“Commenti&Analisi” I numeri si vendicano del tormentone (T.Boeri)

15/11/2004

    13 Novembre 2004

      DOPO TANTI ANNUNCI IL GOVERNO HA DOVUTO PIEGARSI ALL’EVIDENZA DEI CONTI PUBBLICI E ALLA BASSA CRESCITA
      I numeri si vendicano del tormentone

        di Tito Boeri

        PER diverse e cruciali settimane il dibattito di politica economica è stato monopolizzato dalle molte proposte maturate nella maggioranza sulla struttura delle aliquote della nuova Irpef. Tutte davano per scontato un taglio di una certa entità alle imposte sul reddito delle persone fisiche a partire dal primo gennaio 2005. Adesso sappiamo che il taglio non ci sarà. Al suo posto, troveranno spazio misure di cui non si è affatto discusso e di cui si sa molto poco. Si sara’ forse parlato dei prospettati interventi su Irap e Anf in trattative riservate (non pubblicamente!), ma non della loro copertura, perchè questa non è stata ancora trovata. E la copertura è parte integrante di misure proposte come emendamento (per necessità auto-finanziato) della Finanziaria.

          Se non si vuole che il tormentone sulle aliquote Ire sia stato solo una perdita di tempo, bene trarne lezioni utili anche in vista della lunga campagna elettorale che ci sta di fronte. E’ stata una vendetta dei numeri. A loro dovra’, d’ora in poi, esser prestato quel maggiore rispetto di cui si invocava la necessità in questi giorni al convegno dell’Ocse di Palermo in un paese in cui purtroppo anche le statistiche vengono schierate a destra o a sinistra.

            I dati sui nostri conti pubblici erano noti a tutti dopo l’operazione verità svolta con il Dpef a luglio. Eppure il dibattito politico ha preteso di ignorarli, come se fosse possibile conciliare la sostituzione delle molte una tantum, la copertura del calo delle entrate strutturali dovuto ai condoni e un taglio delle tasse per almeno 5,5 miliardi — si parla di circa 3 punti di Pil — senza ridurre la spesa sociale, quella per il pubblico impiego e aumentare altre tasse. Era stata definita una “mission impossible” dal Wall Street Journal. Ed è stata. Bisogna dare atto al Ministro Siniscalco di avere resistito alle pressioni di chi voleva fare comunque il taglio delle tasse, in disavanzo. Il Ministro ha avuto dalla sua parte i numeri che la missione del Fondo Monetario stava per mettere sotto gli occhi di tutti. Con una crescita piu’ bassa del previsto nel 2005 (1,7 contro il 2,1 previsto dal Governo), il disavanzo e’ destinato ad aumentare in misura pari quasi al costo della riforma fiscale. Speriamo che ora ci si attenga ai numeri nel chiudere una manovra che si e’ in gran parte persa in corso d’opera. Altrimenti i numeri si vendicheranno nuovamente.

              La sconfitta del progetto del Premier, maturata martedi’ sera, non sarebbe apparsa a tutti come tale se le promesse fatte in campagna elettorale fossero state promesse contingenti (del tipo, se le cose andranno così, faremo il taglio delle tasse, altrimenti no) anziché dettate da delirio di onnipotenza (i tagli verranno fatti in ogni caso). Le promesse assolute non servono quando si governa. Per anticipare gli effetti positivi di riforme come il taglio delle tasse bisogna che i cittadini siano convinti del fatto che queste avranno effettivamente luogo. Non era il caso degli italiani (si veda il sondaggio di cui diamo conto su www.lavoce.info). Non si puo’ credere ad impegni non sostanziati dai numeri sull’andamento dell’economia e dei conti pubblici. L’ottimismo senza numeri non contagia nessuno. Anzi probabilmente e’ una delle cause del forte calo di fiducia dei nostri cittadini, anche in rapporto ad altri paesi europei che erano (ora non più) in stagnazione. Aspettative disattese e impegni non credibili generano una potente miscela depressiva.

                Prima che i numeri si vendichino ancora, impariamo ad usarli. Il Governo aveva già fatto una riforma della tassazione sul reddito, la prima tranche della riforma fiscale varata nel 2002. Perché non si e’ allora premurato di compiere un’approfondita valutazione degli effetti di quelle misure sui consumi? Sarebbe stato utile nel preparare la nuova riforma fiscale, ammesso che il suo intento fosse davvero quello di rilanciare la domanda interna. Facciamola ora, comunque, questa ricognizione. Servirà in ogni caso. Perché il calo del dollaro riduce la spinta che può provenire dalle nostre esportazioni. Per ripartire avremo davvero bisogno di maggiori consumi. E non possiamo certo affidarci all’omino del sacchetto giallo.