“Commenti&Analisi” Il maggioritario? Non possiamo imporlo (A.Bombassei)

12/04/2005
    lunedì 11 aprile 2005

    SINDACATO / La proposta Ichino per riformare la rappresentanza
    Il maggioritario? Non possiamo imporlo

      di Alberto Bombassei*
      Vicepresidente Confindustria
      per le Relazioni industriali e gli Affari sociali

        Con la sua consueta coerenza logico-giuridica, il professor Ichino ha sviluppato qualche giorno fa sul Corriere della Sera alcune valutazioni sulla passata vertenza dei metalmeccanici per riproporre il tema della misurazione del grado di rappresentanza dei sindacati italiani. Scrive Ichino: «Se ci fosse stata una buona legge sulla rappresentanza sindacale, nel 2003 (ma anche nel 2001, aggiungo io) Cisl e Uil non avrebbero potuto rinnovare da sole il contratto dei metalmeccanici. Ma a quel punto, poiché la Cgil non sarebbe riuscita ad ottenere quel che richiedeva dalla Federmeccanica, il mancato rinnovo del contratto sarebbe stato chiaramente imputabile alla sua linea massimalista; ed oggi, dopo due anni di digiuno contrattuale, quella linea sarebbe in crisi». Ragionamento teoricamente corretto ma che sottovaluta il fatto che la vicenda dei due rinnovi del contratto dei metalmeccanici conclusi senza una sottoscrizione unitaria, è stata la dimostrazione che il nostro sistema di relazioni industriali, per quanto imperfetto ed incompiuto – basato com’è su regole di fatto e non istituzionalizzate, a dispetto dei precetti costituzionali – ha dato buona prova di sé. Non so, infatti, cosa sarebbe capitato se non avessimo fatto nessuno dei due rinnovi attribuendo così – come sostiene Ichino – alla Cgil «la responsabilità di infliggere ai lavoratori due anni di quaresima continua». Penso che sarebbe stata una quaresima per tutti, lavoratori ed imprese, in una situazione di permanente conflitto, dagli esiti alterni ma pur sempre negativi per l’andamento dell’intera economia. La scelta che gli imprenditori del settore hanno a suo tempo maturato, non ha mai avuto nessun contenuto ideologico né alcuna aspirazione di rendere più o meno "forti" le organizzazioni sindacali.

          Allora, come in ogni altra analoga occasione presente e futura, gli imprenditori sono stati chiamati a valutare la soluzione più adeguata per rendere compatibile le esigenze delle imprese con i bisogni dei lavoratori. Nei fatti, quei contratti hanno "retto", come si dice in sindacalese, sono stati applicati a tutti i lavoratori, iscritti e non iscritti ai sindacati (e questo è un altro aspetto positivo che deriva dalle nostre relazioni industriali "di fatto"). Questo non significa che comunque tutto va bene e non c’è bisogno di interventi.

          Dice soltanto, a mio giudizio, che porre mano alla definizione di regole per disciplinare la rappresentanza dei lavoratori (ma, inevitabilmente, anche delle imprese), richiede molta attenzione e non può essere considerata alla stregua di un esercizio di ingegneria contrattuale da condurre a tavolino. Gli stessi modelli in atto nei maggiori paesi industrializzati non ci danno indicazioni sulla utilità o no di avere un sistema di rappresentanza disciplinato per legge. Come Confindustria devo ricordare che, da tempo, abbiamo posto alle tre segreterie confederali il tema di definire regole per la rappresentanza. La questione da porre è se, come io credo, la disciplina della rappresentanza non debba prioritariamente formare oggetto di un ampio accordo fra le parti che solo successivamente trovi "sostegno" nell’intervento di recepimento da parte del legislatore.

          Sin dal maggio scorso la presidenza di Confindustria ha affermato con chiarezza che abbiamo bisogno, mi si passi l’enfasi, di un nuovo "patto costituzionale" fra le parti sociali che affronti tutti gli aspetti essenziali delle regole di relazioni industriali. Un accordo in materia dovrebbe rivedere tutti gli aspetti che influiscono sul normale svolgimento del rapporto in azienda: dalle regole per lo sciopero alle clausole di tregua sindacale, dalla capacità dei rappresentanti nazionali di far rispettare nel territorio i contenuti dei contratti collettivi, alla introduzione di idonee procedure di conciliazione ed arbitrato che, assistite – diciamolo chiaramente – da specifiche sanzioni, diano la possibilità di intervenire in caso di mancato rispetto degli accordi raggiunti ai diversi livelli. So bene che le riforme delle relazioni sindacali sono quasi sempre state il frutto di un paziente "lavorio" dell’autonomia collettiva, fatto di conflitti e di intese, perfezionato ad adiuvandum dall’intervento del legislatore. È dal 14 luglio dello scorso anno che abbiamo invitato i sindacati ad affrontare questi temi. La pazienza l’abbiamo esercitata, forse è il momento che inizi il "lavorio" dell’autonomia collettiva.