“Commenti&Analisi” I tentennamenti della previdenza sulla via del privato (G.Pennisi)

22/10/2004


           
           
           
           
          Numero 253, pag. 1
          del 22/10/2004
          I tentennamenti della previdenza sulla via del privato

          di Giuseppe Pennisi

          Tra breve i lavoratori dipendenti italiani, pubblici e privati, dovranno decidere se e come destinare i flussi del loro trattamento di fine rapporto alla previdenza complementare di gruppo (o ´chiusa’ su base categoriale o ´aperta’). La commissione sulle pensioni britannica ha presentato il 12 ottobre un documento particolarmente illuminante a questo proposito. Mostra a tutto tondo le cautele e le precauzioni che si devono prendere quando si destinano risorse a fondi pensione, specialmente ai fondi ´a prestazione definita’ (che promettono, cioè, di dare un predeterminato tasso di copertura rapportato a ciò che si guadagna in un lasso più o meno lungo della vita lavorativa).

          Il sistema previdenziale britannico ha puntato sulla previdenza privata di gruppo da sempre, ben da prima che le riforme introdotte dai governi guidati da Margaret Thatcher accentuassero questi aspetti. In totale, il 10% del pil va in pensioni (rispetto al 13% circa dell’Italia). Alla fine degli anni 90, il 60% delle pensioni britanniche veniva erogato dalle casse dello stato (o di istituti previdenziali pubblici) e il 40% da fondi pensione; in pratica, unicamente i ceti a più basso reddito fruivano solo di pensioni pubbliche; gli altri le accompagnavano con pensioni private. Nel 1998 il governo del ´New Labour’ presentò un programma secondo il quale le percentuali si sarebbero dovute invertire entro il 2050, quando solo uno zoccolo duro della spesa previdenziale sarebbe venuto dal sistema pubblico (il 40% per i meno abbienti) e il restante 60% sarebbe invece stato il frutto degli accantonamenti dei fondi privati. Il ´New Labour’, in pratica, è, in materia di previdenza, più privatizzatore dei Tory che lo hanno preceduto.

          Sin dalla prima pagina il rapporto della commissione scrive, senza mezzi termini, che ´il comparto a capitalizzazione del sistema previdenziale britannico è in serio declino’. Chi ha la pazienza di leggere il documento con cura non può non essere colpito da alcune cifre, con cui viene testimoniato un grave ´declino’ specialmente per i fondi ´a prestazione definita’.

          Mentre nel 1995 tali fondi avevano 5 milioni di iscritti, all’ultima conta (fine 2003) ne avevano appena 2; solo questa determinante vuole dire una contrazione di risparmi previdenziali privati pari all’1% del pil. Gli iscritti ai fondi ´a prestazione definita’ sono diminuiti per due ragioni: a) l’andamento scoraggiante delle borse dal 2000 (che ha penalizzato fondi fortemente orientati sull’azionario); b) la vera e propria marcia indietro effettuata dai datori di lavori (gran parte dei fondi sono aziendali o categoriali). Quel che è grave è che le misure alternative messe in atto dal governo e dal parlamento non hanno funzionato. Si trattava, in sostanza, delle ´stakeholder pensions’, una gamba previdenziale privata individuale (lo ´stakeholder’ è chi ha un interesse legittimo), incentivata dalla mano fiscale. Le analisi della commissione non portano a una conclusione definitiva sulle ragioni della cattiva riuscita (se le deduzioni tributarie sono inadeguate o se i britannici hanno semplicemente smesso di accantonare per la terza età); la sostanza è che le ´stakeholder pensions’ non sono mai decollate. Secondo la commissione, il 9,6% dei lavoratori che hanno più di 35 anni non sta accumulando abbastanza per quando sarà anziano. Il numero diventa molto più elevato, 12 milioni, se ci si riferisce all’universo statistico dei lavoratori che hanno più di 25 anni. Che cosa fare? La commissione traccia tre strade: a) effettuare cambiamenti radicali nel sistema attuale di istituzione e funzionamento dei fondi; b) aumentare la percentuale della spesa previdenziale a carico dello stato; c) introdurre un programma di risparmio obbligatorio analogo a quello iniziato in Australia alla fine degli anni 90. Se una di queste strade non viene intrapresa, avverte il rapporto, l’età media effettiva di pensionamento dovrà aumentare da 63 a 70 anni entro il 2020 o giù di lì.

          La lettura del documento è particolarmente utile in quanto, dato che molti alti funzionari del sistema previdenziale italiano e non pochi esponenti politici delle generazioni meno giovani non hanno accesso alla lingua di Shakespeare, da giugno è in bella vista su numerose scrivanie un lavoro in copertina grigia prodotto nel pensatoio di via Nazionale (Francesco Spadafora, ´Il pilastro privato del sistema previdenziale: il caso del Regno Unito’, Temi di Discussione n. 503). Il suo sommario viene considerato se non come la Bibbia almeno come il ´dernier cri’ in tema di previdenza del futuro. Non che l’universo italiano della previdenza si interessi agli aspetti specifici dell’analisi di Spadafora (che, fra le righe e per i lettori attenti, anticipano parte delle conclusioni della commissione britannica). Dello studio viene però data, in convegni e seminari, una lettura vagamente forzata della sintesi per far intendere che i fondi pensione sarebbero il toccasana.

          Il vostro chroniqueur sostiene da tempi non sospetti l’esigenza di un sistema previdenziale ´a tre gambe’, uno sgabello per la vecchiaia in cui la ´gamba’ pubblica (con un contenuto fortemente ridistributivo) venga affiancata da una ´gamba’ privata di gruppo (preferibilmente incoraggiata dal fisco). Il rapporto della commissione britannica non smentisce questo schema complessivo. Conferma, però, che da un lato non esiste sistema previdenziale a prova di bomba (specialmente in quella che possiamo chiamare ´l’età dell’incertezza’) e che dall’altro occorre fare una grande attenzione alle modulazioni specifiche. (riproduzione riservata)