“Commenti&Analisi” Il lavoro è mobile – di M.Belpoliti

19/03/2003


              19/3/2003

              IN ITALIA LA PROFESSIONE NON È LEGATA AGLI STUDI FATTI
              IL LAVORO È MOBILE
              Marco Belpoliti

              IN un ufficio comunale per rinnovare la carta d’identità. «Intende mettere qualcosa riguardo allo stato civile? Coniugato, separato o divorziato? Oppure nulla?». «Si può mettere nulla?» «Certo, lo consente la legge sulla privacy». «Riguardo alla professione può scrivere invece quella del documento precedente». «Non è necessario». «Per la privacy?». «No, si è deciso di non mettere più la professione, tanto la si cambia così rapidamente». La novità è questa: la professione non costituisce più un elemento di identificazione personale. La decisione è in armonia con le recenti statistiche e inchieste a livello europeo: si conserva il proprio lavoro, in media, per non più di tre o quattro anni. Ma c’è di più. Una ricerca realizzata da Eurostat, l’organismo di statistiche comunitario, evidenzia che in Italia si registra la più alta percentuale di giovani che lavorano in un settore differente da quello per cui hanno studiato: il 47%, contro il 29% dell’Olanda, il 32% della Finlandia e il 35% della Francia. Abbiamo raggiunto un dato peggiore alla Grecia: il 40%. Il fatto che l’instabilità lavorativa sia un dato ormai certo in quella che Baumann chiama la «modernità liquida», è oramai una certezza. Anzi, l’instabilità risulta l’elemento fondante della nostra società postindustriale. I dati elaborati in sede europea fanno riflettere. Se si pensa che il 78% di coloro che hanno seguito un corso d’istruzione medio o universitario nell’ambito umanistico-artistico non ha alcuna la possibilità di svolgere un lavoro legato alle discipline e alle materie che ha studiato – contro il 30% degli studenti di medicina -, può essere interpretato in due maniere opposte: l’insegnamento impartito in quegli istituti o università è troppo slegato alle professioni future, oppure che l’indirizzo umanistico-artistico è il più flessibile di tutti. Il fatto che la professione non sia coerente con gli studi intrapresi è un elemento che fa riflettere. Da un lato, l’identità degli individui è sempre meno decisa dal lavoro che si fa, e non solo per ragioni di formazione, ma perché la professione è intesa in modo variabile, come uno strumento per raggiungere un reddito e per ottenere benefici personali e sociali sempre maggiori, e non più come un fornitore di «visioni del mondo» in senso lato. Questo produce l’inevitabile decadenza di quei tipi di lavoro che danno invece un’identità molto accentuata, come i lavori ad alto contenuto e sapere tecnico o manuale, per cui la formazione specifica viene rimandata, o posposta, nel percorso degli individui ad età inadatte all’apprendimento come fa la riforma Moratti – questo è evidente nel campo musicale, artistico, o nell’artigianato specifico. E’ ovvio che le ragioni sono molteplici, prima di tutto la sempre maggior peso dato alle macchine e all’informatica nel lavoro produttivo e riproduttivo. Nelle statistiche europee un dato colpisce: l’81% degli studenti di agraria non troveranno mai lavoro in agricoltura. Non sarà il caso di fare a una deroga riguardo ai dati anagrafici e scrivere sulla carta di quei pochi: agronomo o coltivatore diretto? Potrebbe rivelarsi un privilegio. Davvero rimarchevole, ci siamo disfatti anche dei contadini, e non sentiamo nessun senso di colpa, neppure anagrafico!