“Commenti&Analisi” Il momento della lungimiranza – di T.Boeri

01/04/2003



            Martedí 01 Aprile 2003
            COMMENTI E INCHIESTE
            Il momento della lungimiranza


            DI TITO BOERI

            Quando il ministro Maroni convocherà le parti per riaprire il confronto sulla legge delega in materia previdenziale dovrà inforcare occhiali con lenti convesse e chiedere ai presenti di fare altrettanto. La miopia va corretta se si vuole trovare un accordo sull’unico capitolo della trattativa in cui un qualche risultato concreto sembra alla portata. Si tratta del decollo della previdenza integrativa nel nostro Paese. Gli effetti positivi dello sviluppo di forme previdenziali complementari a quelle pubbliche si faranno sentire soprattutto fra 10-20 anni. È il tempo minimo perché l’apparizione di fondi pensione finalmente di una certa consistenza dia il suo contributo all’evoluzione del capitalismo italiano. Il declino del nostro Paese, la sua incapacità di crescere anche al passo moderato dei nostri partner europei, viene spesso attribuito all’opacità e al sottodimensionamento del nostro mercato dei capitali dovuto anche al mancato decollo dei fondi pensione. Due lustri sono anche quelli che ci separano dall’andata in pensione delle prime generazioni soggette alla riforma Dini. In assenza di previdenza integrativa, si troveranno ad avere una ricchezza pensionistica di circa il 30% più bassa delle attuali generazioni di pensionati. E quel che più preoccupa del mancato decollo del secondo e del terzo pilastro in Italia è il fatto che siano proprio le "Dini generation", i lavoratori più giovani quelli che oggi mancano all’appello dei fondi pensione. Per tutti questi motivi, il lancio della previdenza integrativa è un investimento di lungo periodo, al cui altare vale senz’altro la pena di sacrificare qualcosa nel breve periodo. Lungimiranza è richiesta al Governo, che dovrebbe riflettere attentamente prima di procedere a un dirottamento obbligatorio del Tfr verso i fondi pensione. Rischia una nuova conflittualità sociale dopo quella della battaglia sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Questa volta il fronte sindacale appare unito nell’opporsi a questa misura. E si preannunciano obiezioni di incostituzionalità. Il dirottamento del Tfr verso i fondi pensione non può che avvenire su basi volontarie ed essere incoraggiato con adeguati incentivi fiscali, riordinando al contempo la complessa normativa sulla tassazione dei fondi pensione. Importante, inoltre, varare in tempi brevi la riforma degli ammortizzatori sociali. Molti giovani lavoratori oggi non sembrano disposti a trasferire il Tfr ai fondi pensione proprio perché temono di perdere uno strumento, la liquidazione, molto importante nell’attutire la volatilità del reddito in un mercato del lavoro che loro destina carriere lavorative sempre più discontinue. Meglio, quindi, non rimandare quella mini-riforma dei sussidi ordinari di disoccupazione prevista dal Patto per l’Italia e rifinanziare il fondo nazionale per l’assistenza. Lungimiranza è richiesta ai rappresentanti delle associazioni di categoria che dovrebbero cercare una compensazione per la rinuncia al Tfr in maggiori agevolazioni fiscali e negli effetti positivi che il lancio dei fondi pensione avrà sui mercati azionari. Insistere per aumentare il grado di fiscalizzazione delle pensioni, ridurre i contributi previdenziali per i nuovi assunti a parità di trattamenti – così come previsto dal disegno di legge delega – rischierebbe invece di lasciarci in eredità un sistema previdenziale pubblico ancora più squilibrato di quello attuale. Ci sono voluti diversi anni per inculcare nelle menti degli italiani il principio contributivo, in base al quale si riceve in proporzione a quanto si ha versato nel corso dell’intera vita lavorativa. Abbandonare oggi questo principio responsabilizzante, permettere ad alcuni di mantenere le stesse pensioni versando meno equivarrebbe a fare un passo indietro di almeno sette anni, prima dell’approvazione della riforma Dini. Opportuno semmai rafforzare il regime contributivo estendendolo a tutti i pro rata e rendendolo più trasparente, inviando a tutti un estratto conto previdenziale che informi circa il potenziale trattamento pensionistico in via di maturazione. La trasparenza nel rendicontare i rendimenti di accantonamenti previdenziali alternativi è l’arma migliore per lanciare i fondi. Dalla sua nascita a fine 2001, un fondo chiuso come Fonchim ha garantito un rendimento lordo medio annuo del 5% contro il 3,2% del Tfr e il 3% dei contributi all’Inps. Lungimiranza, infine, è richiesta ai sindacati che non dovrebbero insistere per un trasferimento dei Tfr ai fondi chiusi. Fondi chiusi e fondi aperti non sono perfettamente sostituibili gli uni con gli altri. I primi sono strumenti negoziali, in cui le organizzazioni dei lavoratori possono spuntare concessioni in termini di liquidità e sostegno al reddito in caso di esuberi per gli aderenti. I secondi sono strumenti unilaterali, non sottoposti ad alcun negoziato fra lavoratori e imprese. Se i sindacati vorranno convincere i lavoratori che i fondi chiusi sono meglio dei fondi aperti dovranno riuscire a strappare condizioni che possano apparire a questi maggiormente vantaggiose. A partire dalla liquidità dei fondi, così ricercata da chi dovrebbe abbandonare uno strumento relativamente liquido come il Tfr. Chiedere, invece, un regime di monopolio per i fondi chiusi, dirottando il Tfr obbligatoriamente verso i fondi negoziali, condannerebbe questi ultimi a gestioni inefficienti e distoglierebbe i sindacati dalla loro funzione primaria che è quella di difendere, in quanto organizzazione collettiva, gli interessi dei lavoratori.