“Commenti&Analisi” Il futuro del sindacato nel ritorno alle origini – U.Romagnoli

06/06/2003

    venerdì 6 giugno 2003
 
 
    Pagina 16 – Commenti
 
 
    Il futuro del sindacato nel ritorno alle origini
          UMBERTO ROMAGNOLI

          Dico subito che il governo in carica sta gestendo le relazioni coi sindacati in base a criteri ispirati ad un pragmatismo non privo di astuzie che soltanto i più disattenti e disinformati possono spacciare per geniale spregiudicatezza. La verità è che il sindacato non gode buona salute e il governo vuole approfittarne. Ciò premesso, sono persuaso che per andare alle radici dei problemi del sindacato sia necessario oltrepassare la contingenza. Poiché il malessere sindacale preesisteva, neanche il ritorno al governo del centrosinistra potrebbe di per sé rimuoverne le cause.
          Per questo devo riprendere il discorso cominciando dalla fine della mini-storia referendaria dello Statuto dei lavoratoti ricostruita nell´articolo dello scorso 14 maggio. Dicevo allora che alcuni esiti referendari dimostrano come sia in atto un processo di cambiamento del modo in cui il sindacato è percepito dall´opinione pubblica. Il sindacato però stenta a rendersene conto. Infatti, nell´immaginario collettivo il pedigree del sindacalismo storico ha perso smalto, pathos, forza di attrazione e, ciononostante, quella che non senza volgarità intellettuale e con molta acrimonia viscerale in parecchi chiamano Trimurti o Santissima Trinità (cioè, la coalizione di auto-governo delle relazioni industriali del dopo-costituzione: Cgil, Cisl, Uil) ha optato per una lettura superficiale delle vicissitudini referendarie. Come se l´immaginario collettivo avesse ridisegnato una geografia nella quale un sindacato che giustamente si considera un elemento costitutivo del paesaggio nazionale non si trova a suo agio. Spostato dal luogo in cui scelse di stare in epoca risalente, si sente mortificato, disconosciuto, derubato di qualcosa che pensava gli dovesse appartenere per sempre.
          In casi del genere, invece, lo sdegno è inutile, per quanto comprensibile. Lo ha detto benissimo Alessandro Baricco: «Quando alla fine non riesco a spiegare veramente ai ragazzi perché, secondo me, L´uomo senza qualità di Musil è un libro da leggere, (…) non vuol dire solo che io non sono abbastanza bravo. Incomincia a voler dire che forse, nella nuova geografia che sta nascendo, L´uomo senza qualità non è un libro così importante. (…)».
          Dopotutto, le più aggiornate radiografie della composizione, quantitativa e qualitativa, della popolazione attiva registrano due sorpassi la cui effettuazione è ultimata o in inarrestabile svolgimento.

          Il primo informa che il lavoro dipendente ha perduto il suo primato sul lavoro degli "altri" (piccoli imprenditori, lavoratori autonomi e parasubordinati, professionisti): in ogni caso, il totale dei lavoratori dell´industria e dell´agricoltura messi insieme corrisponde a una minoranza, per quanto consistente. Senza dire, poi, che sezioni significative dell´area del lavoro dipendente sono occupate dalla variegata tipologia del lavoro non-standard, la cui regolazione retro-agisce su quella del lavoro standard più di quanto non avvenga il contrario.
          Per parte sua, il secondo dato suggerisce la risposta al quesito consistente nel sapere come il sindacato del nuovo secolo possa recuperare ritardi e rilegittimarsi. Preso atto che il popolo degli uomini col colletto blu e le mani callose è numericamente inferiore al popolo degli uomini e delle donne con abbigliamenti multi-colorati e in tasca un diploma scolastico, magari di laurea, poco sensibili al sistema di valori di cui è portatore il sindacalismo storico, quest´ultimo dovrebbe altresì prendere atto che nemmeno un epico passato di lotte per il progresso civile è più sufficiente per garantire il futuro.
          Ciononostante, la geografia sindacale che sta nascendo proprio nuovissima non è. Per un aspetto significativo, anzi, rappresenta un ritorno alle origini, quando la priorità dei sindacati era quella di darsi da fare per aiutare gli associati a trovare lavoro. Oggi, infatti, i sindacati «soffrono perché una parte crescente di lavoratori ha un po´ meno bisogno di loro, mentre un´altra parte ne ha molto più bisogno ma non riesce a incontrarli: molti di quelli che non riescono a trovare il primo lavoro», prosegue Aris Accornero, «non se li sentono vicini» o addirittura «li sentono lontani». Altrettanto, invece, non sembra che possa dirsi in parecchi paesi dell´Europa del Nord. Qui, si verifica su larga scala quel che Pietro Ichino predica da un pezzo: i sindacati si attivano in difesa del lavoratore sul mercato del lavoro prima che nel rapporto di lavoro. Come dire che talvolta anche l´ovvio può stupire.
          In questi giorni, mi è ricapitata tra le mani la trascrizione di un dialogo tra "voci dal di dentro" della Cgil che, si direbbe, non riescono a filtrare all´esterno se non con la forza dei sussurri.
          Foa – «Andrea, riesci a immaginare un dirigente di un sindacato come la Cgil che dica: il lavoro salariato non è più importante come prima? È possibile?».
          Ranieri – «No, però, bisogna cominciare a pensarci».
          Foa – «Forse, bisogna cominciare anche a dirlo».
          In effetti, lo si dice. Ma, come nel caso di specie, in una forma paragonabile a un samizdat, ossia con la tecnica di comunicazione praticata dai dissidenti del regime sovietico negli anni ´60.