“Commenti&Analisi” Il fascino perduto del sindacato (B.Manghi)

26/10/2004

              martedì 26 ottobre 2004
              sezione: COMMENTI E INCHIESTE – pag: 10

              Riportiamo in questa pagina uno stralcio dell’intervento
              di Bruno Manghi «Fermare il declino: l’ultima
              chance del sindacato», pubblicato sul quinto numero di
              Vita e pensiero, il bimestrale di cultura e dibattito dell’Università
              Cattolica che sarà in libreria dal primo novembre.
              A questo numero della rivista, oltre a Manghi, intervengono,
              tra gli altri, il cardinale Joseph Ratzinger con un
              contributo sull’«Occidente, l’Islam e i fondamenti della
              pace»; il politologo americano Joseph S. Nye («Usa, più
              soft power contro il terrorismo») e Alfonso Berardinelli
              con: «L’industria culturale ha ucciso la cultura?».

              Occupazione / Le sfide per superare la crisi di rappresentanza
              Il fascino perduto del sindacato
              di BRUNO MANGHI
              Finita l’epoca delle lotte per l’emancipazione che "civilizzavano" il lavoro e distribuivano cittadinanza, il sindacalismo nell’era del benessere stenta a trovare motivi simbolici universalistici e spende gran parte delle sue energie a contrastare la tendenza a rimettere in discussione quanto acquisito. Ma fatalmente paga il prezzo di una riduzione dell’area che può efficacemente rappresentare. Il tutto è appesantito dal fatto che, senza movimenti collettivi, tutte le strategie ricadono sul ceto professionale del sindacato la cui logica è inevitabilmente ripetitiva e attenta soprattutto a conservare le risorse base che la legittimano.

              Perciò si spiega bene perché la produzione intellettuale degli specialisti proceda degnamente, mentre l’interesse dei non specialisti si esaurisce. Quindi, un sindacato ancora dotato ma fondamentalmente più solo e meno attraente. La cosa colpisce perché invece l’interesse emotivo per le questioni del lavoro umano (sicurezza e precarietà, autorealizzazione e frustrazione, sviluppo o mortificazione delle competenze, qualità delle relazioni) è vivissimo, e oggi più c he mai una società si autovaluta in ragione della diffusione del lavoro, della sua decenza, della sua accettabilità. Mentre il lavoro resta un luogo critico dell’esistenza, è come se il sindacato che ne è stato il "signore" non riuscisse più a rappresentarlo fino in fondo.


              Quanti ritengono che la situazione descritta sia destinata a trascinarsi per tempi lunghissimi, probabilmente si ingannano. Intanto nel pianeta delle nazioni a sviluppo scarso o insufficiente molti sindacalismi saranno o sono già chiamati ad agire per l’emancipazione e per i diritti elementari.
              Ma anche il sindacalismo d’Occidente ha almeno tre chance per riconquistare significato universale al suo lavoro.


              Anzitutto l’inevitabile movimento in atto per "civilizzare" la globalizzazione ha bisogno dei sindacati: essi sono l’unico attore preparato per affrontare il problema di un mercato globale del lavoro, per pretendere e ottenere clausole generali di decenza del lavoro. Potrà farlo uscendo, come già i suoi fondatori di fine Ottocento, dall’angusta e provinciale prospettiva nazionale per dedicarsi al rafforzamento dell’autotutela dei lavoratori "altri e altrove", investendo sui sindacati nascenti e spesso deboli e perseguitati, diventando multilingue e nomade.


              In secondo luogo può investire in modo innovativo per stabilire nuove tutele per i non tutelati di casa propria, naturalmente con modelli diversi dalla tradizionale contrattazione aziendale e anche qui ispirandosi, come ha scritto Gian Primo Cella, alla forma di intervento del primo sindacalismo d’Occidente che si costruì organizzando lavoratori mobili, dispersi, strutturalmente precari.


              In terzo luogo può riappropriarsi seriamente delle problematiche della responsabilità di impresa, negoziando forme di partecipazione dei lavoratori a livello delle strategie imprenditoriali, sviluppando in modo deciso le suggestioni che già sono presenti nelle direttive dell’Unione europea. Senza contare che l’afflusso crescente degli immigrati nelle organizzazioni sindacali domestiche provocherà un’apertura sociale e culturale che si era indebolita.


              Sono occasioni che una parte impigrita del ceto sindacale può non cogliere, ma certo sono cose che solo il sindacato può fare grazie proprio alla sua lunga storia.