“Commenti&Analisi” I silenzi (e i timori) di Epifani (P.Ichino)

06/06/2005
    sabato 4 giugno 2005

      SINDACATI

      Tre domande al leader della Cgil e tre ai suoi interlocutori
      I silenzi (e i timori) di Epifani

        Pietro Ichino

        Quando, nel luglio 2004, il neopresidente di Confindustria Montezemolo tentò di aprire con i sindacati una trattativa sul nuovo assetto della contrattazione collettiva, il leader della Cgil Epifani troncò il discorso sul nascere sostenendo che non si poteva neppure incominciare a discuterne prima che Cgil Cisl e Uil si fossero accordate in proposito. Nell’ anno trascorso si è potuto soltanto constatare che, rispetto alla Cgil, su questo punto, Cisl e Uil hanno idee diametralmente opposte.

        Nei giorni scorsi Montezemolo ha messo di nuovo le sue carte in tavola, denunciando l’ inerzia di governo e sindacati su questo terreno e sollecitando le confederazioni maggiori ad aprire una discussione seria; è parso per un momento che, almeno dietro le quinte, qualche cosa incominciasse a muoversi. Ma al governo non piaceva l’ idea che quel pericoloso sovversivo di Montezemolo riuscisse nell’ operazione di riassetto del sistema di relazioni industriali, nella quale negli ultimi quattro anni il ministro del Lavoro aveva fallito; quest’ ultimo ha quindi cercato di spiazzare il presidente di Confindustria, invitando i sindacati a una riapertura del discorso al tavolo del ministero. Allora Epifani, preoccupato a sua volta che a un accordo si potesse arrivare sotto l’ egida di questo governo, ha troncato di nuovo bruscamente il discorso adducendo lo stesso argomento di un anno fa.

        Oggi i protagonisti di questo balletto si incontrano a Santa Margherita Ligure, al consueto meeting annuale dei giovani industriali. Sarebbe una buona occasione per rispondere ad alcune domande.

        1) Una prima domanda a Epifani. Tutti sanno che, quanto all’ assetto della contrattazione collettiva, la Cgil vorrebbe rafforzarne la centralizzazione, mentre Cisl e Uil sono favorevoli alla soluzione opposta; il leader della Cgil pensa davvero che questa divergenza possa essere superata in tempi ragionevoli? Se sì, perché ha lasciato passare un intero anno senza concludere nulla, e anzi, quando a un certo punto nel gennaio scorso è parso che un compromesso con Cisl e Uil fosse a portata di mano, la Cgil si è improvvisamente tirata indietro?

        2) Seconda domanda: Epifani pensa davvero che metà dell’ economia del nostro Mezzogiorno resti sommersa solo per la malvagità degli imprenditori e che basterebbe stanare quelle imprese clandestine con ispettori e polizia perché esse incominciassero a operare in modo regolare, applicando gli standard fissati dai contratti nazionali? Se non lo pensa, ritiene forse opportuno che ispettori e po lizia intervengano a chiudere quelle aziende, mandando a casa molte centinaia di migliaia di lavoratori irregolari? Se non pensa neanche questo, perché continua a opporsi a una differenziazione regionale degli standard collettivi?

        3) Terza domanda: la Cgil pensa davvero che si possa uscire dalla grave crisi che la nostra economia sta attraversando senza una riforma incisiva del sistema di relazioni industriali? O pensa che si possa aspettare un altro anno e mezzo o due in questa situazione di paralisi? Molti segni convergono nell’ indicare che, in realtà, la Cgil è decisa a impedire qualsiasi accordo all’ interno di questo quadro politico, rinviando ogni discorso a quando ci sarà un governo di centro sinistra; è così?

        A quest’ ultima domanda molti dirigenti della Cgil, anche di alto livello, rispondono apertamente: è così. Ciò significa che sta prevalendo nella Cgil la scelta, sostenuta dalla sua ala sinistra, nel senso di fare della stessa confederazione un soggetto politico « di classe » , una sorta di « partito del lavoro » , appartenente a tutti gli effetti allo schieramento di centro sinistra e destinato anche a influenzarne gli equilibri interni. Sarebbe una scelta lontana anni luce dalla concezione del sindacato che è propria di Cisl e Uil. Se questo è l’ intendimento reale, i rinvii di Epifani « a quando si sarà raggiunto un accordo con Cisl e Uil » sono puramente strumentali e nascondono una risposta che egli non osa esplicitare: la vera risposta è « mai » .

        4) A questo punto viene spontaneo rivolgere una domanda ai leader di Cisl e Uil, Pezzotta e Angeletti: se, in realtà, la possibilità di un accordo, anche soltanto per una unità d’ azione biennale o triennale, con questa Cgil è molto remota, che cosa aspettano Cisl e Uil a fondersi per proporre con maggior vigore un modello di sindacalismo alternativo a quello che sta prevalendo nella Cgil? Perché invece, da un anno a questa parte, subiscono i veti e la politica dilatoria della Cgil, lasciandosene vistosamente egemonizzare nelle scelte operative? Perché non si siedono subito almeno al tavolo aperto da Montezemolo ( visto che col governo Berlusconi hanno qualche buon motivo per preferire di non replicare l’ esperimento)? Forse che i lineamenti di una politica di decentramento contrattuale non possono essere concordati oggi tra Confindustria Cisl e Uil, e in qualche misura sperimentati domani stesso – almeno dove Cisl e Uil sono più forti – in attesa che la Cgil rinunci a fare il mestiere del partito e torni a fare soltanto quello del sindacato?

        5) Naturalmente una domanda simmetrica vale per Montezemolo. Se lo spostamento del baricentro della contrattazione verso la periferia vuole essere una cosa seria, esso comporta, in qualche misura, una riduzione di ruolo e potere dell’ associazione da lui presieduta; e anche una piccola rivoluzione culturale al suo interno. La Confindustria è pronta davvero ad accettare che nelle regioni e nelle singole aziende si contratti anche secondo schemi diversi e per sperimentare modelli diversi di assetto dei rapporti di lavoro? È disponibile davvero al mutamento di mentalità che questo profondo cambiamento comporta?

        6) Infine una domanda al Governo, che rivendica il proprio ruolo in questo processo di riforma. Fin dall’ inizio esso ha dichiarato – come deve fare ogni governo di centro destra degno di questo nome – che l’ accordo con il sindacato è auspicabile ma non indispensabile; eppure, in quattro anni, il governo stesso non ha fatto nulla di quello che poteva fare di propria iniziativa.

        Abbiamo da decenni molte leggi che ostacolano gravemente la contrattazione decentrata in deroga al contratto nazionale comminando alle aziende penalizzazioni sul piano contributivo, dell’ accesso ai finanziamenti, della possibilità di candidarsi per commesse o appalti pubblici. Perché in questi quattro anni neppure una di queste norme è stata minimamente toccata e, negli ambienti governativi, non si è neppure discusso della possibilità di farlo?