“Commenti&Analisi” Il capolinea del dialogo (G.Cremaschi)

14/01/2004



14 Gennaio 2004




 

Il capolinea del dialogo
Tra il Parmacrack e la rivolta degli autoferrotranvieri finisce la stagione delle «regole». Oggi contano di più gli interessi, qualche volta i principi, sempre i rapporti di forza. Parafrasando Lama, si può dire che ormai la concertazione è un bidone vuoto. Quella che resta è una scelta secca: o una vera democrazia sindacale oppure la frantumazione sociale e l’autoritarismo


GIORGIO CREMASCHI*

*Segretario nazionale della Fiom

L’esplosione della bolla truffaldina della Parmalat e la rivolta degli autoferrotranvieri segnano lo Zenit ed il Nadir di una nuova mappa economica e sociale del nostro paese. Dopo una lunga erosione crollano tutti i punti cardine che hanno orientato le scelte sindacali degli ultimi venticinque anni. Con la svolta dell’Eur, alla fine degli anni Settanta, il movimento sindacale decideva di farsi carico delle compatibilità e della competitività. Finiva la stagione del salario «variabile indipendente», definizione di Bruno Trentin dei primi anni Sessanta. In una celebre intervista a
La Repubblica Luciano Lama definiva come «un bidone vuoto», al quale non aveva più senso fare la guardia, la rigidità sindacale sul salario e sulla condizione di lavoro.

Oggi si può tranquillamente definire allo stesso modo ciò che resta dei meccanismi e delle pratiche della concertazione, quali si sono stratificati da quella svolta sino ad oggi. Oggi tocca ad essi presentarsi come un bidone vuoto. Il fenomeno della crisi delle regole è ben più vasto. Sono a pezzi le regole dell’Onu. In assenza di poteri internazionali e statuali forti, in grado di pretendere il rispetto dei principi fondanti dell’organizzazione internazionale, gli Stati uniti fanno quello che vogliono.

Le regole che governano l’Unione europea, il Patto di stabilità, stanno in piedi finché non intralciano le scelte dei paesi più forti. In Italia, ove da tempo Pietro Ingrao ci chiede se esista ancora l’articolo 11 della Costituzione, il complesso sistema di equilibri decisionali e di pratiche concertative consolidatosi negli ultimi vent’anni viene travolto dal principio di maggioranza. E dalla prepotente affermazione degli interessi personali e di classe di Silvio Berlusconi e del suo governo.

Con buona pace delle paterne intenzioni, gli appelli del presidente della Repubblica al dialogo e alla fiducia suonano come vuoti richiami ad un passato che non torna più. Oggi contano prima di tutto gli interessi, qualche volta i principi, sempre i rapporti di forza. La cultura delle regole viene travolta ovunque. Si può rimpiangerla con maggiore o minore cordoglio, ma è impossibile negare la realtà.

La sconfitta sindacale alla Fiat, che segnò la riconquista del controllo padronale nell’organizzazione del lavoro. Quella sulla scala mobile, che mise in discussione la garanzia del potere di acquisto dei salari di fronte all’inflazione. La disfatta del 31 luglio 1992, che subordinò l’esercizio stesso della contrattazione all’emergenza governativa. La precarizzazione del lavoro e lo smantellamento progressivo dello stato sociale, furono tutte prima o poi equilibrate da forme di patto sociale. Dal protocollo Scotti del 1983, all’intesa di luglio di dieci anni dopo, passando per decisivi accordi aziendali alla Fiat e nelle grandi imprese pubbliche, fino agli accordi sulle pensioni e sul mercato del lavoro, gli arretramenti sindacali sono sempre stati accompagnati dalla definizione di un sistema di regole.

Sul piano macroeconomico si stabilivano le condizioni nelle quali l’accresciuta competitività del sistema, sempre posta come prioritaria, poteva tradursi in una parziale redistribuzione della ricchezza. All’interno delle imprese si varavano invece le condizioni della partecipazione dei lavoratori alle strategie competitive dei vertici aziendali, anch’esse comunque assunte a priori.

Il sistema avrebbe potuto raggiungere un suo equilibrio, pur scontando i costi sociali della caduta di autonomia del sindacato, se fosse cresciuta la competitività economica assieme ad una moderata compensazione verso il reddito dei lavoratori. Come è evidente non si è realizzato né l’uno né l’altro di questi obiettivi e il sistema è saltato.

