“Commenti&Analisi” Il prossimo 23 luglio – di C.Dell’Aringa

08/05/2003



              Giovedí 08 Maggio 2003
              Commenti


              Il prossimo 23 luglio
              di CARLO DELL’ARINGA

              Tutto finisce come era incominciato dieci anni fa. Anche allora un settore importante della Cgil non voleva abbandonare il vecchio sistema di determinazione dei salari e non voleva fare proprie le novità contenute in quell’accordo sul costo del lavoro che si sarebbe poi firmato il 23 luglio del 1993. E ora, come allora, un altro settore importante della Cgil rimane ancorato a un sistema di determinazione dei salari che, dopo dieci anni, avrebbe bisogno di essere riformato per fronteggiare le nuove sfide del cambiamento. All’origine della firma separata del contratto dei metalmeccanici c’è evidentemente lo scontro politico in atto tra Cgil da un lato e Cisl e Uil dall’altro, uno scontro politico che dura ormai da un anno e che riguarda la stessa concezione del ruolo che il sindacato deve svolgere nella società e nell’economia. E la Fiom incarna l’ala più oltranzista dello schieramento di sinistra, come la vicenda dell’art.18 dimostra chiaramente.

              Ma non è solo questo. Il clima di tensione fra le diverse sigle sindacali non ha impedito a categorie anche agguerrite della Cgil di firmare rinnovi contrattuali in modo unitario in importanti settori che vanno dai ministeri, ai tessili, ai ferrovieri, ai poligrafici, ecc. Il contratto dei metalmeccanici è una eccezione e non la regola rispetto alle modalità con cui si svolge l’attuale stagione contrattuale.
              Ma quello dei metalmeccanici è anche il più importante dei contratti collettivi nazionali e ad esso si è sempre guardato per individuare eventuali segni di cambiamento nel sistema di relazioni industriali del Paese. Ebbene la Fiom ha colto l’occasione per illustrare la propria linea sui possibili percorsi di cambiamento e questa linea consiste nel mantenere, anzi rafforzare se possibile, il contratto nazionale di categoria. Di qui la richiesta di aumenti uguali per tutti e di ottenere con il Ccnl una distribuzione degli aumenti di produttività che in questi anni sono stati accumulati dal sistema delle imprese. Queste richieste si sono rivelate indigeste non solo per la Federmeccanica, ma anche per la Cisl e la Uil. Troppo "vecchia" e ormai superata è infatti la richiesta di aumenti di carattere egualitario; mentre troppo elevata è la richiesta di aumenti salariali, che non solo avrebbe mandato in crisi i conti delle aziende, ma avrebbe anche spiazzato le rivendicazioni sindacali portate avanti in altri settori, che a quel punto si sarebbero dimostrate eccessivamente moderate. Ma soprattutto quelle richieste intendevano potenziare oltre ogni misura i contenuti economici del contratto nazionale, rafforzando l’idea (che la Cgil propugna) di non dare spazio, nemmeno in prospettiva, ad altri livelli di contrattazione e a qualche forma di flessibilità salariale. Esattamente il contrario di quello che vogliono Cisl e Uil.
              La Cisl e la Uil vogliono infatti un cambiamento del modello su cui si basa l’Accordo del 1993. Vogliono un sistema contrattuale che, nel rispetto della politica dei redditi, e sulla base di un Ccnl di garanzia minima per tutti, sia più flessibile e tenga conto delle diverse condizioni in cui le imprese si trovano ad operare sul territorio. Per quel che sembra di capire, anche la Federmeccanica non è del tutto chiusa a una prospettiva di questo tipo. Se anche questa (oltre a quella puramente politica) è la posta in gioco, bene hanno fatto le parti sociali firmatarie a chiudere in fretta il contratto. Tenerlo aperto e negoziare al contempo un riassetto dei livelli contrattuali si sarebbe dimostrata impresa praticamente impossibile. Vi sarebbe stata troppa carne al fuoco e si sarebbe creato un terreno proficuo per chi avesse voluto puntare troppo in alto, con il rischio (e l’intenzione) di non arrivare a nessun risultato.
              In questo modo il terreno è sgombro, e chi ha idee da proporre per riformare (in meglio) l’Accordo del luglio 1993, può farlo, perché per lo meno non trova altri temi scottanti sul tappeto. Ostacoli di natura politica certo rimangono, e non sarà facile superarli. Ma il prossimo 23 luglio potrebbe essere l’occasione per ritrovare un’unità di intenti e guardare avanti, per rendere le relazioni industriali più in linea con gli obiettivi di crescita e di piena occupazione che il nostro Paese deve perseguire. Poche parole sul contratto firmato. È in linea con la politica dei redditi del 1993 che tanto ha contribuito alla stabilità economica, al risanamento delle finanze pubbliche e allo sviluppo occupazionale di questi anni. È un contratto innovativo perché impegna le parti a rivedere la classificazione del personale vecchia di trent’anni e anch’essa non più in grado di rispondere alle importanti esigenze di un’organizzazione del lavoro che, in questo lungo periodo, ha subito una vera e propria rivoluzione.
              È stato firmato senza passare attraverso una eccessiva conflittualità e si può solo sperare che la Cgil, se vuole essere protagonista, lo sia in positivo, esplorando il terreno comune dei futuri traguardi da raggiungere. L’appartenenza all’Europa non ci permette sbandamenti salariali che talvolta hanno caratterizzato la nostra storia sindacale. Occorre invece un grande sforzo per raggiungere gli obiettivi che la Comunità Europea ci ha proposto.