“Commenti&Analisi” I sindacati inventano lo sciopero preventivo (S.Cingolani)

09/03/2004

        8 Marzo 2004

        PENSIONI. PERCHÉ È NECESSARIO UN CAMBIAMENTO

        di Stafano Cingolani

        Il governo accelera? Semmai sta rallentando
        I sindacati inventano lo sciopero preventivo

        Domani al Senato il governo presenterà la sua proposta sulle pensioni. Intanto, a Bruxelles si riunisce l’Ecofin al quale Giulio Tremonti vuol portare due riforme importanti : le pensioni, appunto, e il risparmio. Mentre su quest’ultima si è creato finora un ampio consenso bipartisan (anche se dovrà passare le forche caudine parlamentari) sulla prima siamo allo scontro aperto. Cgil, Cisl e Uil hanno già annunciato uno sciopero generale preventivo. Anche se l’assemblea dei delegati si dovrà riunire dopodomani, venerdì scorso sono già state annunciate le modalità (4 ore per tutti) e la data (il 26 di questo mese). L’opposizione tuona contro «l’accelerazione» impressa dal governo alla riforma delle pensioni, definendola «un colpo di mano».

        «Accelerazione?». Se non andiamo errati, se ne discute da 18 mesi. Il governo ha lanciato tanti ballon d’essai quante erano le bocche a parlare. Soprattutto, ha ceduto alla pressione della Lega che impone il 2008 come data d’inizio e costringe Tremonti a cercare escamotage per «far cassa» al più presto, in modo da tenere almeno sotto controllo la spesa previdenziale che sale del 4% l’anno. Gli espedienti creano confusioni e ingiustizie. Ma lo scalino del 2008 è il prezzo pagato a Bossi, il quale rappresenta il vero ostacolo alla discussione. L’originaria ipotesi del governo: tutti in pensione con 40 anni di contributi, è accompagnata da una ipotesi alternativa, cioè 60 anni di età e 35 di contributi, e da alcune varianti leghiste come 57 anni di età con 35 anni di comntributi, ma con forti penalizzazioni. Dopo l’apertura di Francesco Rutelli disponibile a discutere un innalzamento dell’età pensionabile, Roberto Maroni ha fatto ulteriori avances. Adesso si dice disponibile a tornare in commissione per discutere, una volta presentata formalmente in aula la proposta.

        «Accelerazione»? La verità è che il governo ha proceduto con il passo di lumaca per i contrasti aperti nella maggioranza. Mentre l’Unione europea non cessa di ripetere che una riforma delle pensioni, con innalzamento dell’età, è urgente e inevitabile. Lo dice Pedro Solbes (il gran nemico di Tremonti), a nome della commissione presieduta da Romano Prodi (non da Silvio Berlusconi). L’opposizione, dunque, dovrebbe protestare contro i ritardi non contro le «accelerazioni». E i tempi saranno oggettivamente allungati dopo lo sciopero generale. Tutti e tre i sindacati, anche la Cisl di Savino Pezzotta, sono intransigenti nel difendere i diritti acquisiti dei lavoratori vicini all’età pensionabile. Il sospetto, allora, è che il punto sia un altro. Non gli zigzag del governo, non la scarsa disponibilità a trattare (dopo un anno e mezzo di chiacchiere e di incontri). No, a dividere è la questione in sé, cioè se bisogna allungare l’età pensionabile. In altri termini, se bisogna far prevalere la difesa dell’esistente.

        Ripetiamo, le proposte del governo sono francamente un po’ confuse. Ma il problema è che i sindacati e buona parte dell’opposizione, sono contrari alla riforma tout court. «C’è già la legge Dini che andrà verificata solo nel 2005», ripetono. E’ vero. Eppure lo stesso autore ha riconosciuto che non basta più. La dinamica demografica da una parte e la crisi fiscale dello Stato dall’altra, lo impongono. Non solo in Italia. In tutti i paesi europei e persino negli Stati Uniti i quali, pure, hanno uno schema pensionistico totalmente diverso da quello europeo. Fra poco lasceranno il posto di lavoro i baby boomers e si trasformeranno in una bomba sociale ed economica.

        Quello del 26, dunque, si presenta non tanto come uno sciopero contro il governo, ma come una iniziativa di resistenza al cambiamento. Non vogliamo dire che la legge Maroni sia giusta o la migliore possibile. Ma l’idea di cercare sulle pensioni una resa dei conti politica come nel 1994 è totalmente fuori dalla realtà. In primo luogo per una constatazione lapalissiana: perché sono trascorsi dieci anni e ormai non c’è più tempo da perdere.

        Su un punto i sindacati hanno ragione: i risparmi realizzati sulle pensioni non devono finire nel calderone, ma debbono essere destinati a una riforma più generale del welfare state. Siamo d’accordo, purché si riconosca che esiste oggi un gravissimo problema di finanza pubblica. Il debito cresce e peggiora anche il disavanzo. Senza le operazioni straordinarie, le entrate fiscali non aumentano (e come potrebbero in piena stagnazione?). Mentre continuano a gonfiarsi le uscite al netto degli interessi pagati sul debito. Ciò vuol dire che la spesa pubblica corrente è fuori controllo. Dunque, se i denari risparmiati con le pensioni non debbono essere usati per ridurre il deficit, bisogna pensare a interventi urgenti, massicci e per molti versi straordinari, sulla spesa corrente che è composta per lo più dagli stipendi dei dipendenti pubblici, dalla sanità e, guarda caso, dalle pensioni. Non tocca a loro gestire il bilancio dello Stato, ma tocca ai sindacati dire qualche sì, per non finire in un cul de sac.