“Commenti&Analisi” Il lavoro che cambia: ansie e speranze (M.Carrieri)

09/05/2005
    sabato 7 maggio 2005

    Commenti

      Il lavoro che cambia: ansie e speranze

        Mimmo Carrieri

          L’indagine dei Ds, una vera miniera di dati ed informazioni, permette di ricostruire le diverse tessere che compongono il mosaico del lavoro e dei lavoratori italiani. Inclusa quella del rapporto con i sindacati e con la politica.
          Ne viene fuori un ritratto mosso: i lavoratori italiani mostrano una indubbia evoluzione qualitativa rispetto al passato (sono più colti e con un lavoro spesso migliore), ma nello stesso tempo vivono ansie crescenti intorno al proprio destino.

            Infatti il perimetro del lavoro è cambiato: sono cresciuti i lavoratori temporanei e con essi la percezione del futuro come rischio. Quello che si chiama convenzionalmente il passaggio dalla vecchia industria al post-fordismo ha reso più incerto il legame tra lavoro e welfare, intaccando la principale conquista del secolo fordista: la stabilità del lavoro e l’ampiezza delle protezioni sociali.

              I lavoratori sono divenuti più esigenti, e le loro domande si sono fatte più ampie e differenziate rispetto al passato. Non è facile trovare una sintesi. Ma qui entrano in gioco i soggetti collettivi e l’azione di rappresentanza a cui quelle domande, direttamente o indirettamente, si rivolgono.

                La ricerca (dalla quale è stato tratto il libro “Il lavoro che cambia” che viene presentato oggi nell’ambito delle iniziative della IV conferenza nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori Ds) consente di mettere a fuoco quali sono le aspettative, le ansie e le speranze degli intervistati – non dimentichiamolo: uno spaccato significativo della società italiana – verso i sindacati e la politica.

                  La grande maggioranza chiede ai sindacati soprattutto maggiore unità, una percentuale che diventa massiccia (intorno ai due terzi) tra gli iscritti alla Cgil e ai Ds. È proprio il popolo di sinistra – che pure apprezza altre voci, come la capacità di decisione e la preparazione – ad attribuire più di altri un elevato valore simbolico e pratico all’unità sindacale. Questa non è dietro l’angolo. I dati mostrano la persistenza di differenti tradizioni e culture: non è solo il rapporto con la politica la differenziazione più problematica. Ma nonostante ciò le convergenze e le affinità appaiono superiori e rendono ottimisti sulla possibilità di percorsi comuni, se non proprio unitari, tra le Confederazioni: infatti è questa la direzione verso la quale esse sono spinte dalle loro basi associative.

                    In generale gli intervistati guardano con orgoglio al sindacato italiano, le cui prospettive sono considerate molto buone, specie se comparate a quelle del sindacalismo europeo. È un sentimento di fiducia importante, registrato da altre ricerche in passato, e forse rafforzato dal recente ciclo di lotte dell’era Berlusconi. Ma indica che nella realtà italiana il sindacato è considerato un ingrediente necessario della vita democratica, ed è associato – come ci ricordano le periodiche rilevazioni di Diamanti – alle principali fratture che caratterizzano il campo sociale del centro-sinistra nel confronto con le opzioni rilevanti per il centro-destra.

                      Ma questi intervistati costituiscono anche un universo decisamente più partecipativo e più informato sulle vicende politiche: aspetto che li rende un’espressione viva degli umori che attraversano questa parte della società e si rivolgono in primo luogo al principale partito della sinistra.

                        Gli intervistati – salvo parziali eccezioni per i più giovani – esprimono maggiore fiducia verso i partiti e gli schieramenti politici che non nei movimenti: sono i partiti a costituire ancora il principale asse della politica e dell’idea di cambiamento.

