“Commenti&Analisi” Il co.co.co. dovrà cambiare pelle – T.Boeri

09/06/2003


09 Giugno 2003

L’ULTIMO DECRETO DEL GOVERNO FA SALIRE DA 38 A 44 LE FIGURE CONTRATTUALI, IL LAVORO ORA E’ MENO FLESSIBILE

Il co.co.co. dovrà cambiare pelle
di Tito Boeri
COMPLICE forse l’imminente secondo turno delle elezioni amministrative, il decreto legislativo sul lavoro approvato venerdì dal Consiglio dei Ministri ha ricevuto un’accoglienza trionfale. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha parlato di una riforma con cui «il nostro mercato del lavoro diventa tra i più flessibili d’Europa», il ministro del Welfare, Roberto Maroni di un «cambiamento epocale» e il presidente di Confindustria, Antonio D’Amato, della «più grande riforma del mercato del lavoro mai varata nel nostro paese». Prima di farsi contagiare da tanto entusiasmo è opportuno porsi tre interrogativi, stranamente trascurati dai fiumi di inchiostro sparsi a riguardo in questo afoso fine settimana: 1) cosa occorre fare per continuare a far crescere l’occupazione nel nostro paese, 2) cosa si cela dietro al successo di figure contrattuali flessibili, come i cosiddetti co.co.co. (collaborazioni coordinate e continuative) e 3) come si possono davvero tutelare questi lavori flessibili.
Il mercato del lavoro italiano negli ultimi cinque anni ha generato due milioni di posti di lavoro, mentre la nostra economia ristagnava. Dalla crescita economica senza crescita del lavoro dei primi anni ’90, siamo passati ad una creazione di lavoro senza crescita economica. Un fenomeno legato all’abbassamento del costo del lavoro, a sua volta dovuto a tre fattori che sono stati contestualmente all’opera in questi anni: 1) una forte moderazione salariale (i salari sono cresciuti in termini reali di circa il 4% in meno della produttività), 2) la «flessibilità al margine» introdotta dal Pacchetto Treu nel 1997 (il fatto di poter assumere «a termine» comporta un abbassamento dei costi delle riduzioni del personale, dunque del costo del lavoro nel suo complesso) e 3) i generosi aiuti offerti dal bonus assunzioni introdotto nel novembre 2000. La spinta esercitata da questi tre fattori si va esaurendo (lo documentano le indagini sulle forze lavoro) e, comunque, a lungo andare non è possibile generare posti di lavoro senza crescita economica. Si tratta oggi di incentivare aumenti di produttività in quei due milioni di posti (al 90% flessibili) creati negli ultimi 5 anni. Diverse le ragioni per ritenere che gli aumenti di produttività siano più facilmente raggiungibili con una certa stabilizzazione dei rapporti di lavoro: questa aumenta gli incentivi all’investimento in formazione specifica da parte di datore e lavoratore e riduce il tempo distratto dalla ricerca di impieghi alternativi. In altre parole, la sfida oggi è trasformare la «flessibilità al margine» in «periodo probatorio», che precede un ingresso più stabile nel mercato del lavoro. Il decreto non affronta questo problema perché non riduce gli incentivi dei datori ad utilizzare il lavoro flessibile, il che ci porta al secondo interrogativo.
Il successo dei co.co.co. e dei contratti a tempo determinato non riflette un cambiamento nell’organizzazione del lavoro associato alle nuove tecnologie, né tantomeno una tendenza secolare allo sviluppo del lavoro autonomo. Queste figure contrattuali sono aumentate solo nei mercati del lavoro «rigidi». Negli Stati Uniti o nel Regno Unito, sono pochissimi i lavoratori con contratti a tempo determinato e l’interinale è un fenomeno marginale. Briciole rispetto ai 2,5 milioni di co.co.co. dell’Italia e a quel 10% di lavoratori alle dipendenze che hanno da noi un contratto a termine. Il decreto governativo introduce nuove figure contrattuali (soprattutto «i contratti a progetto») in cui i co.co.co. dovrebbero evolvere. E il Governo, per bocca del sottosegretario Sacconi, ha prefigurato un aumento entro l’anno dei contributi sociali per i co.co.co. (perché allora non metterlo nel decreto?). In altre parole, si sta scoraggiando il ricorso a questa figura contrattuale, ma non la rigidità dei contratti permanenti in cui, auspicabilmente, questi contratti dovrebbero essere convertiti. Probabile allora che si creeranno meno posti di lavoro oppure che si creeranno altri co.co.co. sotto mentite spoglie (i contratti di collaborazione coordinata e continuativa sono essi stessi una finzione dato che in nove casi su dieci si tratta di lavori alle dipendenze). Come rilevato da Pietro Garibaldi sul sito www.lavoce.info, il mercato riesce sempre a trovare scappatoie a questi irrigidimenti della nostra normativa. Da quando sono aumentati i contributi per i co.co.co., stanno fiorendo gli As.Pa., gli associati in participazione, lavoratori per cui il «datore» non deve versare alcun contributo.
Le vere tutele che si possono oggi offrire ai lavori flessibili non sono in termini di nuove figure contrattuali o di normative di difficile applicazione. Rischiano solo di dare lavoro agli avvocati e di rendere ancora più complesso un mercato in cui è già adesso difficile orientarsi per chi vi opera da anni. Abbiamo oggi 38 diverse figure contrattuali, incomprensibili per gli investitori esteri. Diventeranno almeno 44 (ancora di più con la certificazione dei contratti) dopo questa riforma. Le vere tutele per il lavoro flessibile sono in termini di ammortizzatori sociali che coprano lavoratori con carriere discontinue e in strumenti che facilitino l’assunzione nell’ambito di contratti permanenti. Uno di questi strumenti è il bonus assunzioni che Confindustria sembra oggi disposta a barattare con la fiscalizzazione di una parte degli oneri previdenziali.