“Commenti&Analisi” Il coraggio di dire no… – di L.Turci

06/03/2003

            6 Marzo 2003

            ART.18.
            CHE COSA CI DIVIDE DALLA SOLUZIONE CGIL

            di Lanfranco Turci

            Il coraggio di dire no al referendum invece di sperare nel mancato quorum

            La trappola di Berlusconi è pronta, la proposta Ichino può aiutarci ad evitarla

              Se malauguratamente la crisi irakena sfocerà nella guerra, questo tema serio e drammatico farà verosimilmente scomparire dall’orizzonte italiano la questione del referendum per l’estensione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori alla piccola e media impresa. In questo caso potrebbe realizzarsi la speranza della maggioranza dei Ds e della Margherita che il referendum finisca in cavalleria, per la disattenzione dell’opinione pubblica, e che pertanto non raggiunga il quorum. Non c’è dubbio che il referendum – come ha scritto ieri Tiziano Treu su questo giornale – è il figlio naturale dell’impostazione data dalla Cgil alla battaglia sull’art. 18. Come, peraltro, si potrebbe sostenere che di fronte al modo provocatorio e ideologico con cui Berlusconi e D’Amato avevano a loro volta proposto contro il movimento sindacale e i lavoratori la modifica dello stesso articolo, fosse inevitabile la sua difesa come diritto universale di civiltà, così come impostata da Cofferati e fatta propria in sede politica dal centro-sinistra. Ma avanti di questo passo dovremmo allora arrivare alla conclusione che l’unica risposta possibile alla maggioranza di centro-destra è quella di Bertinotti e soci; e che dunque alle forze riformiste del centro-sinistra non resta altro che aspettare tempi migliori.
              Quello che diversi parlamentari dei Ds, dello Sdi, della Margherita e dell’Udeur hanno fatto in questi giorni è esattamente il tentativo di rompere questo circolo vizioso. Abbiamo infatti presentato al Senato e alla Camera una proposta di legge di modifica dell’articolo 18 che in gergo viene chiamato "proposta Ichino" o "alla tedesca". Essa assegna al giudice, in caso di licenziamento illegittimo, la possibilità di decidere il reintegro o l’indennizzo del lavoratore, o entrambe le misure, «tenuto conto dei motivi del licenziamento, del comportamento delle parti precedente o successivo ad esso, della dimensioni della impresa, nonché di ogni altra circostanza rilevante». Questa norma si applicherebbe a tutte le imprese superiori alla soglia di 4 dipendenti. Inoltre viene ridefinito l’indennizzo – con un notevole innalzamento per i lavoratori delle piccole imprese – entro i limiti di 36 mensilità per i lavoratori delle imprese con più di 60 dipendenti, di 24 mensilità per le imprese fra i 60 e i 20 dipendenti, di 14 mensilità per le imprese fra i 20 e 10 dipendenti, di 9 mensilità per le imprese con meno di 10 dipendenti. La nostra proposta prevede anche il diritto al preavviso per i lavoratori atipici in caso di cessazione della collaborazione, con una relativa indennità sostitutiva quando non sia rispettato tale preavviso.
              Può essere utile considerare la differenza fra questa proposta di legge e gli indirizzi elaborati nei giorni scorsi dalla Cgil. La Cgil prevede che in caso di licenziamento ingiustificato il diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro non sia vincolato ad alcuna soglia. Il lavoratore può di sua iniziativa optare per il risarcimento monetario (15 mensilità). Sotto i 15 dipendenti il datore di lavoro ha tuttavia il diritto di scambiare la reintegrazione con un risarcimento monetario calcolato sull’attualizzazione del danno futuro reale per il lavoratore. Ancora diversa è la proposta di legge presentata la scorsa settimana da alcuni parlamentari della sinistra Ds. Essa assume il carattere di una vera e propria attuazione per legge del quesito referendario, in quanto estende tout court l’articolo 18 attuale fino alla soglia dei 5 dipendenti. Anche le proposte Cgil e quella trasversale di parlamentari riformisti del centro-sinistra farebbero probabilmente venir meno le ragioni del referendum. Si tratta tuttavia di proposte fra di loro notevolmente diverse.
              Come si vede la proposta Cgil salvaguarda il carattere emblematico della soglia dei 15 dipendenti e contemporaneamente l’automaticità della reintegrazione sul posto di lavoro per i lavoratori delle imprese superiori a quella soglia. Sotto a quella soglia la proposta Cgil appare più costosa in termini finanziari per gli imprenditori, ma meno sicura in termini di principio in confronto alla nostra. Quest’ultima infatti per un verso infrange il muro dei 15 dipendenti, su cui si costruì il compromesso con piccole e medie imprese ai tempi dello Statuto, per altro verso supera l’automaticità della reintegrazione nel posto di lavoro, rimettendo al giudice la decisione. Inoltre determina con maggiore certezza i livelli del risarcimento monetario, innalzando in modo significativo quello per i lavoratori delle piccole imprese, oggi contenuto fra le 2 e le 6 mensilità.
              Ha scritto Treu che una proposta come quella che ho qui illustrato è una proposta per «tempi normali». Forse ha ragione, ma temo che questa considerazione corre il rischio di farci restare imprigionati in quel circolo vizioso di cui ho parlato. È certo che per il centro-sinistra la riforma del mercato del lavoro non andava affrontata a partire dall’articolo 18. È certo che bisognava per un verso dare compimento al "pacchetto Treu" e per l’altro estendere le tutele sociali ai lavoratori delle piccole imprese e alla gran massa dei lavoratori atipici. Ma ciò premesso che fare se la campagna referendaria prende corpo? Che fare, soprattutto, se Berlusconi deciderà di mobilitare il centro-destra sul referendum, puntando a schiacciare il centro-sinistra sul massimalismo dei referendari e a rompere i nostri rapporti storici con il mondo delle piccole e medie imprese? Credo che a quel momento – svanita l’ipotesi di cavarsela per il rotto della cuffia del mancato quorum – le forze riformiste del centro-sinistra dovranno trovare quel coraggio che finora non hanno avuto. Dovranno sfidare la deriva massimalista sul terreno del lavoro, non commettere l’errore di passare come difensore dello status quo né verso i lavoratori né verso i piccoli imprenditori. Dovranno evitare di lasciare a Berlusconi l’immeritata palma del politico responsabile e consapevole del bene comune e fare il loro vero mestiere: che è appunto quello di proporre il cambiamento su una linea di equità e di equilibrio sociale. Questa è appunto la ispirazione della nostra proposta di legge, che non abbiamo presentato perché confidiamo possa essere approvata nei prossimi mesi, ma per avere una piattaforma seria e convincente che motivi il nostro
              No al referendum.