Proprio a Parma, nel 2001, alla vigilia delle elezioni politiche, la Confindustria, senza neppure il dissenso di Tanzi, chiese al candidato premier Silvio Berlusconi di mettere in discussione tutti gli equilibri sociali. Ottenendo il caldo assenso del leader e la benedizione del governatore della Banca d’Italia. Il sistema delle imprese italiane già allora boccheggiava nella nuova dimensione dei mercati internazionali. Non c’era ancora la crisi dei bond, ma le difficoltà delle imprese sì. Il patto del 23 luglio 1993 era riuscito a far entrare l’Italia nell’euro, ma aveva fallito il conseguente e necessario obiettivo di rafforzare il sistema produttivo ed economico con la crescita degli investimenti e della qualità competitiva. Anzi, la speculazione finanziaria si mangiava i profitti nati dalla compressione del salario e dall’aumento della produttività. Giunto a una nuova stretta, il sistema delle imprese ha scelto la strada di un ulteriore taglio dei costi. Non potendosi più svalutare la moneta, si dovrebbe svalutare poderosamente il sistema sociale. Per sopportare il declino del sistema industriale occorre organizzare il declino del sindacato. Si è venuto così a creare il paradosso secondo il quale mentre le confederazioni praticavano la linea più moderata degli ultimi trent’anni, dal padronato, dal governo, dagli esperti economici esse erano tacciate di eccesso di rigidità.La Cisl e la Uil, com’è nella loro storia e natura, hanno deciso che fosse inevitabile ricontrattare regole ed equilibri, anche ad un livello più basso di prima. Con il Patto per l’Italia abbiamo assistito a un breve ritorno della politica dello scambio. Ma all’organizzazione sindacale, in cambio di una minore tutela dei diritti del lavoro, era concesso solo un micragnoso diritto alla sopravvivenza. La Cgil ha combattuto quell’intesa, ma sinora non ha costruito un adeguato rinnovamento della piattaforma e della pratica sindacale. Si è creata, così, una sorta di doppiezza. Forte tenuta sui principi generali e sul confronto politico complessivo, debolezza concreta sul terreno della contrattazione. La Fiom da sola ha cercato di costruire una linea conflittuale organica, che trasferisse nei luoghi di lavoro il rifiuto delle scelte del governo e della Confindustria. Altri hanno invece proceduto per inerzia e con continuità con il passato. Forse sperando che le leggi del governo e le linee della Confindustria restassero nei cieli delle dichiarazioni politiche, e non diventassero invece concreta pratica delle imprese.

Si è giunti così al disastro degli autoferrotranvieri, ove Cgil, Cisl e Uil hanno sottoscritto un’intesa sul salario che non raggiunge neppure quanto previsto dalle "regole" e che, invece, rompe con i lavoratori. Ora solo il referendum e il conseguente ritiro della firma dopo una bocciatura dell’accordo, possono recuperare asprezze e rotture. Ma tutto questo ci parla ancora della crisi di regole che non prevedono nessuna procedura democratica di validazione degli accordi da parte dei lavoratori. Davanti a noi c’è un bivio: o una vera democrazia sindacale, oppure frantumazione sociale e autoritarismo. La vicenda dei tranvieri, il lungo scontro contrattuale dei metalmeccanici, il documento delle associazioni degli artigiani, le posizioni della Confindustria e del governo, indicano lo stesso nodo. Dopo tutto il lavoro sporco sulla precarietà e la flessibilità del lavoro, sulle pensioni, sul fisco, sulla scuola, resta solo da abbattere il contratto nazionale, e poi il nostro paese sarà sull’autostrada che conduce al modello sociale americano. A quel punto Silvio Berlusconi potrebbe essere un peso inutile per tutti.

Il sistema concertativo degli anni Novanta è ancora troppo rigido e garantista per un padronato che teme la Cina e vuole competere sul terreno della svalutazione sociale. Nello stesso tempo esso serve ben poco, se davvero si vuole una svolta sul terreno della politica economica e sociale. La riaffermazione dell’autonomia rivendicativa del sindacato prima di tutto sul salario e nella lotta alla precarietà, senza vincoli di sorta. La piena partecipazione dei lavoratori alle scelte dell’organizzazione con una democrazia referendaria rigorosa. La riconquista della cultura del conflitto sociale e della sua funzione positiva ai fini dello sviluppo, costituiscono le condizioni per impedire un nuovo degrado sociale e politico. Fermi non si resta. O ci si rassegna al declino, sperando in qualche nicchia di salvataggio, oppure lo si contrasta con la lotta e la democrazia. In mezzo non c’è nulla se non il bidone vuoto.