“Commenti&Analisi” I sindacati e la libertà dei lavoratori (P.Ichino)

07/10/2005
    venerdì 7 ottobre 2005

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    I sindacati e la libertà dei lavoratori

      di Pietro Ichino

        Il trattamento di fine rapporto, come è stato disciplinato fino a oggi dal codice civile italiano, è sostanzialmente un prestito che il lavoratore è obbligato a fare al proprio datore di lavoro, di importo pari all’incirca al 7% della retribuzione corrente. L’impresa gestisce liberamente questa parte di retribuzione non pagata mese per mese, essendo obbligata a «restituirla» al lavoratore quando cessa il rapporto, con una modesta rivalutazione. In nessun altro Paese esiste una forma di questo genere di finanziamento obbligatorio dell’impresa da parte dei suoi dipendenti. Ora, la legge n. 243 del 2004 delega il governo a emanare un decreto di riforma stabilendo che, salva diversa opzione espressa dal singolo lavoratore, il tfr venga devoluto a un fondo di previdenza complementare individuato mediante un accordo collettivo; mediante accordo collettivo si può prevedere anche che al tfr si aggiunga un contributo ulteriore dell’impresa, destinato ad arricchire l’accantonamento previdenziale complementare intestato al lavoratore. La legge-delega dispone in modo molto chiaro – qui sta il punto caldo della questione – che al lavoratore deve essere data la facoltà di trasferire l’intero accantonamento a un fondo di sua scelta, anche diverso da quello individuato dall’accordo collettivo: per esempio a un fondo gestito da una qualsiasi compagnia di assicurazione. E che questa libertà deve valere anche per l’eventuale contributo ulteriore cui l’impresa si sia eventualmente obbligata.

        Questo vincolo alla contrattazione collettiva previsto dalla legge-delega corrisponde a un principio di diritto comunitario: quello della libertà di concorrenza nel mercato dei servizi finanziari e dei capitali. L’applicazione di questo principio consente al lavoratore di scegliere liberamente il fondo da cui far gestire il proprio risparmio previdenziale, esponendo i fondi cogestiti da sindacati e imprese alla concorrenza aperta nel grande mercato del settore. Proprio questo è il punto contestato dalle confederazioni sindacali maggiori, le quali hanno chiesto – e ottenuto dal ministro del Lavoro – una modifica del testo originario del decreto di riforma da lui predisposto. Secondo la nuova formulazione del decreto il lavoratore può trasferire al fondo preferito solo il tfr, ma non l’eventuale contributo ulteriore posto a carico dell’impresa mediante accordo collettivo. Per usare il linguaggio tecnico, la nuova formulazione del decreto esclude la libera «portabilità» del contributo.

          Il primo problema è che, se il decreto venisse emanato dal governo in questa forma, esso si porrebbe in contrasto evidente con la legge-delega: il governo non può compiere questa scelta, finché non venga cambiato il contenuto della delega. Si pone quindi il secondo problema: se sia opportuno che il parlamento cambi il contenuto della delega nel senso voluto dai sindacati. Io penso di no, per motivi che ho esposto in un libro sul contratto di lavoro pubblicato due anni or sono, ora aggiornati ed esposti più compiutamente in un parere legale richiestomi dall’Associazione delle compagnie di assicurazione, che si può leggere sul sito www.lavoce.info

            I sindacati argomentano la loro richiesta osservando che la contrattazione collettiva deve essere lasciata libera di istituire un contributo a carico delle imprese destinandolo secondo la scelta delle parti contraenti. L’argomento è serio e, sul piano dei principi generali del diritto civile, non fa una grinza. Ma il contratto collettivo non è soltanto un contratto tra due parti: nei confronti dei singoli lavoratori ha anche un po’ la natura e la funzione di una legge; e la Corte di Giustizia di Lussemburgo ha affermato che, nello svolgimento di questa funzione, la contrattazione collettiva è esentata, sì, dal rispetto del principio della libera concorrenza finché opera soltanto sul mercato del lavoro, ma non altrettanto quando interferisce con il mercato dei servizi o con quello dei capitali.

              Quello di cui si discute è proprio un caso in cui il contratto collettivo in qualche misura interferisce con i mercati dei capitali e dei servizi finanziari, regolando le forme di gestione del risparmio dei singoli lavoratori. Se si ritiene opportuno garantire al lavoratore la libertà di scelta del gestore del suo tfr, è difficile spiegare perché la stessa libertà non gli debba essere garantita anche in riferimento al contributo ulteriore di previdenza complementare, posto da un accordo collettivo a carico dell’impresa.