                          Tra le coalizioni politiche è al centro-sinistra che essi assegnano maggiore fiducia e maggiori possibilità di risultati positivi: circa il 70% dei rispondenti. Questo è un dato significativo, se si considera che la maggioranza di essi si autocolloca a sinistra. Appare in questo senso compiuta una maturazione ed avvenuta la completa assimilazione delle regole del maggioritario. Con una formula allusiva possiamo dire che gran parte del popolo di sinistra guarda al centro-sinistra, immaginando che il suo destino politico sia intrecciato alla capacità di costruire coalizioni vincenti tra il centro e la sinistra. Le domande del questionario sono state poste agli intervistati circa due anni fa e non contemplavano l’ipotesi del partito riformista. Ma proprio la larga accettazione da parte dei rispondenti dell’orizzonte strategico dell’intesa tra le forze riformiste mostra come il legame tra queste sia sempre più sentito come un’esigenza necessaria e non come un fatto episodico.

                            È importante notare come l’orientamento verso il centro-sinistra cresca all’aumentare della qualificazione scolastica, e sia rafforzato dalla posizione occupata nel mercato del lavoro: dal fatto di svolgere lavori “intellettuali” o più qualificati. Dunque la posizione sociale e la categoria professionale spiegano più di altre variabili le preferenze elettorali: che vedono più favorevoli al centro-sinistra intellettuali e dipendenti pubblici, e quindi soggetti con livelli di istruzione più elevata. Ma la rinnovata importanza delle discriminanti socio-economiche non aiuta a riprodurre gli schemi di un voto di classe tradizionale, che nel nostro paese sono peraltro sempre stati deboli. E se è vero – come ricordano i politologi – che la maggioranza dei lavoratori dipendenti privati ha votato nel 2001 per Berlusconi, anche questa ricerca ci fa vedere come una parte degli operai ha una maggiore identificazione con la sinistra, ma nello stesso tempo appare più sensibile alla penetrazione di altri orientamenti politico-culturali, a partire da una maggiore diffidenza verso gli immigrati.
                            I dati dell’indagine relativi alle prospettive politiche consentono di mettere a fuoco il cammino percorso dalla sinistra (e soprattutto dai Ds), ma aiutano anche ad individuare limiti e problemi aperti sul terreno della rappresentanza sociale. In questi numeri leggiamo in effetti la conferma della capacità della sinistra post-comunista di aggregare consensi oltre i tradizionali confini di classe, ma nello stesso tempo si attira l’attenzione sul radicamento sociale insoddisfacente in una parte di mondo del lavoro: la sottorappresentazione dei lavoratori autonomi, il legame divenuto più debole con settori di lavoro dipendente.

                              Storicamente la sinistra ha cercato di aggiungere alle contraddizioni derivanti dal lavoro altre ragioni di rappresentanza : di qui in passato dentro il Pci il riferimento ad altre “questioni” o l’individuazione di “nuovi soggetti” (giovani, donne etc.).

                                Questo arricchimento progressivo del tessuto sociale di riferimento, accentuato dopo il ’68, ha portato a qualche strabismo, come la convinzione maturata dopo l’89 di una perdita di centralità del lavoro nella costruzione di coalizioni sociali maggioritarie.

                                  Questa ricerca – insieme a fatti politici recenti – aiuta a smentire questo punto di vista.

                                    Come evidenzia la lettura dei dati, il lavoro resta centrale nella costruzione delle identità sociali e condiziona, come fattore determinante, le aspettative e la visione del futuro degli individui.

                                      È però vero che nella sfera politica sono diventate più visibili tendenze già presenti in passato. Già dopo la ricostruzione, la sinistra, in particolare quella comunista, mostrava una ridotta capacità di attrazione verso i ceti più deboli (la stessa classe operaia), se comparata con i principali partiti di ispirazione laburista. Ma nello stesso tempo manifestava una forte attenzione – non disgiunta da capacità di aggregazione – verso i ceti medi ed altre componenti della società.

