“Commenti&Analisi” Il fantasma dell´articolo 18 sulla riforma delle pensioni – di T.Boeri

10/01/2003



(Del 10/1/2003 Sezione: Economia Pag. 18)
IL RISCHIO: SCIOPERI E MESI DI POLEMICHE FEROCI SENZA OTTENERE NULLA. OCCORRE INVECE PUNTARE FORTE SUL SISTEMA CONTRIBUTIVO
Il fantasma dell´articolo 18 sulla riforma delle pensioni
Tito Boeri

        IL 2002 è stato l’anno della costosa non riforma dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori. Sarà il 2003 quello di una costosa non riforma delle pensioni? Nella conferenza stampa di fine anno il Presidente Berlusconi ha riconosciuto di aver sottovalutato l’ostilità incontrata dalla proposta riforma dell’articolo 18. Il fronte che si oppone alla riforma delle pensioni è potenzialmente più agguerrito ed esteso di quello coalizzatosi contro la riforma dello Statuto dei Lavoratori. Tutti ritengono che, prima o poi, diventeranno vecchi, mentre molti non temono di perdere il posto di lavoro, anche perché magari non lavorano, come quasi il 50% degli italiani tra i 15 e i 64 anni. Utile, allora, riflettere sugli errori compiuti e cercare di non ripeterli. Dopo nove mesi di acceso scontro sociale, con un incremento del 400 per cento delle ore di sciopero, l’articolo 18 è stato, per quieto vivere, derubricato dall’agenda politica. Dovremo però tornare a parlarne in virtù del referendum che ne chiede l’estensione alle imprese con meno di 15 addetti. Tanto vale, allora, rompere il silenzio. Tre, principalmente, gli errori compiuti dal Governo nella battaglia sull’articolo 18. Primo, non si è legata la riforma al crescente dualismo del nostro mercato del lavoro. Secondo: non si è capito che l’opposizione alla riforma dell’articolo 18 trova alimento nell’assenza in Italia di un vero sistema di ammortizzatori sociali. Terzo, se ne è fatta una battaglia di bandiera, circoscrivendo vieppiù il raggio delle deroghe all’art.18. Alla fine pochi hanno capito cosa si voleva davvero cambiare e per chi, così tutti hanno avuto l’impressione che fosse solo un disegno politico, volto a dividere il sindacato. Oggi si profilano gli stessi errori di progettazione, strategia e comunicazione sulle pensioni. I sondaggi dicono che tre italiani su quattro sono preoccupati del futuro del nostro sistema previdenziale, ma preferiscono procrastinare le riforme. Non basta allora trattare le pensioni come un problema del domani, possibilmente da affrontare oggi. Non aiuta chiedere l’intervento dell’Europa e poi contestare il suo primo Rapporto sulle Pensioni perché reo di includere nella spesa pensionistica pensioni sociali, assegni sociali e integrazioni al minimo, stimando il deficit previdenziale in circa il 4% del nostro Pil. La componente assistenziale della previdenza non viene in Italia gestita separatamente dal resto della spesa previdenziale. Inoltre, le pensioni pubbliche, diversamente da quelle private, servono a tutelare gli individui contro il rischio di longevità interagito con quello di mercato (quando si vive più a lungo di quanto immaginato e non si ha lavorato abbastanza per assicurarsi una sussistenza nella propria vecchiaia). E’ un rischio non marginale in Italia perché anche in regioni forti non ci sono lavori per gli anziani poco istruiti. Perché allora escludere la componente assistenziale dalla spesa pensionistica e negare che il nostro sistema pensionistico è già oggi in forte disavanzo? Le pensioni sono un problema immediato anche perché la nostra spesa previdenziale (la più alta, in rapporto al Pil, tra i paesi dell’Ocse) ci impedisce di finanziare un reddito minimo garantito e una adeguata infrastruttura informativa e amministrativa che lo gestisca, al pari di quanto avviene nel resto dell’Unione Europea. Ricorriamo, perciò, a strumenti ad-hoc, iniqui e dispendiosi, tanto