“Commenti&Analisi” I sindacati di nuovo uniti ritornano al passato (G.Berta)

24/01/2005

    lunedì 24 gennaio 2005

    UNO SCHEMA DI CONTRATTI E RIVENDICAZIONI OBSOLETE MENTRE L’ECONOMIA SUBISCE INTENSI CAMBIAMENTI

      I sindacati di nuovo uniti ritornano al passato

      di Giuseppe Berta

        DA tempo la politica sindacale è avara di novità. In quest’ultimo periodo, le organizzazioni dei lavoratori hanno manifestato soprattutto timori per le condizioni dell’economia e le prospettive di un sistema produttivo le cui basi vanno restringendosi. In particolare, presso le categorie dell’industria è diventata predominante una nota di preoccupazione, che sembrava aver oscurato fino a oggi lo scenario rivendicativo. Nelle ultime settimane, però, qualcosa è cambiato: dopo mesi di incontri faticosi fra le tre sigle maggiori che rappresentano i metalmeccanici – la Fiom-Cgil, la Fim-Cisl e la Uilm-Uil -, i loro organismi direttivi sono riusciti a concordare una comune piattaforma di rivendicazioni alla controparte imprenditoriale per il rinnovo del contratto di categoria, scaduto lo scorso 31 dicembre. Ancora alla fine dell’anno passato, la possibilità di raggiungere un’intesa non era data affatto per certa: mai il mondo metalmeccanico era apparso lacerato come negli ultimi anni, in cui si era assistito a contrapposizioni clamorose fra la Fiom, da una parte, e gli altri due sindacati, dall’altra. A dividerli erano stati due contratti nazionali separati, aspramente avversati dall’organizzazione appartenente alla Cgil, che aveva addirittura tentato di invalidarli con la raccolta di firme per un referendum abrogativo. Il contrasto era poi stato esasperato dalle vicende della Fiat durante il 2004, con la fabbrica di Melfi fermata dalla protesta della Fiom, che era arrivata a scontri durissimi con gli altri attivisti sindacali, soprattutto della Fim.

        Ora, al termine di un lungo confronto, è uscita una piattaforma unitaria, come si dice nel gergo sindacale. Un buon segno, dunque? A giudicare dalla reazione immediata della rappresentanza degli imprenditori, la Federmeccanica, si direbbe proprio di no. La richiesta di aumenti salariali formulata dai sindacati metalmeccanici è stata quasi respinta al mittente, in quanto «al di fuori di ogni livello di retribuzione erogabile». 130 euro mensili di incremento medio delle paghe non sono considerati un costo sostenibile, tanto più che la cifra risulta da due rivendicazioni complementari: 105 euro di aumento per tutti (pari al 6,3% sui minimi) contrattuali e altri 25 euro (pari a un +1,5%) da corrispondersi ai lavoratori delle aziende in cui non esiste la contrattazione decentrata, quella che dovrebbe ridistribuire gli effetti della crescita della produttività.

        Per le imprese, la ritrovata unità sindacale avrebbe quindi come conseguenza un ritorno al passato, con rivendicazioni incompatibili con il contesto generale dell’economia e dell’industria del nostro Paese. Tutto lascia credere che si stia marciando non verso un nuovo quadro sindacale, ma verso la riedizione di un clima e di uno scenario che molti avevano ritenuto tramontati nell’ultimo decennio e più. Insomma, al conflitto aperto fra i sindacati staremmo per sostituire una conflittualità di tipo più classico fra lavoro e capitale.

        Davanti al delinearsi di queste posizioni, non si può non provare un certo senso di anacronismo. È possibile che le relazioni industriali in Italia non possano trasformarsi? Ed è inevitabile che non ci si riesca a liberare di uno schematismo tale da inchiodare i soggetti della contrattazione collettiva in ruoli obbligati?

        Certo, i sindacati hanno riscoperto la coesione e proprio su una linea imperniata sul salario, che tiene in gran conto la discussione recente sul processo di impoverimento subìto dal lavoro dipendente. Ma a prezzo, probabilmente, di dover avviare un prolungato braccio di ferro con la controparte, in un momento in cui nel sistema delle imprese domina l’incertezza.

        Ma dal lato degli imprenditori non è venuto ancora un impulso all’innovazione, che pure dovrebbe costituire adesso l’impegno determinante. Se l’ordinamento contrattuale non funziona più (e a testimoniarlo è la stessa storia sindacale, con i suoi accordi separati e la rivalità fra le organizzazioni), dovrebbe ormai essere chiaro che occorre rimettervi mano per adeguarlo ai tempi.

        Stiamo vivendo, a giudizio unanime, una fase d’intenso mutamento economico, una metamorfosi destinata a ridefinire l’assetto dell’economia. Ma se ne siamo davvero convinti, allora non ha significato tenere in piedi un’architettura contrattuale palesemente obsoleta. Quando il cambiamento si fa accelerato e i processi di differenziazione fra le imprese e le aree produttive si accentuano, il contratto nazionale di categoria diventa necessariamente uno strumento inadatto. Per questo, occorre sostituirlo con un’attività negoziale decentrata, legata alla specificità aziendali e territoriali. Non c’è più margine per i conservatorismi di ambo le parti, che rischiano di generare risultati insoddisfacenti per tutti. La Cisl almeno ha tentato di indicare il decentramento contrattuale come possibile via maestra del prossimo futuro, ma nessuno l’ha seguita su questa pista. Ora questo ritardo nell’innovazione degli strumenti della politica sindacale minaccia di aprire un’altra epoca di tensioni, che può sfilacciare ancora di più il nostro tessuto industriale, invece di concorrere al suo consolidamento.