“Commenti&Analisi” Idee e dialogo – di P.Ichino

19/03/2003




              IDEE E DIALOGO

              di PIETRO ICHINO

                  Il 19 marzo dell’anno scorso, alle otto di sera, Marina Biagi sentì alcuni spari; non comprese subito che cosa era accaduto. Poi scese in strada e trovò suo marito a terra, davanti alla porta di casa. La scorta gli era stata tolta nel settembre precedente e, inspiegabilmente, non gli era stata ridata neppure dopo che, in gennaio, i servizi avevano segnalato in modo molto preciso la minaccia che incombeva su di lui. È stato questo l’ultimo di una serie di attentati rivolti contro studiosi del mondo del lavoro particolarmente impegnati sul terreno delle riforme: da Ezio Tarantelli a Gino Giugni, a Massimo D’Antona.
                  Negli ultimi anni e ancora recentemente i serial killer delle Brigate rosse hanno dimostrato in molti modi di volersi concentrare su questo obiettivo. Decine di professori di economia o diritto del lavoro sono sotto protezione, o lo sono stati negli ultimi tempi, perché consulenti del governo o membri di organismi amministrativi, oppure perché impegnati nel dibattito sulla riforma anche fuori delle aule universitarie. L’intera cultura del lavoro italiana è sottoposta a un’intimidazione inaudita, che lascia esterrefatti i nostri interlocutori stranieri. Se rifiutiamo di assuefarci a questa poco invidiabile peculiarità nazionale, non possiamo eludere due domande: perché in Italia? E perché nel mirino, proprio la politica del lavoro? Probabilmente non esistono risposte capaci di esaurire la complessità della questione; ma una riflessione sulla vicenda di Marco Biagi e del «suo» Libro bianco , pubblicato cinque mesi prima della sua morte, può aiutare a mettere a fuoco almeno un aspetto del problema. La critica che Marco muoveva al nostro diritto del lavoro nasceva essenzialmente dallo studio degli ordinamenti dei Paesi più progrediti: soprattutto di quelli nordeuropei, dove non soltanto il lavoratore medio, ma soprattutto l’ultimo della fila, il più debole, è effettivamente assai più garantito che da noi; dove un mercato del lavoro fluido e fittamente innervato da servizi efficienti dà sicurezza e forza contrattuale non soltanto a chi è già dentro la cittadella del lavoro regolare, ma anche a chi aspi ra a entrarvi. Il Libro bianco conteneva numerose proposte, tutte ovviamente opinabili, ma tutte ispirate all’intento di sperimentare anche in Italia rapporti e assetti del mercato del lavoro già sperimentati da tempo in Europa. Se non che proprio contro questo intendimento Marco ha visto erigere dai suoi interlocutori un muro, un rifiuto indiscriminato di dialogo; una volta mi parlò, a questo proposito, di un «cordone sanitario» che sentiva intorno a sé anche nell’ambiente universitario. È lo stesso cordo ne sanitario che Sergio Cofferati – esercitando un suo diritto, s’intende – ha voluto creare intorno al Libro bianco , col definirlo «limaccioso», col rifiutarlo in blocco, senza possibilità di discussione neppure su una singola sua parte. Ed è ciò che la sinistra politica e quella sindacale tornano a fare nei confronti della legge nata nei giorni scorsi da quel documento, per il solo fatto che essa è stata proposta dal governo di centrodestra (ma per la maggior parte avrebbe potuto essere proposta anche da un governo di centrosinistra). Molti dirigenti diessini o della Cgil, pur del tutto alieni dall’estremismo, fanno a ffermazioni che chiudono ermeticamente ogni possibilità di confronto: quella legge «azzera il diritto del lavoro»; e addirittura «da oggi ogni lavoratore è ridotto a merce». In Italia, unico tra i maggiori Paesi europei, non si dovrebbe dunque nemmeno parlare di forme di organizzazione del lavoro come lo staff leasing o il job sharing , che Oltralpe sono previste dalla legge e si praticano da decenni con il pieno consenso dei sindacati. Quella chiusura del dialogo – sia ben chiaro – è praticata da persone che con il terrorismo non hanno nulla a che fare. Essa però contribuisce a una drammatizzazione oltre misura dei problemi del lavoro che, coniugata con altre circostanze, può contribuire al nascere della mala erba della violenza politica diffusa; e dalla violenza diffusa al terrorismo il passo è breve. Chi pratica quella chiusura è nel suo buon diritto; sappia però che in Italia, oggi, al di là di ogni solenne dichiarazione di principio, essa è esposta a questo rischio di degenerazione.


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