“Commenti&Analisi” I nuovi contratti saranno decisivi per la competitività (A.Recanatesi)

18/07/2005
    lunedì 18 luglio 2005

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      I CONTI IN TASCA

        I nuovi contratti
        saranno decisivi
        per la competitività

          di Alfredo Recanatesi

            SI va preparando per settembre un confronto che ha connotazioni prettamente sindacali, ma che riguarda tutti, riguarda il futuro del Paese. È dunque materia anche di cruciali scelte politiche. Si tratta della riforma della contrattazione delle condizioni di lavoro, ossia del superamento degli accordi del 1993 che da allora hanno presieduto al rinnovo dei contratti. Quegli accordi prevedevano due livelli, uno nazionale attraverso il quale doveva essere realizzato quel cardine della stabilizzazione monetaria e finanziaria che era la politica dei redditi, ed uno aziendale attraverso il quale i lavoratori avrebbero potuto partecipare alla ripartizione del frutto di eventuali guadagni di produttività.

            Secondo una opinione maggioritaria, ma tutt’altro che omogenea, quegli accordi sono superati. Sarebbero superati intanto perché non c’è più una esigenza di abbattere l’inflazione attraverso la programmazione di un tasso al quale vincolare gli incrementi salariali; inoltre, perché la sostanziale assenza di inflazione ha ristretto il terreno dal quale poter ricavare un incremento salariale nazionale lasciando uno spazio anche per la contrattazione aziendale; infine, perché le condizioni dell’economia produttiva si sono fortemente differenziate con settori che reggono, altri che arrancano, altri ancora in piena crisi per cui non ci sarebbero più le condizioni di una politica salariale unica. L’alternativa proposta, pur con diverse sfumature, è una contrattazione nazionale limitata a tutelare le condizioni minime, mentre la contrattazione vera e propria dovrebbe essere trasferita a livello aziendale o regionale per tener conto di realtà che potrebbero sostenere anche miglioramenti cospicui, laddove ci fossero incrementi di produttività consistenti, ma che potrebbero anche richiedere deroghe alle condizioni generali per quei casi che altrimenti si risolverebbero con il trasferimento degli impianti in Paesi a basso costo o, addirittura, con la chiusura delle aziende.

            A metà settembre scade l’ultimatum che la Cisl ha lanciato alla Cgil per indurre questa ad abbandonare l’arroccamento sugli accordi del ’93 e trattare una proposta unitaria da avanzare a Confindustria. Confindustria, dal canto suo, annuncia (ma è piuttosto una minaccia) di formulare una propria proposta se i sindacati non saranno in grado di presentarsi per avviare una trattativa concreta. Cisl ed Uil non escludono di poter trattare senza la Cgil. Al momento, dunque, siamo ad una complessa pretattica. Quel che interessa, però, è la questione di fondo e i suoi due sostanziali esiti possibili. La questione è come il sistema produttivo intende sostenere il confronto competitivo su mercati globalizzati. Le possibilità sono due: la competitività si recupera o attraverso una riduzione delle differenze operative che ci sono con i Paesi concorrenti, oppure sottraendosi alla loro concorrenza con produzioni specializzate che quelli non possano attaccare. Nel primo caso, che si determinerebbe depotenziando la contrattazione nazionale per consentire ai settori in crisi di poter resistere abbassando retribuzioni e tutele, la competizione con i Paesi emergenti verrebbe affrontata avvicinando i costi di produzione (e con essi i redditi, il benessere, le tutele) a quelli, assai più bassi, di quei Paesi. Nel secondo, invece, l’asticella della redditività verrebbe tenuta volutamente alta per indurre una pur travagliata riconversione del sistema produttivo su produzioni specialistiche in grado di finanziare standard di benessere e di tutele elevati.

            Questa scelta riguarda le parti sociali, ma investe tutto il Paese, perché si tratta di decidere se consentire alle imprese di rimanere come sono oggi – piccole, familiari, con scarsa o nulla capacità di ricerca e di innovazione – oppure mantenere un benchmark di costi per rispettare il quale sia indispensabile riconvertire, aggregare, innovare, investire. Se si investe e si innova, la produttività tornerà ad aumentare ed il Paese potrà riprendere la via del progresso; se si consentiranno deroghe diffuse per assicurare la sopravvivenza di produzioni povere, non si farà altro che adeguare il Paese a quelle povertà. Condizionata com’è dalla minaccia di delocalizzazioni e licenziamenti, la tattica di sindacati e Confindustria confligge con la strategia che il Paese nel suo complesso dovrebbe darsi.

            Ecco perché, pur nel rispetto della autonomia delle parti sociali, la politica non può estraniarsi dalla cruciale partita che sta per essere giocata. La posta in gioco, infatti, è il futuro di tutti; proprio di tutti.