumenti più rilevanti dell’offerta di lavoro tra chi è ai margini del mercato del lavoro, soprattutto tra le donne. In Italia il 30% delle madri non torna al lavoro dopo la maternità e quasi la metà di coloro che sono in cerca di prima occupazione hanno almeno un diploma di scuola secondario. Si tratta in entrambi i casi di lavori potenzialmente ad alta produttività, in grado di generare una forte riduzione del costo del lavoro per unità di prodotto e far crescere l’economia. Lo strumento per concentrare i tagli d’imposta su queste categorie di lavoratori sono le detrazioni fiscali.
      Redditi alti. Una seconda distorsione sull’offerta di lavoro riguarda i redditi alti. Il colpevole è elevata aliquota marginale. Lo strumento per porvi rimedio è ridurre la progressività delle imposte, che in Italia è elevata. Ma la distorsione è meno rilevante della precedente, perché i lavoratori coinvolti sono un numero più esiguo. Quando i lavoratori sono tutelati dal sindacato, essi possono riuscire a scaricare sul datore di lavoro buona parte dell’onere fiscale. In questo caso, le imposte sul lavoro hanno anche un effetto sulla domanda di lavoro. Abbassare il prelievo farebbe scendere il costo del lavoro per le imprese e quindi potrebbe favorire la creazione di nuovi posti di lavoro. Lo strumento per raggiungere questo obiettivo è una riduzione generalizzata del prelievo fiscale complessivo (Irpef e contributi sociali) sui redditi da lavoro mediobassi nel settore privato. Questo intervento potrebbe anche facilitare un maggiore decentramento territoriale della contrattazione.
      Sgravi fiscali. Molti lavori a bassa produttività sono concentrati al Sud. Uno sgravio fiscale su questi redditi potrebbe forse indurre il sindacato ad accettare riduzioni del costo del lavoro che non abbassino i salari netti dei dipendenti e facilitare l’emersione del sommerso, oggi per l’80% concentrato al Sud. Queste riduzioni del prelievo fiscale per i salari bassi sarebbero un primo tassello importante di un nuovo sistema di welfare compatibile con forti incentivi al lavoro. Potrebbero essere finanziate tagliando le spese per politiche attive del lavoro di assai dubbia efficacia, che oggi ammontano allo 0,6% del Pil. È anche possibile (per prudenza è meglio non contarci) che una parte della riduzione delle imposte possa essere finanziata dall’aumento della base contributiva legata all’emersione del sommerso. L’obiettivo del Governo.
      Ma sarebbe ingenuo pensare che l’azione del governo sia motivata solo o soprattutto da questi criteri di efficienza economica.
      Elezioni in vista. La principale motivazione politica per abbassare le imposte non è certo quella di aumentare le ore lavorate. La vera ragione sono le imminenti elezioni europee. L’evidenza empirica tratta da un ampio campione di democrazie mostra che, in un anno elettorale, in media il disavanzo fiscale sale di quasi mezzo punto di Pil, prevalentemente per via di tagli d’imposta. In Italia lo aveva fatto anche il governo Amato prima delle precedenti elezioni politiche. Ora lo farà il governo Berlusconi, prima di quelle europee. Anche l’entità del taglio promesso (sei miliardi di euro) è perfettamente in linea con l’esperienza dei cicli elettorali in questo e in altri Paesi.
      Non è detto che questa motivazione elettorale per i tagli d’imposta riduca i loro effetti benefici sull’economia. Per certi aspetti i tagli possono anche ridurre gli effetti negativi del ciclo politico. Poco dopo le elezioni europee vi saranno le elezioni politiche, ovviamente ancora più importanti per il governo. Si può immaginare che l’assalto alla diligenza del bilancio dello stato sarà quasi irresistibile. È meglio quindi se la cassa è già stata svuotata, perché questo renderà più difficile spendere di più l’anno prossimo. Sempre che la cassa non sia già vuota, perché i primi dati disponibili sul fabbisogno nel 2004 sono tutt’altro che incoraggianti. Inoltre, casse vuote possono anche ostacolare tagli mirati della spesa, o riforme strutturali che richiedono anche misure di compensazione.
      Siamo troppo cinici a imputare una motivazione prevalentemente elettorale per i tagli d’imposta che il governo si accinge a promettere? Il governo ha un modo credibile per smentire questa interpretazione e mostrare le sue buone intenzioni: accompagnare ogni taglio di imposta con riduzioni di spesa di pari importo. Renderebbe i tagli credibili e sostenibili, quindi più efficaci nei loro effetti di stimolo della crescita. Come suggerito da diversi studi, i tagli di imposta che non implicano un aumento del disavanzo riescono ad avere effetti maggiori sulla crescita.