                                        Il quindicennio post-Pci ha consentito di precisare ulteriormente queste tendenze. La proiezione interclassista della sinistra – ed in essa in particolare dei Ds – si è ulteriormente accresciuta. Ma nello stesso tempo non risultano superate le aree critiche, che trovano proprio nel lavoro i loro principali punti di caduta. In sostanza si è manifestata la difficoltà a parlare a – e ancor più rappresentare – quei ceti “più sprovveduti socialmente, culturalmente e politicamente” (Caciagli e Corbetta) che appaiono più permeabili al messaggio della Casa delle libertà, nonostante siano anche quelli che denunciano maggiori sofferenze nella condizione lavorativa. Ed accanto a questo elemento la ricerca rende palese la spaccatura negli orientamenti dei ceti medi.

                                        Fotografando da una parte gli atteggiamenti innovatori e aperti alla solidarietà di larghe fasce più acculturate, spesso posizionate su lavori interessanti, anche se non sempre ben retribuiti (un insieme che si può considerare equivalente al concetto di ceto medio “riflessivo”, usato da Ginsborg). A cui fa da contrappeso un altro ceto medio, sovente intraprendente ma conservatore, più forte economicamente che culturalmente, e dentro il quale un peso rilevante rivestono i lavoratori autonomi vecchi e nuovi, che esercitano un notevole richiamo anche su alcuni settori di lavoro dipendente.

                                          Ma perché, in questo quadro, il lavoro torna centrale, e torna ad essere un luogo decisivo di riaggregazione sociale?

                                            È proprio il passaggio da una situazione tendenzialmente stabile e regolata (quella fordista) ad una più instabile e poco regolata (quella post-fordista) che aiuta a capire come intorno al nodo lavoro si aggrovigliano ansie e speranze di una intensità paragonabile ad altre grandi fasi di passaggio. Il profilo sociale del lavoro contiene le incertezze tipiche dei periodi di transizione. Se si è soddisfatti del lavoro è possibile che ci si debba accontentare di un impiego instabile. Ma quando il lavoro è stabile non sempre è interessante. Questo favorisce una montante insicurezza sociale, derivante dalla consapevolezza che nell’era del rischio a rischiare di più sono proprio i lavoratori. L’ottica dell’azione economica è sempre più condizionata dalla necessità di ottenere risultati a breve. Ma i lavoratori non possono prescindere da prospettive e garanzie di più lungo periodo.

                                              Quindi ogni immaginazione del futuro è condizionata dal lavoro, dalla sua quantità e dalla sua evoluzione qualitativa. Ma anche per questo è dal lavoro che si deve partire per una regolazione sociale più soddisfacente. L’economia è variabile, ma lavoro e diritti esigono stabilità. Su questa linea di ragionamento la strada di un patto tra lavoro e mercato sembra l’unica dotata della capacità di trovare un equilibrio accettabile tra interessi ed ottiche d’azione così diversi.

                                                In questo quadro l’indagine promossa dai Ds e dall’Unità non solo aiuta a decodificare la rinnovata importanza del lavoro, ma segnala implicitamente la possibilità di una fusione a caldo tra le istanze di gruppi sociali diversi ma accomunati da problemi convergenti, concentrati intorno alla funzione sociale del lavoro. Cosa tiene insieme i ceti più deboli e le componenti più avanzate e dinamiche della società se non il fatto che tutti essi guardano – tornano a guardare – al lavoro come al luogo principale (non esclusivo) di riconoscimenti e di certezze, in altri termini come al canale attraverso cui passa il ridisegno della cittadinanza sociale: alla quale si chiede essere continua anche davanti alla crescente discontinuità del lavoro.

                                                  Per questo la sinistra riformista ventura se vuole essere maggioritaria non potrà seguire sirene post-laburiste, ma dovrà piuttosto impegnarsi a delineare itinerari neo-laburisti, nei quali è fondamentale recuperare la rappresentanza del lavoro dipendente.