“Commenti&Analisi” Il giudice intervenga nelle crisi ma non faccia l’imprenditore (M.Gaggi)

26/03/2004





venerdì 26 marzo 2004



Visti da lontano

Il giudice intervenga nelle crisi ma non faccia l’imprenditore

di MASSIMO GAGGI

      «Sei un fallito», epiteto che suona in ogni campo come una condanna definitiva, dovrebbe sparire – e forse sparirà – dal nostro vocabolario. Il fallimento, introdotto in Italia 60 anni fa, in una società prevalentemente rurale, con una legge che mirava a punire soprattutto i commercianti insolventi, è un istituto ormai incredibilmente obsoleto. Di più: è un (altro) freno formidabile allo sviluppo dell’attività economica e all’innovazione. Chi vuole sperimentare una nuova tecnologia, provare a industrializzare un nuovo prodotto, è frenato dalla consapevolezza che, se le cose andranno male, sarà bollato per tutta la vita: niente più crediti bancari, niente più partner d’affari, vicini che cambiano marciapiede quando ti incontrano. Così come un gruppo straniero che vorrebbe investire in Italia, spesso non lo fa (anche) per l’incertezza del quadro giuridico. Il nodo principale – sul quale ora sembra possibile un intervento dopo dieci anni di richieste di riforma sempre cadute nel vuoto – è proprio il gran guazzabuglio delle norme sulla gestione delle crisi aziendali e soprattutto del diritto fallimentare: procedure di liquidazione che durano mediamente nove anni, scarsa o nessuna attenzione alla sopravvivenza dell’attività produttiva. La legge punta tutto sulla tutela dei creditori, ma non riesce nemmeno in questo: la centralità riconosciuta al giudice fa sì che alla fine il mondo che ruota attorno ai tribunali (avvocati, commercialisti, periti, consulenti di varia natura) assorba cifre molto più alte di quella ottenute dai creditori (che in media recuperano un magro 15 per cento della loro esposizione complessiva).
      U n sistema che non sta in piedi, su questo sono tutti d’accordo. Ma come cambiare? Gli operatori economici da anni chiedono una modernizzazione che tenga conto della realtà del mercato e si ispiri alle esperienze straniere come il
      chapter 11 americano : il giudice interviene solo per aprire la procedura ma non ha poteri gestionali che passano ai creditori e possono ancora essere esercitati dallo stesso imprenditore, se non ha attuato comportamenti dolosi e vara un piano di risanamento credibile. Dalla politica, però, non sono arrivati segnali chiari. Anzi, gli elementi oggi disponibili giustificano un certo allarme. La Commissione per la riforma delle procedure concorsuali che era stata nominata a fine 2001 dal ministro della Giustizia Castelli e da quello dell’Economia Tremonti (presidente Sandro Trevisanato, un avvocato), ha prodotto una bozza di legge delega che – insieme a molte novità interessanti – contiene elementi che vanno in direzione opposta: più poteri ai magistrati, più spazio alle professioni legali. E’ ad esempio previsto un sistema di «rilevazione precoce» delle crisi possibili con obbligo per le amministrazioni pubbliche che non ricevono tempestivamente i pagamenti dovuti da imprese di informarne l’autorità giudiziaria. Stesso obbligo è previsto per sindaci e revisori dei conti che verificano un elevato indebitamento della società. Nel clima creato dagli scandali Parmalat e Cirio queste proposte non fanno scalpore, ma il rischio è quello di instaurare un meccanismo «poliziesco» con l’imprenditore che magari vive solo una difficoltà temporanea, costretto a giustificarsi in tribunale (accettandone – di fatto – la tutela).
      E’ chiaro che modelli stranieri – e in particolare quello americano – non possono essere meccanicamente trasposti in un Paese come l’Italia che ha le sue peculiarità economiche e giuridiche e la fresca esperienza di imprenditori che hanno impunemente commesso reati a raffica per anni. Ma la stessa vicenda Parmalat e il lavoro svolto in questi mesi da Enrico Bondi, dimostrano che salvare il salvabile dopo una crisi non è lavoro da giudici nè da commercialisti ma da imprenditori. Che devono poter operare senza condizionamenti, senza il pericolo che tutto sia improvvisamente vanificato da una revocatoria. Ora il governo, sotto la pressione degli scandali, ha deciso di accelerare chiedendo a una nuova commissione di redigere entro pochi giorni non più una legge delega ma un vero e proprio ddl di riforma. Trevisanato, che presiede anche questa commissione, assicura che stavolta le esigenze di chi produce saranno tenute nel dovuto conto. I precedenti giustificano molti dubbi. Non si interrompe il declino esorcizzandolo ma recuperando competitività in tutti i campi, compreso quello giuridico. Non possiamo permetterci passi falsi.


      mgaggi@corriere.it


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