“Commenti&Analisi” Il governo al mercato delle riforme (R.Pizzuti)

24/09/2003






 
   



24 Settembre 2003










 
COMMENTO
Il governo al mercato delle riforme

ROBERTO PIZZUTI

Le proposte del governo sulle pensioni sono un’esemplare applicazione della filosofia furbesca che da tempo caratterizza la politica economica: rimandare al futuro e dunque ad altre responsabilità oneri attuali e viceversa si tenta di anticipare a oggi possibili benefici futuri. In questo caso oggi si vuole decidere che, a partire dal 2008, cioè dalla prossima legislatura, si procederà a un drastico aumento dell’età di pensionamento che riguarderà lavoratori per i quali il ritiro dall’attività è comunque ancora lontano. Questa decisione, che con enfasi tanto strumentale, quanto immotivata, viene definita una riforma strutturale, viene proposta come merce di scambio per ottenere oggi un allentamento dei vincoli del patto di stabilità. L’obiettivo è sempre quello di fare cassa con le pensioni, ma in un modo artatamente involuto e scaricare gli oneri sulle generazioni e sulle maggioranze politiche future.

Una riforma strutturale dovrebbe avere ben altre caratteristiche di organicità e, ciò che più conta, dovrebbe intervenire coerentemente sulle esigenze sociali cui si deve corrispondere. L’invecchiamento della popolazione è un problema reale, ma se il sistema economico cresce poco e lascia molta forza lavoro disoccupata, l’aumento del rapporto tra anziani e popolazione attiva è ininfluente. Se nel ciclo produttivo scarseggiano gli investimenti innovativi e si verificano bassi aumenti di produttività, di competitività e di crescita, l’aumento del rapporto tra spesa pensionistica e Pil sarà una conseguenza non una causa delle condizioni critiche del sistema economico. In una prospettiva di crescita economica adeguata è ragionevole che l’aumento della vita media e l’auspicabile miglioramento delle condizioni di lavoro possono essere accompagnati da uno spontaneo aumento dell’età media di pensionamento.

Del resto si tratta di una tendenza già in atto, che sarà accentuata dalla progressiva applicazione del sistema contributivo. E’ presumibile invece che si metta al primo posto del dibattito economico e sociale l’aumento e per di più obbligatorio dell’età di pensionamento in una situazione nella quale la disoccupazione è elevata, le imprese si disfano dei dipendenti già quando superano i cinquant’anni e infine mancano sufficienti sostegni al reddito dei disoccupati.

Nella situazione attuale, se un dipendente rimandasse il pensionamento a fronte di una persona trattenuta in attività, si avrebbero un giovane disoccupato in più e un pensionato in meno. La disoccupazione aumenterebbe e le complessive disponibilità di reddito di lavoratori e pensionati per sostenere la domanda, diminuirebbero. Peggiorerebbero quindi le cause della prolungata congiuntura negativa che stiamo attraversando.

Viene invece riproposta la decontribuzione, cioè un alleggerimento del costo del lavoro a favore delle imprese che viene trasferito a carico della collettività. Si persevera insomma in una politica economica che punta essenzialmente alla riduzione dei costi e alla competitività di prezzo (per poi chiedere misure protezionistiche contro i bassi salari dei lavoratori cinesi), anziché stimolare investimenti innovativi che favorirebbero la più efficace competitività tecnologica e qualitativa. In una prospettiva inevitabilmente non lontana la decontribuzione ridurrà ulteriormente le prestazioni del sistema pubblico aumentando il bisogno di strumenti assicurativi alternativi, cioè privati, che però sono più costosi e insicuri. E inoltre dirottando i flussi del Tfr verso la pensione complementare si avrà l’effetto di sottrarre le risorse ai lavoratori e alle imprese per impiegarle in investimenti che necessariamente andranno verso mercati finanziari stranieri più sviluppati dei nostri. Già oggi solo il 16% degli impieghi dei fondi pensione privati è diretto a finanziare imprese nazionali.

Anche in questo caso la cosiddetta riforma è controproducente sia per la stabilità del sistema pensionistico, sia per le più complessive performance del sistema produttivo.