“Commenti&Analisi” I passi all’indietro della riforma Vietti – di E.Lucarelli

20/05/2003



              Martedí 20 Maggio 2003

              LIBERE PROFESSIONI
              Intervento
              I passi all’indietro della riforma Vietti


              DI ENNIO LUCARELLI*

              Il sottosegretario alla Giustizia, Michele Vietti, nell’intervista del 10 maggio 2003 al Sole-24 Ore (dal titolo: «Le associazioni rifiutano il nuovo») afferma che, in occasione della consultazione sulla bozza di riforma delle professioni intellettuali, Fita «aveva espresso una valutazione ampiamente positiva» , da cui deduce che le critiche emerse in seguito siano frutto di «logiche interne» prevalse al l’ultimo momento.
              Dobbiamo, nostro malgrado, contraddirlo, perché la Federazione del terziario avanzato in ogni intervento pubblico, così come nel corso dei lavori della Commissione e delle osservazioni scritte al testo finale, ha sempre insistito sulla necessità che la legge fosse chiara su almeno due aspetti irrinunciabili: la pari dignità per tutte le professioni intellettuali e la libertà di esercitare ciascuna professione nel modo a essa più consono. Alla fine dei lavori, abbiamo dovuto, purtroppo, constatare che la maggior parte delle nostre osservazioni non era stata accolta. Si è preferito piuttosto mantenere un’ambiguità di fondo, che permette al legislatore di far balenare in un articolo un’apertura, per poterla negare più avanti. Sulla creazione di un sistema duale fra Ordini e associazioni che dia pari dignità a tutte le professioni, Fita aveva chiesto di rivedere l’impianto normativo con cui si vuole disciplinare il riconoscimento pubblico delle professioni. Introducendo, infatti, il concetto di professione d’interesse generale, non solo si è creato un sistema che distingue fra professioni di serie A e di serie B, ma non si è voluto considerare il fatto che non di professioni d’interesse generale si tratta, ma semmai solo di atti qualificanti l’interesse generale. In realtà, come più volte è stato fatto presente, andava fatto un riesame delle prerogative di ogni professione, per stabilire quali atti esercitare in esclusiva.
              Questa sarebbe stata la linea da seguire per prendere atto dell’evoluzione del settore e produrre quindi un impianto normativo moderno. Invece si è preferito non solo ribadire i vecchi confini, ma addirittura ampliarli.
              L’altro nodo è quello del modus operandi: le società. La nuova norma prevede che la società che abbia per oggetto l’esercizio di una professione debba costituirsi secondo il tipo delle società tra professionisti (Stp, articolo 9, comma 1), specificando in un successivo articolo che «sono fatte salvo le leggi speciali che disciplinano l’esercizio professionale in forma societaria» (articolo 12, comma 2). Ebbene questa asserzione, formulata così genericamente, non mette alcuna professione al riparo dall’obbligo di dover fare una Stp, se si vuole esercitarla in forma societaria. Bisogna considerare che la Stp, rispetto a ciò che già stabiliva il Codice civile, rappresenta una limitazione alla libertà di organizzazione dei professionisti. Sarebbe necessario, quindi, che la nuova disciplina specificasse quali sono le professioni obbligate alle Stp, lasciando libere le altre di organizzarsi nel modo più consono ed efficace. Se passa una norma così ambigua, c’è la possibilità che quasi tutte le attività professionali, vecchie o nuove che siano, possano finire nell’imbuto della Stp, per la quale è obbligatoria l’iscrizione all’Albo e non è possibile il ricorso a capitale terzo. Facciamo un esempio: la professione di informatico, che non è normata da alcuna legge speciale. Stando alla bozza Vietti, gli informatici che vogliono esercitare l’attività in forma d’impresa potrebbero essere costretti a costituirsi in Stp. Ma si può ragionevolmente pensare a una società di informatica che non può disporre di capitale di rischio? Con quali risorse potrebbe investire in ricerca tecnologica, che è esattamente il suo mestiere? Come potrebbe competere sul mercato internazionale con i colossi stranieri? È evidente il cappio al collo che questa legge rischia di mettere al settore professionale.
              In queste condizioni il testo che Governo intende presentare in Parlamento, non può essere condiviso, essendo, a nostro avviso, in contrasto non solo con gli interessi del mondo professionale che Fita rappresenta ma con l’esigenza del Paese di svilupparsi disponendo di un sistema professionale competitivo, capace di confrontarsi a livello internazionale.

              *Presidente di Fita, Federazione del terziario avanzato