“Commenti&Analisi” Il dialogo avvelenato (F.de Bortoli)

20/07/2004




martedì 20 luglio 2004

IL DIALOGO AVVELENATO

Ferruccio de Bortoli

IL dialogo sociale è a pezzi. La luna di miele fra imprenditori e sindacati è durata pochissimo. Forse non è mai cominciata. E forse non ci sarà mai. Anche fra le stesse confederazioni il rapporto resta conflittuale, tra sospetti e reciproche accuse. Ma al di là degli ultimi avvenimenti, una vera e propria concertazione allo stato attuale è impossibile se sopravvive nella sinistra italiana il riflesso condizionato di cui abbiamo avuto ampia prova in questi giorni. Non c’è alcuna concertazione possibile se la cultura del sospetto verso la controparte è così radicata e diffusa.

La Fiom mette in guardia il riformista ed ex socialista Guglielmo Epifani perché non «caschi nella trappola» che gli avrebbe teso la Confindustria con la richiesta di rivedere il sistema della contrattazione e dei salari. E, nello stesso tempo, l’ex comunista e ragazzo di Berlinguer, Pietro Folena, in polemica aperta con il segretario dei Ds Piero Fassino, avvalora la tesi della trappola. Come se sedersi attorno a un tavolo costituisca già di per sé un’obbligazione. Sono rituali vecchi, pratiche consunte, modi di pensare in cui la sostanza non conta. Ha rilievo solo la forma perché è affermazione dell’identità. Allora, meglio Bertinotti, ex Cgil e ancora comunista, che pur avendo in vita sua firmato più appelli e autografi che contratti, appare almeno sincero e coerente.


La vera trappola, anzi la doppia trappola, è un’altra. E’ nascosta nel massimalismo di parte della Cgil e nel movimentismo di buona parte dei Ds. E può scattare solo ai danni del centrosinistra. Un’ulteriore prova della propria incapacità di assumere future responsabilità di governo, coperta solo dalla drammatica dissolvenza di Berlusconi e della Casa delle Libertà. La crisi del Grande Comunicatore maschera l’appannarsi della leadership di Prodi e il preoccupante vuoto di idee dell’opposizione. La sinistra ha avuto, in queste settimane, un capo ufficio stampa tanto efficace quanto imbarazzante: il Cavaliere. Lo ringrazi.


Il dialogo fra le parti sociali è una necessità vitale, a maggior ragione di fronte alla paralisi del sistema politico. Se anche tra imprese e sindacati si replica lo stesso schema del nostro bipolarismo incompiuto e prevalgono sospetti e tatticismi, allora il declino, anche civile e non solo economico, del Paese è certo.


L’orientamento della Cgil faceva sperare, prima della nuova frattura fra le confederazioni, in una riapertura del tavolo della concertazione. Purtroppo non è stato così. Su una cosa i sindacati hanno ragione: nel Paese esiste una questione salariale. Negli ultimi anni la quota del reddito nazionale riservata a salari e stipendi si è ridotta, il potere d’acquisto è diminuito. L’effetto povertà, indotto dallo scarso rendimento dei risparmi, ha fatto il resto. Fiorella Kostoris Padoa-Schioppa sul Il Sole-24 Ore ha spiegato bene come, dal 2000 al 2003, le retribuzioni di fatto siano cresciute meno che in altri Paesi. Ma questa è una ragione in più per rivedere il sistema dei salari e delle contrattazioni. I nostri principali partner hanno avuto incrementi della produttività anche doppi o quadrupli rispetto ai nostri. E salari e stipendi di inglesi, irlandesi, olandesi ne hanno beneficiato.


Il tema ridotto in estrema sintesi è questo. Sarebbe sbagliato applicare nuove norme alle vertenze attualmente ancora aperte. E non è da scartare l’idea di prevedere, in un’eventuale grande accordo su contrattazione e salari, una sorta di una tantum a titolo di recupero del potere d’acquisto dei lavoratori, magari in azioni quando la società è quotata. In cambio di una maggiore relazione fra retribuzioni e produttività, specie nella contrattazione più decentrata. Un’ iniezione di ottimismo, e di volontà di competere meglio insieme, alle quali il fisco potrebbe dare una mano. Ma qualsiasi proposta, buona o cattiva, è destinata ad avere poca fortuna se tra le parti c’è il sospetto che una tenda una trappola all’altra. Ciampi, Trentin e gli altri protagonisti del grande accordo sulla concertazione del ’93, diedero il via a un circolo virtuoso fatto di impegni ma soprattutto di reciproche aperture di credito, anche personali. Un po’ più di fiducia, ecco quello che manca. Di sospetti e veleni siamo ricchi. Purtroppo.