“Commenti&Analisi” Il declino? Non è obbligatorio (T.Boeri)

03/02/2005

    mercoledì 2 febbraio 2005

    sezione: COMMENTI E INCHIESTE – pagina 10

    SISTEMA ITALIA È possibile uscire dalla lunga crisi con riforme che aumentino la concorrenza Politiche mirate sugli ammortizzatori sociali per vincere il diffuso pessimismo
    Il declino? Non è obbligatorio

    di Tito Boeri

    Per contrastare il declino economico occorre fare delle scelte. Decidere se si vuole continuare a fare politiche di aiuto settoriali, magari mettendo in campo la Cassa depositi e prestiti, oppure concentrare le poche risorse disponibili su politiche orizzontali, sul contesto in cui le imprese si trovano a operare. Occorre stabilire quali capitoli di spesa, quali servizi tagliare per ridurre davvero il prelievo fiscale e smettere di aprire cantieri che non finiscono mai, cercando invece di completare poche opere strategiche. Decidere se si vuole davvero aprire le banche al capitale straniero come ci chiede la Commissione europea e scegliere se si vogliono università con soli docenti italiani o facoltà ricche di talenti stranieri. Queste scelte spettano alla politica. Bene che siano affrontate nei programmi elettorali per le prossime elezioni.

    Ai tecnici spetta un compito non meno importante: trasformare le scelte della politica in proposte operative.

    A Roma (si veda la scheda) verranno presentate 50 proposte per andare oltre il declino. Si parlerà di come finanziare gli start up innovativi, dell’opportunità di creare un’Authority sui trasporti, di come far rispettare le regolamentazioni dei mercati finanziari, di come cambiare il sistema retributivo dei docenti per attrarre cervelli dall’estero, del ruolo di un sistema di costi standard nel contenimento della spesa pubblica.

    Declino economico significa diminuzione del tasso di crescita potenziale di un Paese. È un fatto ben più grave di un semplice rallentamento congiunturale. Non è la crescita "a tasso zero" (inferiore all’1%) degli ultimi tre anni a farci parlare di declino, quanto il riconoscimento pressoché unanime del fatto che il nostro Paese non è più in grado di sostenere tassi di crescita elevati, anche lontanamente comparabili a quelli degli anni Sessanta, Settanta e dei primi anni Ottanta. Per le leggi della capitalizzazione composta, crescere a un tasso annuo dell’1,5 anziché al 3% implica accumulare un ritardo di quasi 20 punti di Pil nel giro di 10 anni, impiegare 50 anni per raddoppiare la ricchezza di un Paese, quando altrimenti saremmo già diventati quattro volte più ricchi di oggi. Ci condanna a non poter beneficiare, se non in misura marginale, della crescita dell’economia mondiale, vedendo inesorabilmente diminuire la nostra quota sul Pil mondiale, scendere al di sotto della media del reddito procapite dell’Unione europea a 15 Paesi e perdere quote di mercato senza soluzione di continuità.

    Il declino diventa inarrestabile quando non ce ne si accorge. Per fortuna gli italiani se ne sono accorti. Da tempo. Lo dicono non tanto i sondaggi congiunturali, quanto le indagini che guardanoalle aspettative nel medio periodo.

    Queste registrano come in Italia, in controtendenza rispetto a quanto avvenuto nel resto d’Europa (a partire dai Paesi dell’Unione monetaria), sia raddoppiata dal 2001 la percentuale di persone che ritengono che la loro condizione economica peggiorerà nei prossimi cinque anni e vede a tinte fosche le prospettive del proprio Paese. Soprattutto tra i giovani.

    Non è facile sprigionare da questo pessimismo energie positive. Per uscire dal declino occorrono riforme che aumentino la dimensione dei mercati, dunque la concorrenza. Se questa è un bene pubblico, può essere un male a livello individuale. Non è bello sentire la pressione dei concorrenti, anche se serve a migliorare le proprie prestazioni. Gli italiani che percepiscono il declino non aspirano ad avere il fiato sul collo di qualcuno. Chiedono, piuttosto, maggiore protezione, una richiesta spesso usata come arma contro l’espansione dei mercati. Per evitare che ciò avvenga bisogna sforzarsi di interpretare il loro pessimismo.

    Due cambiamenti importanti avvenuti negli ultimi anni sembrano essere stati ignorati sin qui dal dibattito sul declino dell’Italia. Il primo consiste nel significativo incremento della mobilità dei redditi: è oggi più facile diventare più poveri, ma anche più ricchi, un portato in buona misura delle trasformazioni in corso nel nostro mercato del lavoro — che hanno reso più facile trovare un lavoro, ma anche perderlo — e del fatto che la ricchezza viene sempre più detenuta (anche fra i ceti medi) in attività con un più alto grado di rischio.

    L’altro cambiamento è quello intervenuto nelle disuguaglianze orizzontali, fra gruppi sociali: è migliorata la posizione relativa dei lavoratori autonomi (la cui quota fra i poveri è diminuita del 9% a fronte di un incremento del 5% per gli operai e del 3% per gli impiegati) e dei pensionati, mentre è peggiorata quella dei lavoratori dipendenti e dei disoccupati. Queste più marcate disuguaglianze "orizzontali", fra gruppi, sono il portato di scelte politiche, più che il frutto dell’operato del mercato. Contrariamente ai lavoratori dipendenti, gli autonomi hanno potuto beneficiare dei condoni dispensati a piene mani in questi anni, mentre i pensionati sono stati largamente risparmiati dalle riforme previdenziali.

    Questi due mutamenti spiegano il diffuso senso di impoverimento di cui hanno dato conto i media (non sempre chiamando le cose col loro nome) in questi anni. Non è necessario subire una diminuzione in termini assoluti del proprio reddito per sentirsi più poveri. Il fatto stesso di essere soggetti a maggiori rischi che in passato ci fa sentire più vulnerabili. E non si può vedere il lato positivo della mobilità dei redditi (le maggiori opportunità di ascesa reddituale e sociale che questa ci schiude) quando altri diventano più ricchi di noi per ragioni che non hanno nulla a che vedere con il loro impegno o abilità, ma che dipendono dal fatto di non essere tassati alla fonte o di appartenere a un gruppo sociale maggiormente rappresentato.

    Per trasformare il pessimismo in energia positiva, occorre allora offrire tutele realistiche ai rischi del mercato nel mercato. A partire da una riforma degli ammortizzatori sociali che ci permetta di non essere più il Paese che in Europa offre la più bassa copertura contro il rischio di disoccupazione (si veda il grafico) e di facilitare quel cambiamento nella specializzazione produttiva che da noi, al contrario che in altri Paesi europei, non è avvenuto.

    Fondamentale anche garantire che la maggiore competizione avverrà sulla base di regole, anziché del loro mancato rispetto. L’eredità dei condoni è stata, anche in questo, devastante. Per cancellarla non bastano le rassicurazioni dei politici. Ci vuole una gestione oculata dei conti pubblici, capace di tagliare le spese e non solo le tasse. Perché gli italiani sanno bene che quando i conti pubblici vanno male, prima o poi, ci sarà un nuovo condono.