“Commenti&Analisi” I lati oscuri della riforma delle pensioni (A.Polli)

09/06/2004


       
       
       
       
      ItaliaOggi
      Numero 137, pag. 1 del 9/6/2004
      Autore: Alessandro Polli
       
      I lati oscuri della riforma delle pensioni
      di Alessandro Polli
       
       
      Il disegno di legge in materia previdenziale all’esame della camera dei deputati non fornisce ancora risposte convincenti su alcune delicate questioni.

      Il timing degli interventi, per esempio. Dodici mesi dall’approvazione della legge delega per disegnare la nuova architettura di sistema, 18 mesi per armonizzare i regimi pensionistici diversi da quello dall’assicurazione generale obbligatoria e per emanare il Testo unico delle disposizioni in materia di previdenza, quando il senso comune imporrebbe un intervento contestuale. La riforma produrrebbe i suoi primi effetti, a regime, soltanto a partire dal 2008 per i lavoratori dipendenti e, dopo un lungo periodo di sperimentazione, a partire dal 2016 per i lavoratori autonomi. Un differimento ingiustificabile, vista la premessa da cui partono i riformatori (la stabilizzazione della spesa pensionistica sul pil), giustificabilissimo tuttavia in prospettiva elettorale.

      Inoltre, così come è attualmente configurata, la destinazione del Tfr a un secondo pilastro previdenziale appare prematura. Perché attenua l’incentivo per le imprese a costituire rapporti di lavoro di lunga durata con i propri dipendenti, con intuibili conseguenze, in assenza di un sistema di ammortizzatori sociali, sui futuri assetti del mercato del lavoro e sullo stesso finanziamento del sistema della previdenza. Senza contare che in mancanza di interventi in materia di tutela del risparmio nel medio periodo potrebbero sorgere incentivi perversi nella gestione dei fondi pensione. Per questo motivo la prudenza suggerirebbe di stabilire regole certe di tutela dei risparmi delle famiglie e poi passare all’estensione a tutti i lavoratori di un regime di previdenza integrativa.

      Proprio su questo tema il disegno di legge approvato al senato il 13 maggio scorso non fornisce risposte e denuncia una generale mancanza di strategie di fondo. Innanzitutto su chi gestirà la previdenza complementare e, soprattutto, come.

      Il disegno di legge prevede al punto h) del secondo comma lo snellimento delle procedure amministrative di autorizzazione all’esercizio dei fondi pensione, di riconoscimento della personalità giuridica e di approvazione di statuti, regolamenti e convenzioni per la gestione delle risorse, anche attraverso l’istituto del silenzio-assenso, e questo in stridente contrasto con quanto previsto, per esempio, per gli istituti bancari.

      Un problema più rilevante attiene non ai soggetti che gestiranno la previdenza integrativa, ma alle modalità di esercizio. Se, come recita il punto e) del secondo comma del disegno di legge, il Tfr sarà conferito ai fondi pensione previsti dal dlgs 124/1993, o non cambierà nulla rispetto all’esistente (nel caso di dipendenti pubblici, in particolare, si tratta di una partita di giro) o si risolverà tutto nella sostituzione di forme di investimento caratterizzate da tassi di rendimento esigui, ma certi, con forme di investimento dai tassi di rendimento altamente volatili.

      A conferma di quanto affermato è sufficiente proseguire nella lettura del punto e) dove si prevede che ´i fondi pensione possano dotarsi di linee d’investimento tali da garantire rendimenti comparabili al tasso di rivalutazione del Tfr’. Infatti, attualmente, i rendimenti dei fondi pensione si collocano a un livello più basso del tasso d’inflazione e a quello di rivalutazione del Tfr: nel periodo 1999-2003 il rendimento dei fondi pensione negoziali è stato pari in media al 16,6%, quello dei fondi pensione aperti del 10,6%, contro una rivalutazione del Tfr pari al 17,7%.

      E le cose non vanno meglio negli altri paesi dell’area Oecd. Citando testualmente dall’ultima relazione della Covip, la commissione di vigilanza sui fondi pensione: ´[É] i fondi pensione a contribuzione definita espongono i lavoratori, durante l’intero ciclo di vita, ai rischi finanziari e demografici che nel caso di fondi a prestazione definita sono in capo alla società sponsor’. E ancora: ´Nei sistemi pensionistici in cui sono prevalenti i fondi pensione a contribuzione definita cresce, dunque, la preoccupazione sulla capacità degli stessi sistemi di assicurare un’adeguata copertura previdenziale’.

      Quel codicillo inserito nel comma e) può quindi contribuire a risolvere i problemi di coscienza del team di esperti del ministero del Welfare. Ma di nuovo rappresenta una risposta semplicistica al problema, anche perché per garantire certezza di rendimenti degli investimenti finanziari non basta un dettato legislativo, serve la palla di vetro.

      Tutti presi in esercizi di proiezione che, date le premesse, conducono ineluttabilmente a risultati preordinati, tanto da meritarsi l’appellativo di ´statistical artifacts’ da parte di molti autori di cultura anglosassone, i commentatori che alimentano la diatriba in materia pensionistica stentano ancora a prendere atto che l’attenzione pressoché esclusiva riservata ad alcune delle determinanti dell’aumento della spesa previdenziale (quali l’invecchiamento) innesca una pericolosa spirale su altre variabili di sistema. Un gioco di azioni e reazioni che nel lungo periodo, sottolinea la più recente letteratura scientifica, si traduce in un drammatico peggioramento del rapporto tra spesa pensionistica e pil, non nel suo miglioramento. In altri termini, una profezia che realizza sé stessa. (riproduzione riservata)