per fronteggiare licenziamenti in massa quanto per assicurare un reddito minimo ai pensionati. L’episodio degli aumenti delle pensioni minime promessi in campagna elettorale è emblematico: sono stati inferiori alle attese e, comunque, circoscritti in virtù delle limitate risorse disponibili. Sono stati concessi sulla base di autocertificazioni, al punto che oggi molti non aventi diritto dovranno restituire quanto ricevuto, con proteste e strascichi di ricorsi. E sì che la sperimentazione del Reddito Minimo d’Inserimento era stata un chiaro campanello dall’allarme circa la diffusione nel nostro paese della pratica delle false autocertificazioni. La riforma delle pensioni dovrà perciò creare spazio per strumenti più efficaci di lotta alla povertà. E’ un problema molto sentito: il 41% degli italiani oggi si reputa povero, la percentuale più alta tra i paesi dell’Unione Europea, dopo Grecia e Portogallo. Lo scambio proposto, allora, dovrebbe essere allora «meno pensioni, più welfare», anziché meno pensioni tout-court. Gli interventi sin qui prospettati – quelli nel disegno di legge delega fermo da più di un anno in Parlamento e le misure trapelate in questi giorni – sono complessi e inefficaci. In particolare, la strada dei premi a chi rinuncia alla pensione d’anzianità è troppo costosa. Oggi chi prende una pensione d’anzianità riceve circa il 50% del proprio ultimo stipendio e il messaggio dato a chiare lettere da questo Governo è che si va verso una totale cumulabilità fra pensioni e reddito da lavoro. Supponete di avere maturato i requisiti ad una pensione d’anzianità: perché rinunciare al 50% del vostro stipendio per una somma tra il 15 e il 30% dello stesso? Il rischio è quello di fare un regalo a chi avrebbe comunque continuato a lavorare (circa un quarto degli aventi diritto a una pensione d’anzianità), aggravando ulteriormente i conti previdenziali: stime prudenziali parlano di quasi 300 milioni di euro di mancate entrate contributive. Le riforme attuate nell’ultimo decennio hanno cercato di abituare gli italiani al principio contributivo, in base al quale la pensione dipende da quanto versato nel corso dell’intera carriera lavorativa. E’ un principio responsabilizzante, sin qui applicato solo ad una parte limitata dei contribuenti (quelli che nel 1995 avevano meno di 18 anni di contributi). Viene rimesso in discussione dalle proposte del Governo, che prevedono anche una riduzione dal 3 al 5% dei contributi per i nuovi assunti a parità di trattamenti previdenziali (il che introduce anche una nuova fastidiosa asimmetria nei regimi previdenziali, allontanando di molto la convergenza verso regole uniformi per tutti). Un modo trasparente ed equo per completare la riforma delle pensioni nel nostro paese sarebbe invece quello di estendere il raggio di applicazione del metodo contributivo. In tre direzioni: I) introducendolo, pro-rata anche per chi aveva 7 anni fa più di 18 anni di contributi, II) applicando le stesse riduzioni previste dal metodo contributivo a chi prende una pensione d’anzianità rispetto alla pensione di vecchiaia (vedi tabella allegata) e III) mettendosi nella condizione di calcolare sulla base di informazioni obiettive – anziché condizionate dai politici di turno – i coefficienti di trasformazione utilizzati nella definizione delle annualità pensionistiche. Utile sarebbe anche mandare a tutti i contribuenti un estratto conto individuale che li informi non solo sui contributi versati, ma anche sui trattamenti di cui hanno acquisito il diritto formulando scenari alternativi sulla pensione futura, così come avviene in paesi come la Svezia che hanno adottato come noi il metodo contributivo. Rassicura e responsabilizza al tempo stesso.
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