“Commenti&Analisi” Il bonus per chi resta? Tre ostacoli da non sottovalutare (T.Boeri)

08/09/2003




lunedì 8 settembre 2003

L’INTERVENTO GENERA UN BENEFICIO PER L’INPS MA FINISCE PER SPOSTARE GLI ONERI SULLA FISCALITÀ GENERALE
Il bonus per chi resta? Tre ostacoli da non sottovalutare

di Tito Boeri
Le anticipazioni dei giornali sulla riforma delle pensioni che il Governo sta approntando danno tutte per scontato l’introduzione di un premio per chi continua a lavorare dopo avere raggiunto i requisiti per la pensione d’anzianità. Molti dettagli di questa misura sono stati resi noti, il che permette una prima valutazione. Il premio consiste nell’esenzione totale dal pagamento dei contributi previdenziali. Oggi datore e lavoratore versano insieme il 32,7% del salario all’Inps; con il cosiddetto «super bonus» il lavoratore si vedrebbe riconosciuto in busta paga il 30% del salario e il datore di lavoro il restante 2,7%. Le mancate entrate dell’INPS si finanzierebbero con i risparmi nell’erogazione di pensioni a quegli aventi diritto alle pensioni di anzianità che decidessero, in virtù del premio, di continuare a lavorare.
L’idea è suggestiva: si vorrebbe allungare la vita lavorativa senza «far male» a nessuno, anzi concedendo premi a chi ha comportamenti virtuosi. Insomma un guadagno per tutti, quello che gli economisti chiamano un «miglioramento Paretiano» richiamandosi all’opera di un celebre abitante di Torino dell’inizio del secolo scorso, il marchese Vilfredo Pareto.
Meglio, tuttavia, non farsi illusioni: il bonus rischia di avere effetti impercettibili sull’età di pensionamento ed è destinato a «far male» 1) ai contribuenti, 2) alle imprese e 3) ai giovani con contratti temporanei, tra l’altro con potenziali effetti negativi sulla produttività del lavoro. Vediamo perché.
Innanzitutto è probabile che il premio si traduca in un flusso netto di cassa negativo per l’Inps, spostando sulla fiscalità generale una parte ancora più consistente della nostra spesa previdenziale. Purtroppo l’Inps non rende pubblici i dati sulla percentuale di aventi diritto a una pensione di anzianità che fruiscono della stessa e professa apertamente di non voler concedere dati e elaborazioni a chicchessia, tranne il Ministro del Welfare, per «non influenzare il dibattito in corso sulle pensioni» (si veda www.lavoce.info). A quanto è dato sapere, circa il 30% dei potenziali beneficiari (era il 40% negli anni ’80) oggi non fruisce della pensione d’anzianità, una volta maturati i diritti. Questi individui (che hanno remunerazioni più alte della media) cesseranno di versare i contributi senza colpo ferire, riducendo le entrate dell’Inps. Perché non ci siano contraccolpi negativi sulle casse previdenziali, occorrerebbe che queste minori entrate fossero compensate da minori uscite, ovvero che tra il 15 e il 20% degli aventi diritto alle anzianità fosse convinto dal bonus a continuare a lavorare. Non facile. L’ultima Finanziaria ha reintrodotto la piena cumulabilità fra pensione di anzianità e salario; anche se la pensione di anzianità cui si ha diritto fosse solo il 50% del salario, perché si dovrebbe rinunciare a questa più un salario (dunque al 150% del salario) per un salario maggiorato del 30% (il 130% del salario)? Si parla in questi giorni di ripristinare il divieto di cumulo. Ma anche se il Governo fosse in grado di ripristinare (segnale: il Governo può cambiare idea) e fare rispettare il divieto di cumulo, un premio offerto solo per qualche anno non basterebbe comunque a spostare l’età di pensionamento. Per essere davvero conveniente, ogni anno di pensionamento ritardato dovrebbe portare ad un incremento permanente del reddito da futuro pensionato di quasi 4 punti percentuali, almeno il doppio del valore atteso del premio. La paura di vedersi un domani negato l’accesso alla pensione farebbe il resto. Come dimostra la fuga verso le anzianità degli ultimi 10 anni, a dispetto delle ripetute rassicurazioni del governo, non c’è «certificazione dei diritti acquisiti» che tenga. Utile ricordare che il premio, seppur più contenuto, introdotto con la Finanziaria del 1999 ha indotto solo qualche centinaio di rinvii delle anzianità. Un precedente che deve far riflettere.
Il premio potrebbe «far male» a qualcuno anche se riuscisse ad autofinanziarsi con minori spese per pensioni d’anzianità, non gravando sul fisco. Tra i perdenti, le imprese con piani soft di riduzione degli organici (i dipendenti di imprese in declino occupazionale hanno una probabilità doppia di prendere l’anzianità dei dipendenti di imprese che mantengono fissi i propri organici, secondo quelle elaborazioni che oggi l’Inps non vuole più rendere pubbliche). Anche le altre imprese ci perderebbero: per esercitare un domani l’opzione di liberarsi di un proprio dipendente verso la pensione, dovrebbero offrire una «buonuscita» più alta (per indurlo a rinunciare a un salario netto più alto per la stessa pensione).
Infine i giovani. Il premio, come si è visto, può solo aumentare il costo del lavoro.

Quindi non genera nuova occupazione. Le separazioni da imprese in declino verso le anzianità avvengono oggi quasi sempre col consenso del lavoratore. Secondo i dati delle forze lavoro, solo il 10% dei pensionati d’anzianità è stato licenziato o coinvolto in prepensionamenti, presumibilmente uscite involontarie.
Col premio, associato all’obbligo di tenersi i beneficiari del bonus in azienda, i datori di lavoro potrebbero essere tentati a rifarsi sui lavoratori con contratti temporanei, che non hanno nessuna intenzione di allontanarsi dall’impresa e che, avendo livelli di istruzione relativamente elevati, hanno maggiori potenzialità di contribuire a incrementi di produttività nell’azienda.
Morale della favola: il premio non è affatto innocuo. Anche solo sperimentarlo, come proposto dal Ministro Maroni, espone a rischi. Meglio allora pensare a premi temporanei associati a riduzioni permanenti (e crescenti nel tempo) delle prestazioni per chi andrà in pensione prima dei 65 anni, anticipando quegli aggiustamenti che verranno comunque attuati a chi andrà in pensione fra trent’anni. Anziché fare regali a chi è già in una posizione di privilegio, sarebbero un passo in direzione di una maggiore equità nei trattamenti previdenziali fra generazioni. Riuscirebbero a spostare in avanti l’età di pensionamento senza imposizioni ai lavoratori o alle imprese e, in ogni caso, renderebbero la decisione sul quando si va in pensione neutrale ai fini dell’equilibrio delle casse previdenziali.