“Commenti&Analisi” Il problema è la Cgil: deve scegliere fra le sue due anime (P.P.Baretta)

28/07/2004


            mercoledì 28 luglio 2004

            sezione: IN PRIMO PIANO – pag: 4
            INTERVENTO
            Il problema è la Cgil: deve scegliere fra le sue due anime
            di PIER PAOLO BARETTA*
            * segretario confederale Cisl

            Si è persa un’opportunità. Non perché dopo la pausa estiva non possano riprendere i confronti unitari prima, e con Confindustria poi. È possibile e auspicabile che ciò avvenga; la Cisl lavora, con determinazione, perché questo si realizzi.
            Cominciamo col dire che il documento di Confindustria è un buon documento. Certo necessita di correzioni e integrazioni. I temi enunciati rispecchiano l’agenda della nostra piattaforma e sono in continuità con l’accordo dello scorso anno. Il taglio critico verso il Governo, inoltre, gli conferisce un sapore non strumentale (e in questo è la differenza con il precedente accordo).
            Giorgio Cremaschi sostiene che Montezemolo è peggio di D’Amato. Il punto è che la Fiom ha esplicitamente dichiarato l’indisponibilità a un confronto di merito e se a questo si somma quanto accaduto nel rinnovo del contratto del commercio e dei chimici e, su tutto, l’abbandono da parte di Epifani del tavolo prima che questo si formasse, si ritorna al vero problema. Nel movimento sindacale italiano continuano a esistere due linee: una massimalista e antagonista e una riformista. Avviene, al massimo grado, in Cgil dove per ragioni comprensibili, ma non giustificabili, non esplodono mai del tutto. È troppo chiedere alla Cgil di sciogliere questo enigma? La nostra unità di azione e programmatica con la Cgil dipende molto da questo punto. La situazione economica è in stallo, quella politica è vischiosa e non si può escludere il ricorso a elezioni anticipate, il che rende il prossimo autunno inverno molto delicato.
            È bene, dunque, che a settembre si affronti una seria discussione strategica e programmatica. La doccia fredda dei giorni scorsi non può ripetersi in autunno. Cominciamo, allora, col dire che il movimento sindacale italiano deve evitare di cadere nella grande trappola pronta a scattare a fine anno col rinnovo del contratto dei metalmeccanici.
            Possiamo permetterci la riedizione della vicenda precedente? Possiamo aspettare di sapere se la Fiom si manterrà all’interno del perimetro tracciato dal 23 luglio o, con piattaforme capestro, punterà come fece due anni fa, a scardinarlo? In tal modo entrando, di fatto, pesantemente nel merito degli assetti contrattuali, proprio mentre tenta di impedirne una riforma a livello confederale.
            Come si disinnesca questa trappola? Quali soluzioni consentiranno di rinnovare il biennio senza traumi, ma anche senza compromettere il negoziato sul modello? È presto per dare risposte, ma non per porci le domande.
            Se si vuole già affrontare il contenuto del controverso tema contrattuale, sono due gli aspetti delicati contenuti nel dibattito di questi giorni. Il primo, riguarda i livelli contrattuali. La questione non è di ingegneria contrattuale. La domanda alla quale rispondere è: dove si recupera la produttività, se a livello di contratto nazionale, da confermare, o se a quello decentrato, da rendere esigibile. Noi optiamo per questa seconda via e non ci nascondiamo che restano da risolvere dei nodi, il principale dei quali è dove si recuperano le risorse per finanziare i costi normativi del contratto nazionale (ma quali sono, altro bel quesito, le materie normative che davvero debbono restare al centro?).
            Domanda ben diversa dal dire che una quota di produttività (media di settore) va redistribuita nel salario contrattuale centrale. Il secondo è la teoria dell’inflazione obiettivo.
            Ovvero, sindacati e imprenditori si accordano, in assenza o in alternativa all’indicazione del Governo, sul livello inflazione al quale si rinnovano i contratti. La discussione comunque è già avviata e non è serio fingere che tutto stia fermo ad aspettare la commissione confederale.
            La discussione non è sui modelli ma sulle politiche, e riguarda il nodo accumulazione-redistribuzione: senza il primo non c’è il secondo, e non c’è sviluppo. Questo rende inscindibile la discussione sul modello contrattuale con quella del futuro economico del nostro Paese.
            Fissare una data per il confronto con la Confindustria non è un optional; tanto meno una forzatura da parte della Cisl. È la premessa per dare certezze di percorso.
            Tocca ancora a noi, ora, farci protagonisti di una nuova stagione nella quale il rilancio del sindacalismo confederale coincida con il rilancio del Paese.