“Commenti&Analisi” Il male italico di una previdenza senza regole (G.Cossiga)

27/10/2003

ItaliaOggi (Primo Piano)
Numero
253, pag. 2 del 25/10/2003
Giovanni Cossiga


Politica economica.

Il male italico di una previdenza senza regole

´Dobbiamo uscire dal circolo vizioso di alta tassazione, alto debito e scarsa crescita’, afferma il governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, e sostiene che per riuscire ´serve una strategia più organica’. Anche sulle pensioni il Fazio-pensiero suona su una lunghezza d’onda più acuta rispetto al governo. Il progetto di riforma delle pensioni ´va nella direzione giusta’, ma sarebbe meglio far sparire le pensioni di anzianità ´in modo graduale e tempestivo’, cominciando subito invece di rinviare a un grosso scalino nel 2008. L’aumento della vita media rende inevitabile intervenire, prolungando il tempo della vita lavorativa, anche perché, soggiunge Fazio, la metà del debito pubblico attuale è dovuto agli squilibri del settore pensionistico dai primi anni 80 a oggi. La metà del debito pubblico attuale è all’incirca la differenza tra il debito pubblico tedesco e francese, al 60% del pil, e quello italiano, che oggi è appena sotto il 110% del pil. La grande zavorra del debito pubblico è stato e rimane un volano dell’aumento del deficit annuale per il peso sempre più ingombrante degli interessi da pagare all’esercito dei possessori di titoli di stato. La demolizione del debito purtroppo è ancora marginale, dopo gli anni delle finanziarie lacrime e sangue, le più recenti politiche di privatizzazione, la vendita degli immobili, le cartolarizzazioni. In concreto, la riduzione è dell’ordine del 10%, rispetto al massimo del 126% del pil raggiunto dalla parabola del debito. Il debito pubblico è dunque ancora oggi un fattore di rischio sulla strada di una ripresa dell’economia, che in Europa va male ma in Italia va peggio. L’alto debito, infatti, impone di mantenere alta la tassazione, per creare le risorse necessarie per contenere il deficit annuale e nel frattempo non interrompere il processo (lento) di riduzione del debito. Si crea così il circolo vizioso tra alta tassazione, che sottrae risorse ai cittadini in sciopero permanente dei consumi e degli investimenti, e debolezza cronica della crescita dell’economia. Come uscire da questo circolo vizioso, che spinge inesorabilmente l’Italia sulla strada in discesa della decadenza economica? Per Fazio è inevitabile che si riduca la pressione che la previdenza esercita sul budget pubblico, mediante un graduale ma tempestivo aumento dell’anzianità pensionabile.

La sregolatezza del sistema previdenziale negli ultimi vent’anni, dunque, ha una responsabilità grande sul malessere che incombe sull’economia del paese. A questo punto si pone una domanda inquietante sui motivi che hanno portato al crepuscolo che oggi preoccupa. La generazione dei padri, per andare precocemente in pensione, sembra non preoccuparsi degli effetti che produce sui figli e mostra la voluttà masochista di mettersi in panciolle anche a costo di mandare in malora i progressi eccezionali conseguiti dalla nostra economia. C’è l’illusione generale che alla fine il genio latino potrà risolvere il rebus, senza che l’invecchiamento della popolazione produca effetti sui tempi della pensione. Certo l’aumento enorme del debito pubblico è stato tollerato proprio sulla base della potente illusione che la crescita dell’economia, interrotta ormai da oltre un decennio, sarebbe ricomparsa come per miracolo, e avrebbe aiutato il paese ad uscire dalle difficoltà. La ripresa non si è verificata. Si è, anzi, delineata una condizione pre-recessiva, una sorta di palude nella quale l’economia del paese rischia di affondare. L’illusione tuttavia è restata, e continua a sopire le coscienze. Come mai?

Dalla metà degli anni 80 il sistema economico italiano ha rallentato il passo di marcia dimezzando la propria capacità di crescita. Era il risultato non certo inatteso dei vizi che il sistema aveva incorporato nella lunga parentesi di esposizione all’alta inflazione, durata oltre vent’anni. Il vizio sostanziale che l’inflazione prolungata ha creato nel tessuto produttivo del paese è stata la creazione di una sorta di virtuale chiusura del paese. Il paese e la sua economia si sono chiusi in sé, adoperando l’opacità dell’inflazione per rinserrarsi nel bozzolo. Una parte importante dell’economia italiana, dalla struttura produttiva ai servizi, ha sfruttato l’iniqua tassa dell’alta inflazione per guadagnare il vantaggio dei prezzi crescenti tra la fase dell’acquisto delle scorte e della produzione e quella successiva della vendita. Questa condizione offre la possibilità di tollerare inefficienze e costi in libertà, contando sull’aumento nominale dei ricavi. Un aiuto ulteriore all’inefficienza e al mantenimento di alti costi è consentito, nelle fasi dell’alta inflazione, dal meccanismo della scala mobile che rende inevitabile l’aumento dei prezzi nominali e dal meccanismo dei rinnovi contrattuali che ritarda il recupero dei salari. La progressiva inefficienza del sistema ha coinvolto anche i settori che lavorano per l’esportazione. La tutela è venuta in questo caso dal meccanismo delle svalutazioni competitive. In altre parole, la svalutazione periodica della moneta sulle principali valute estere produce un vantaggio competitivo, con la riduzione dei prezzi all’export espressi in dollari marchi sterline ecc. Il problema dei costi esuberanti e della struttura produttiva inefficiente è venuto poi alla luce alla metà degli anni 80, quando il meccanismo dell’inflazione ha ridotto l’andatura. A quel punto, il sistema ha subito un brusco rallentamento della velocità di sviluppo, fino ai risultati poco esaltanti degli anni 90.

Si sono create così le condizioni per un aumento del debito pubblico, perché il recupero, parziale, della capacità competitiva ha richiesto il controllo dei costi, con l’espulsione anticipata di forza lavoro. Si avvia in quegli anni la progressiva riduzione della forza lavoro e l’aumento abnorme di pensionati. La legislazione tende a promuovere l’esodo anticipato dei lavoratori, introducendo norme che rendono conveniente l’anticipo dell’età della pensione. Anche in questo caso un’altra illusione spinge a favorire la pensione anticipata. Il trasferimento allo stato del maggiore onere per la previdenza avrebbe avuto carattere provvisorio, perché la ripresa della congiuntura avrebbe ridotto la dimensione dell’esodo verso la pensione. Nel frattempo, l’uscita degli anziani dal mondo del lavoro avrebbe favorito l’ingresso dei giovani almeno in una parte dei posti lasciati liberi. La realtà è stata assai diversa, perché non solo l’elefantiasi della previdenza non ha prodotto lavoro per i giovani, ma ha interrotto bruscamente la creazione di posti di lavoro nelle pubbliche amministrazioni, oppresse dal peso di deficit crescenti. La doppia illusione, sulla ripresa forte che ancora non si è vista e sullo scambio improbabile del lavoro tra giovani e anziani, è ancora forte. Ne è testimone la forte pressione sui prezzi che ha tratto spunto dal cambio della moneta. È noto che con il cambio della moneta ci rimette il consumatore. Nel caso italiano, tuttavia, il carattere macroscopico degli aumenti dei prezzi è un evidente sintomo della persistente speranza in larga parte dei settori produttivi che si possa tornare al passato, scaricando inefficienze sui prezzi crescenti. Il crollo delle esportazioni dovrebbe togliere quest’illusione, anche perché la valvola delle svalutazioni competitive non è più disponibile.