“Commenti&Analisi” I dubbi delle imprese e i silenzi del sindacato (P.Ichino)

16/10/2003



giovedì 16 ottobre 2003

L’intervento
Dai «co.co.co.» ai «lavoratori a progetto»
i dubbi delle imprese e i silenzi del sindacato


di PIETRO ICHINO
      Grande impresa del Nord, migliaia di impiegati e operai regolari, qualche centinaio di co.co.co. (ma la scena potrebbe essere la stessa anche in un’impresa di dimensioni minori). Fervida attesa dell’entrata in vigore – fissata per il 24 ottobre prossimo – del decreto attuativo della «legge Biagi», con la nuova norma che impone la trasformazione delle collaborazioni autonome in «lavoro a progetto», o in lavoro subordinato, col relativo aumento di un terzo del costo per l’azienda. Il responsabile delle risorse umane si arrovella sul che fare in tutti i casi, e sono la netta maggioranza, in cui la trasformazione in «lavoro a progetto» non è possibile; qualcuno gli consiglia soluzioni stravaganti e disinvolte, come quella che i lavoratori interessati si fingano liberi professionisti aprendo la partita Iva, oppure si uniscano in piccole società di servizi per simulare un appalto. I lavoratori sono ancora più disorientati: qualcuno li avverte che queste sedicenti soluzioni comporterebbero comunque per loro una riduzione secca del reddito e un lavoro ancora più precario di prima; qualcun altro consiglia loro di accettare la finzione, per poi denunciarla al giudice del lavoro, con comodo, fra qualche tempo. E il sindacato? Il sindacato di categoria, forte e radicato da decenni nell’azienda, sempre intransigente nel difendere i diritti dei propri rappresentati, ora non muove un dito. Ci si sarebbe potuti attendere che esso si mobilitasse capillarmente per dare indicazioni precise e assistenza anche a questi lavoratori di serie B, finora esclusi da tutte le protezioni; che chiedesse l’apertura di una trattativa con la direzione aziendale sulle modalità di attuazione della nuova norma. Invece no: tace, imbarazzato; fa il pesce in barile. Perché questa inerzia? Perché quel sindacato finora ha rappresentato soltanto i lavoratori subordinati regolari stabili: tutte e tre le grandi confederazioni, Cgil, Cisl e Uil, hanno relegato finora gli «atipici» in altrettanti ghetti sindacali ben distinti dalle organizzazioni di categoria e privi di qualsiasi potere contrattuale, così legittimando con questa stessa scelta organizzativa l’esclusione di quei lavoratori da ogni protezione. Perché ai lavoratori subordinati regolari, a ben vedere, ha sempre fatto comodo che gli «atipici», i co.co.co., portassero la maggior parte del peso della flessibilità di cui l’impresa aveva bisogno: senza quel polmone di flessibilità e di lavoro a basso costo il vecchio equilibrio aziendale scricchiolerebbe; se davvero si dovessero aprire d’un tratto le porte della cittadella del lavoro regolare a tutti quegli «atipici», l’impresa presenterebbe il conto anche ai regolari. Per la Cgil, infine, c’è un problema aggiuntivo: rivendicare l’applicazione di questa nuova norma significherebbe riconoscere che nella odiata «legge Biagi» c’è anche qualche cosa di buono.
      La realtà è proprio questa; la nuova norma nella sua drasticità pecca, certo, di un eccesso di illuminismo, ma almeno un merito ce l’ha: mette il dito nella piaga di un sistema produttivo fortemente «duale», dove il diritto del lavoro in tutta la sua pienezza e rigidità si applica a meno di 10 milioni di lavoratori, dei quali 3 milioni e mezzo di dipendenti pubblici, mentre tutti i lavori più pesanti, più precari, collocati negli orari più scomodi e peggio retribuiti, sono svolti da 3 milioni di dipendenti di aziendine sotto i 16 dipendenti (senza articolo 18 e senza sindacato), da 2 milioni di co.co.co. e da 2 o 3 milioni di irregolari (di fatto senza sindacato e senza alcuna tutela). Cgil, Cisl e Uil hanno sempre protestato a parole, nei proclami di vertice, contro questa situazione; la quale però ha sempre fatto comodo ai loro iscritti, quasi tutti dipendenti stabili di aziende di medie e grandi dimensioni.
      E il governo che dice? Venerdì scorso a "Radio anch’io" (Radio 1) il sottosegretario al Lavoro Sacconi ha risposto al mio articolo pubblicato sul Corriere il giorno prima minimizzando il problema e imputandomi di sostenere un’interpretazione troppo severa della nuova norma. Secondo il sottosegretario, «nei casi in cui la prestazione lavorativa è veramente autonoma, non sarà difficile ricollegarla a un progetto, e così evitare l’applicazione automatica della disciplina del lavoro subordinato». Prima domanda per il sottosegretario: poiché la nuova norma vieta la collaborazione autonoma a tempo indeterminato, che cosa faranno i giudici del lavoro quando si troveranno di fronte a un rapporto che finora si è svolto in quel modo e che all’improvviso viene trasformato in una serie continua di pretesi «progetti», formalmente «a termine» ma in realtà senza alcuna soluzione di continuità? Seconda domanda: quando – come nella grande maggioranza dei casi, e sono centinaia di migliaia – non è possibile trasformare credibilmente il rapporto in «contratto a progetto», il governo è davvero convinto che le imprese provvederanno disciplinatamente ad assumere il lavoratore con contratto di lavoro subordinato accollandosene il costo? E se non vorranno o non potranno farlo, che cosa ne sarà delle centinaia di migliaia di posti di lavoro che in questo modo vengono messi fuori legge?


Economia