“Commenti&Analisi” I confederali: scelta riformista o sarà declino (T.Treu)

19/10/2004

            martedì 19 ottobre 2004

            sezione: ECONOMIA ITALIANA – pag: 15
            INTERVENTO
            I confederali sono a un bivio: scelta riformista o sarà declino
            di TIZIANO TREU*
            L’ intervento di Pezzotta su questo giornale pone un problema di fondo per tutto il sindacato e dà una risposta precisa: o il sindacato sa innovare il suo ruolo all’insegna di un "riformismo partecipativo" o è condannato al declino. Concordo.

            L’esigenza di dare risposte adeguate, di tipo riformista, alle nuove realtà dell’economia e della società riguarda tutte le forze politiche e sociali; ma per il sindacato assume aspetti particolari perché le sue radici sono nella società e deve mantenere quella dialettica fra sociale e politico che è essenziale al buon funzionamento della democrazia pluralista.

            Il sindacato non può sottrarsi alla sfida delle trasformazioni concentrandosi solo nella rappresentanza della propria base storica e sul mestiere tradizionale, contrattuale e rivendicativo. Una simile reazione difenderebbe l’esistente, ma condannerebbe il sindacato a perdere influenza su una parte crescente del mondo del lavoro e su questioni decisive per la vita personale e sociale, che non si possono risolvere solo con la contrattazione tradizionale: sancirebbe appunto il declino.

            I sindacati che hanno saputo meglio dare risposte ai grandi problemi economici e sociali, ad esempio quelli dei Paesi Nord europei, hanno consolidato la loro influenza e la capacità di rappresentanza nei nuovi lavori e nei settori della nuova economia. Il sindacato italiano, compresa la Cgil, ha condiviso l’esigenza di estendere la propria azione oltre gli ambiti dello stretto contrattualismo, ma ha faticato a dare risposte autonome e riformiste ai problemi sopra indicati, per vari motivi.

            Non ha una storia unitaria come quei Paesi, né autonomia e cultura riformista consolidate. Gli sforzi del nostro sindacalismo di acquisire autonomia, di intensità diversa in Cisl, Cgil, Uil hanno dovuto lavorare in salita. Fino agli anni 90 le forze politiche e di governo hanno delegato spesso al mondo sindacale la soluzione delle questioni sociali. Ciò ha eluso ma non superato le difficoltà. Tanto è vero che i contrasti fra Cisl e Cgil in particolare dovute a diverse concezioni sindacali sono stati ricorrenti e hanno spesso impedito di trovare efficaci soluzioni riformistiche.

            Il bipolarismo di per sé non è colpevole delle impasse attuali: costringe tutti gli interlocutori, partiti e sindacati, a fare scelte più precise senza paraventi consociativi. Le sfide poste dalle trasformazioni tecnologiche e dalla competizione globale sono così acute che le risposte assumono sempre più direttamente rilevanza generale, e i governi non possono delegarli ad altri.

            Semmai c’è da ricordare che il nostro bipolarismo è imperfetto per tante ragioni. Il nostro sindacato si trova stretto fra Scilla e Cariddi: cioè fra trattare con un governo che si mostra poco affidabile e che poi non mantiene i patti, e non trattare proprio. Il compito del sindacato è di trattare a prescindere dal colore dell’interlocutore politico, come ha sempre ritenuto la Cisl, e tutti i sindacati riformisti. Ma le politiche dell’interlocutore non sono indifferenti. Tanto è vero che oggi tutti i sindacati sono fortemente contrari a queste politiche; faticano ad avere tavoli di confronto con il governo.

            In attesa che il nostro bipolarismo migliori, il sindacato italiano non può limitarsi ad aspettare. A maggior ragione deve cercare di rinnovarsi e ricercare risposte nuove alle sfide che gli stanno di fronte. Il rinnovamento delle proprie strategie e il rafforzamento della propria capacità rappresentativa sono condizioni perché il sindacato sia interlocutore valido di qualsiasi governo e efficace promotore di riforme. I temi su cui provare questo riformismo sono di grande respiro: le forme della rappresentanza sindacale e le risposte che deve dare per raggiungere i nuovi lavori; la struttura e i contenuti che deve assumere la contrattazione per intercettare le esigenze dei diversi lavoratori e le trasformazioni dell’impresa (per questo è necessario il decentramento); una riforma del welfare che lo adegui ai bisogni dei lavoratori e delle famiglie nelle varie età della vita (per questo si parla di welfare familiare e generazionale); la partecipazione nell’impresa per coinvolgere i lavoratori nelle trasformazioni del mondo produttivo; la promozione di politiche formative del lavoro e di sviluppo che aumentino le opportunità delle persone e le prospettive di crescita del sistema. Su questi obiettivi si misura il riformismo del sindacato come quello politico. Ma ciascuno li dovrà perseguire con gli strumenti suoi caratteristici, in dialettica reciproca senza invasioni di campo (Pezzotta denuncia tentazioni del genere nella Cgil). La dialettica sociale non va confusa con le pregiudiziali ideologiche. D’altra parte è necessario superare l’attuale impasse del dibattito sindacale per arrivare a sintesi unitarie. Pena appunto il declino. Una dialettica di sindacati autonomi ed unitari può portare a una concertazione utile alle riforme e allo sviluppo, che è la forma virtuosa dei rapporti fra le parti sociali e con il sistema politico.

            * Senatore della Margherita