“Commenti&Analisi” I conti non tornano (A.Recanatesi)

20/09/2004


            lunedì 20 settembre 2004

            OLTRE LA LIRA

            Consumi, prezzi e potere d’acquisto
            I conti non tornano

            di Alfredo Recanatesi

            DOPO tre anni di rincari dei prezzi al consumo resi possibili dal disorientamento per la introduzione dell’euro come nuovo metro di valore; e dopo che questi rincari hanno colpito soprattutto i piccoli importi delle spese quotidiane; e dopo che in tal modo è stato decurtato il potere d’acquisto delle classi di reddito medio basse sulle quali maggiore è l’incidenza delle spese quotidiane; e, ancora, dopo che questo massiccio trasferimento di potere d’acquisto ha accentuato la crisi delle attività produttive maggiormente dipendenti dai consumi di massa; dopo tutto questo il problema sembra aver forato la coriacea sensibilità del governo, il quale, forse temendo un autunno inquieto, ha annunciato per l’anno prossimo un aumento del potere d’acquisto reale delle famiglie del 2,2 per cento.

            Cifre a parte, la reazione governativa interviene quando l’inflazione ha già cominciato a trovare un argine nella crisi dei consumi determinata dagli stessi rincari dei prezzi. La distribuzione e i pubblici esercizi hanno approfittato a piene mani dell’opportunità di praticare rincari offerta dalla ridotta percezione dei valori espressi dall’euro e dai relativi centesimi, ma non essendo cresciuti in proporzione i redditi dei consumatori, si sono prodotte diverse conseguenze, alcune delle quali si sono ritorte sulla stessa struttura distributiva. Tra le altre, è stata accelerata la crescita della quota di mercato della grande distribuzione ai danni delle strutture più tradizionali; sono tornati in auge i discount; è cresciuto il volume di affari del commercio ambulante nei settori del tessile, abbigliamento, calzature. La domanda di consumi ha ridotto, dunque, la qualità oltre la quantità, così riducendo sempre più la possibilità di ulteriori rincari ed, anzi, determinando anche qualche arretramento. L’iniziativa del governo, quindi, è tardiva al punto da poter generare persino qualche effetto controproducente bloccando prezzi che, invece, potrebbero spontaneamente scendere.


            Per di più, i calcoli del governo non tornano. La grossolana aritmetica dalla quale dovrebbe derivare un aumento del potere d’acquisto delle famiglie non tiene conto di molti fattori ed altri ne travisa. Non tiene conto, ad esempio, che la riduzione della fiscalità statale sarà più che compensata dall’aumento di quella locale (che lo stesso governo, infatti, ha autorizzato) e della riduzione dei servizi prestati da comuni e regioni. Non tiene conto che il blocco di alcuni prezzi alimentari della grande distribuzione (il 14% dei prodotti di catene che coprono neppure il 15% del mercato degli alimentari) bene che va può evitare ulteriori erosioni del potere d’acquisto, di certo non lo ricostituisce.


            Ma soprattutto non mette in conto che per una ripresa dei consumi ed un miglioramento delle condizioni di vita la ricostituzione di un maggiore potere d’acquisto è condizione necessaria, ma non sufficiente. Occorre che quella ricostituzione sia affidabile, e quella che eventualmente avvenisse davvero il prossimo anno difficilmente potrebbe esserlo. Questo non tanto perché le riduzioni fiscali non verrebbero percepite come sostenibili dalle condizioni della finanza pubblica, ma soprattutto perché i redditi da lavoro sono percepiti, ed in larga misura effettivamente lo sono, come precari. La precarizzazione opera come freno dei consumi ancor più che la riduzione del potere d’acquisto alla quale, se venisse considerata transitoria, si potrebbe far fronte in molti modi. Una considerazione per tutte: al fine di contrastare la competitività dei Paesi emergenti, la risposta si va estendendo. Dopo la riduzione dei posti di lavoro e dopo la diffusione dei contratti atipici, ora si va affermando un orientamento ad aumentare il rapporto tra ore lavorate e retribuzione. Non manca addirittura chi si compiace di salutare questa esigenza come una clamorosa sconfitta di quanti in Europa si erano impegnati per la riduzione del lavoro a 35 ore la settimana e, dunque, come un indice di presunto rinsavimento.


            Pochi avvertono questo orientamento come una sconfitta dell’Europa incapace di trovare nella sua cultura, nella sua storia industriale, nel suo livello di conoscenze, nella sua esperienza imprenditoriale la risposta ad una concorrenza che è forte solo in quanto può avvantaggiarsi di costi proporzionati ad uno stadio di sviluppo economico molto più arretrato. Ma se la risposta sistemica a questa concorrenza si conferma, in un modo o nell’altro, nella riduzione delle condizioni di vita della maggior parte delle persone (più lavoro, minore retribuzione, più precarietà, meno welfare), come mai la gente potrà tornare a spendere serenamente? Ma se lo stesso governo annuncia per il pubblico impiego aumenti retributivi e, contemporaneamente, riduzione dei posti di lavoro!