“Commenti&Analisi” Il paradosso dell’attuale «contributivo» – di E.Fornero

25/02/2003




Martedí 25 Febbraio 2003
ITALIA-POLITICA


Il paradosso dell’attuale «contributivo»


DI ELSA FORNERO

L’attenzione sulle pensioni si surriscalda oppure si spegne a seconda dello stillicidio quotidiano di notizie, come i moniti di organismi internazionali, le polemiche da parte delle forze politiche, l’andamento di breve termine dei conti dell’Inps o del numero dei pensionamenti. Occorre invece considerare che il problema previdenziale è in larga misura determinato dall’incapacità delle regole del sistema, in particolare di quelle che definiscono la transizione verso il nuovo regime disegnato dalle riforme degli Anni ’90, a fronteggiare l’invecchiamento della popolazione. Si tratta cioè di un problema strutturale, da affrontare in un quadro più ampio che comprende, tra l’altro, le politiche dell’immigrazione e la partecipazione femminile al mercato del lavoro. Non un’attenzione episodica ed emotiva, pertanto, bensì un monitoraggio fine e di lungo termine, un interesse distaccato e continuativo si addicono al tema previdenziale. E con un’apertura al contesto europeo nel quale, sia pure in modo faticoso e con strumenti alquanto blandi, si sta definendo un quadro di obiettivi comuni per le riforme dei sistemi previdenziali, con un’enfasi sull’allungamento della vita lavorativa. Di fronte a una condizione di simile complessità appare necessario impostare, come viene richiesto a Bruxelles, una knowledge-based policy, espressione peraltro ispirata all’einaudiano "conoscere per deliberare". Per deliberare bene in questo campo, di conoscenza ce ne vuole molta e precisamente all’acquisizione di conoscenza è rivolta l’iniziativa del ministero del Lavoro, attraverso la sua Direzione generale per le reti informative e per l’Osservatorio del mercato del lavoro, di organizzare una serie di ricerche volte a far luce sulla struttura del mondo del lavoro, sui comportamenti dei lavoratori e sulle motivazioni di questi comportamenti, specie nel delicato passaggio tra lavoro e pensionamento. La base di queste ricerche, che, naturalmente, rispettano, attraverso un rigoroso anonimato, le norme della privacy, è costituita dalla gigantesca massa di dati raccolti dall’Inps attraverso gli "estratti conto" individuali che consentono, attraverso l’esame di consistenti campioni, una ricostruzione dettagliata delle carriere lavorative (limitata, ovviamente, ai soli lavoratori del settore privato). Una di queste ricerche, svolta congiuntamente da tre istituzioni torinesi – il CeRP e il LABORatorio R. Revelli, due centri di ricerca collegati con l’Università di Torino, e R&P, una cooperativa di ricerca con ampia esperienza di lavoro sui dati Inps – ha riguardato in modo specifico le «scelte di lavoro e di pensionamento dei lavoratori anziani in Italia». La ricerca si è proposta di mettere in luce, all’interno di uno schema analitico il più possibile uniforme, i ruoli rispettivi dei fattori istituzionali (regole previdenziali), del lato della domanda di lavoro (crisi aziendali e settoriali) e del lato dell’offerta (scelte del lavoratore) nel determinare il pensionamento. Essa ha consentito di evidenziare fenomeni empirici importanti (come, ad esempio, il cambiamento nelle "età tipiche" di uscita) e di correggere l’immagine stereotipata e forse un po’ idilliaca dei lavoratori cinquantenni che trascorrono senza scosse gli ultimi anni della vita lavorativa aspettando semplicemente il primo momento utile per la pensione. Questo è sicuramente vero per la maggioranza dei lavoratori ma per una cospicua minoranza le cose non sono così semplici. Gli anni dell’uscita dal mondo del lavoro sono spesso travagliati, il sentiero di uscita è molto più complicato e il momento del pensionamento è spesso determinato non già da una libera decisione individuale presa sulla base di considerazioni di convenienza economica, bensì da una situazione di crisi settoriale o aziendale. I lavoratori anziani appaiono infatti i più vulnerabili a tali crisi e i loro posti i primi a essere tagliati. L’analisi econometrica mostra poi che, a parità di anzianità, la probabilità di perdita del posto di lavoro è tre volte maggiore per le lavoratrici che per i lavoratori maschi. Sui "percorsi" di uscita dal mondo del lavoro acquista quindi un peso molto rilevante il venir meno della domanda, il che induce a ritenere che le politiche intese a modificare l’offerta di lavoro dei lavoratori anziani, rendendo più conveniente la continuazione dell’attività, non potranno che avere un’efficacia limitata se non saranno integrate da politiche che toccano il lato della domanda, aumentando la convenienza delle imprese a mantenere gli stessi lavoratori in attività. Al venir meno della domanda, i lavoratori reagiscono con decisioni individuali complicate dall’interazione con l’ambiente economico circostante, che possono comportare il cambiamento del datore di lavoro, periodi di occupazione autonoma alternati a occupazione dipendente, a disoccupazione, mobilità, cassa integrazione e inattività volontaria o involontaria in un insieme molto complesso di situazioni. Per quanto concerne la maggioranza dei lavoratori che, per fortuna, escono per loro scelta e senza particolari traumi, l’analisi mostra anzitutto come le uscite massicce a età relativamente giovani siano caratteristica più del periodo delle riforme che non del periodo precedente (nel quale il requisito dei 35 anni di anzianità contributiva costituiva, in particolare per le donne, un vincolo all’uscita piuttosto severo, a fronte di vite lavorative caratterizzate da una certa discontinuità). Si evidenzia, in ogni caso, un importante effetto della "ricchezza pensionistica" quale determinante dell’uscita: in altre parole, sono i lavoratori più sfortunati a dover posticipare il pensionamento per inadeguatezza di diritti maturati. Inoltre, simulazioni per il futuro rilevano il "paradosso" dell’avere scelto, nel nuovo regime contributivo, un’età minima per il pensionamento fissa (57 anni), anziché in qualche modo agganciata all’evoluzione della longevità; i dati simulati mostrano infatti un debole effetto netto, sull’età media di pensionamento, derivante dall’inasprimento delle regole previdenziali, che dovrebbe indurre la gente a lavorare di più e, per contro, dall’incremento della produttività che, aumentando la ricchezza previdenziale delle generazioni più giovani, le potrà indurre a uscire a età giovane. Al di là degli interventi che potranno essere adottati per incrementare, in conformità con gli obiettivi europei, l’età media di pensionamento già nel breve-medio periodo, la ricerca mette pertanto in luce come tale aspetto della nuova situazione di regime andrà comunque rivisto.