“Commenti&Analisi” I nemici della riforma (T.Boeri)

06/10/2005
    giovedì 6 ottobre 2005

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    I nemici della riforma

      Tito Boeri

        TFR è ormai diventato l’acronimo di Trattativa Fallita Ripetutamente. Da anni si parla di destinare il Trattamento di Fine Rapporto al decollo della previdenza complementare. A parole sono tutti entusiasti e d’accordo, ma quando si tratta di passare dalle parole ai fatti, ecco che, uno dopo l’altro i vari attori seduti al tavolo della trattativa si tirano indietro.
        Prima è stato il turno di Confindustria, preoccupata di vedere adeguatamente compensata la perdita di quella che è stata in tutti questi anni una fonte di finanziamento a basso costo per le imprese. Ieri, invece, è stata la volta delle compagnie di assicurazione, timorose di vedere trattati in modo sfavorevole i loro strumenti finanziari, i fondi aperti. Hanno così bloccato sul filo di lana l’approvazione da parte del governo del decreto attuativo della legge delega sulla previdenza complementare che scade oggi.

        Con un escamotage dell’ultima ora, il governo ha rinviato alle Camere per chiarimenti il documento elaborato dalle Commissioni parlamentari, ottenendo di fatto una proroga di trenta giorni all’attuazione della legge delega. Ma è veramente difficile che in questo mese un governo sempre più debole e lacerato al suo interno, in un paese con un sistema di relazioni industriali troppo ancorato alla politica (ieri si è chiusa prima ancora di aprirsi anche la trattativa sulla riforma della contrattazione, di fatto in attesa del nuovo governo) riesca a vincere le resistenze delle potenti lobby interessate al Tfr. E se anche il governo dovesse farcela a varare il decreto entro fine legislatura, il compromesso raggiunto rischierebbe di stravolgere il significato stesso di questa operazione cedendo al ricatto delle parti.

        Un governo a fine mandato è nella peggiore posizione negoziale possibile. Non a caso, il testo approdato ieri al Consiglio dei ministri, per venire incontro alle richieste di Confindustria, finiva per tagliare fuori proprio i lavoratori maggiormente interessati al decollo della previdenza integrativa. Si tratta dei lavoratori più giovani, concentrati in quelle piccole imprese che venivano nel testo esonerate dallo smobilizzo del Tfr. Questi lavoratori avranno una pensione pubblica molto più bassa di quella dei loro genitori e, dunque, maggiore necessità di far fruttare i propri risparmi. Utile ricordare che la riforma del Tfr dovrebbe servire a trasformare gli accantonamenti per la liquidazione in strumento di previdenza integrativa, fornendo al lavoratore rendimenti potenzialmente superiori a quelli oggi offerti non solo dal Tfr,ma anche dal sistema pensionistico pubblico.

        Se questo ennesimo fallimento è il frutto del prevalere di interessi corporativi, la responsabilità ultima non può che essere del governo. Il mancato decollo della previdenza complementare è un’evidente manifestazione dell’incapacità di questo esecutivo e di quelli che l’hanno preceduto nella passata legislatura di far prevalere gli interessi generali, affidandosi al consenso della vasta platea di chi è maggiormente coinvolto da questa riforma e che paradossalmente è rimasta ai margini della trattativa: i lavoratori.

          Di fronte ad un sistema pensionistico pubblico destinato a divenire sempre più avaro, non ci si può più permettere di usare il Tfr per finanziare le imprese anziché per fare meglio fruttare quelli che, dopotutto, sono soldi dei lavoratori. Come i lavoratori, le imprese potranno ottenere vantaggi da questa operazione nel lungo periodo, in virtù dell’ampliamento del mercato dei capitali nel nostro Paese. Anziché chiudersi in estenuanti trattative a porte chiuse, il governo avrebbe perciò dovuto lanciarsi in una campagna di informazione a vasto raggio, illustrando con dovizia di particolari quanto fruttano gli accantonamenti all’Inps e quanto rende il Tfr. Avrebbe anche dovuto preoccuparsi di varare la riforma del risparmio e imporre una maggiore trasparenza nella gestione di fondi di investimento e fondi pensione. Questa trasparenza rende maggiormente consapevoli i lavoratori dei vantaggi, come dei rischi, del risparmio gestito e serve ad aumentare la concorrenza tra i fondi pensione, in modo tale da abbattere i costi amministrativi che oggi gravano ancora fortemente sui sottoscrittori.