“Commenti&Analisi” I bambini non devono lavorare (P.Fassino)

10/05/2004

          domenica 9 maggio 2004
          Minori
          I bambini non devono lavorare
          Una società che non voglia ripiegare, un Paese
          che voglia crescere devono essere giusti prima
          di tutto con i più piccoli e scegliere politiche che
          riducano lo svantaggio di ogni essere umano
          di Piero Fassino
          Le bambine e i bambini, le ragazze e i ragazzi che lavorano in Italia e nel mondo sono una cru da e ingiusta realtà e sono i primi e incolpevoli candidati all’esclusione sociale. Il lavoro minorile, anzi i lavori minorili non sono un retaggio arcaico. Al contrario costituiscono un fenomeno che attraversa tut te le pieghe della società. Le sue cause, le forme, i tempi e i luoghi non sono univoci. Il merito delle inchieste di questi anni è stato proprio quello di far uscire il lavoro minorile dal limbo dell’indefinito, dell’occulto e dell’indifferenza, collocandolo attraverso indagini sempre più precise, nel crocevia del modello sociale e dei diritti dei bambini e degli adolescenti.

            In particolare l’inchiesta Ires-Cgil, che ha preso avvio alcuni anni fa e che prosegue con continui aggiornamenti, ha evidenziato l’alternativa tra lavoro precoce, dentro e fuori le famiglie e percorsi scolastici. La stizza del governo rispetto ai dati forniti dalla Cgil e il tentativo di ridurne l’impatto contrapponendo ad essi quelli forniti da una recente indagine dell’Istat è francamente sconcertante e mostra soprattutto mancanza di rispetto e di attenzione ai bambini e ai ragazzi che lavorano. Sì perché sono comunque in entrambe le indagini centinaia di migliaia. E anche una sola bambina o un solo bambino che lavora anziché giocare e studiare dovrebbe preoccuparci.
            La sottovalutazione del lavoro minorile va di pari passo con la scelta di un modello sociale che riproduce le disuguaglianze e contrasta le politiche tese a combattere l’ereditarietà sociale dello svantaggio e delle ingiustizie.

              Prendere nella giusta considerazione le cause e gli effetti del lavoro precoce significa considerare la lotta al lavoro minorile una priorità di un moderno welfare al cui centro ci sia la persona, a partire dai più piccoli.

              I lavori minorili, lo sfruttamento legato ad essi, sono il risultato non solo della povertà materiale, ma anche di quella culturale. Il lavoro precoce non è purtroppo triste prerogativa solo dei bambini immigrati, bambini cinesi, albanesi, nordafricani, ma anche di quelli italiani, dal Sud al Nord.

              Che sia lavoro discontinuo o meno, legato alla famiglia o con datori di lavoro esterni, pericoloso o con meno rischi per la salute psicofisica, è comunque e sempre un attività che contrasta con i due cardini che connotano l’infanzia e l’adolescenza: il gioco, la possibilità di andare a scuola, di istruirsi e formarsi.

              Qualsiasi assunzione di responsabilità precoce brucia l’infanzia e qualsiasi richiesta di sottovalutazione dell’istruzione rinchiude le bambine e i bambini le ragazze ed i ragazzi in un unico destino: quello di provenienza e se sono di famiglie povere, l’esclusione della povertà si trasmette anche a loro e si perpetua di generazione in generazione. Non si può davvero dire che ai bambini piace lavorare. Che alternativa hanno di dire diversamente? Una società che non voglia ripiegare, un paese che voglia crescere devono essere giusti prima di tutto con i più piccoli e scegliere politiche che riducano lo svantaggio di ogni essere umano, a partire dai bambini. L’accrescimento del capitale umano, fondamentale per lo sviluppo del paese ha bisogno di incisive politiche di giustizia redistributiva in particolare nella direzione delle bambine e dei bambini più poveri. L’Italia è il paese col più basso numero di nidi, il 7%, e col più basso numero di laureati, 1/3 rispetto agli altri paesi europei. Sia nel primo caso, sia nel secondo moltissimi bambini, ragazzi, e giovani sono esclusi dai processi formativi e dall’istruzione. La mobilità sociale è del tutto scarsa se non inesistente. Il nostro Paese non è solo vecchio demograficamente: è statico socialmente e riproduce anno dopo anno le stesse esclusioni, le stesse disuguaglianze. E il lavoro minorile contribuisce a confinare nell’esclusione della povertà e dell’ignoranza bambini che hanno diritto a vedere rispettata la loro vita e a sviluppare la loro personalità.

              Nel mondo, secondo i dati dell’Oil del 2002, i lavoratori piccoli, tra i 5 e i 14 anni, sarebbero 211 milioni: in Africa e Medio Oriente 61 milioni, in America Latina 17 milioni e 127 milioni in Asia. Un numero enorme, con mille volti. Negli ultimissimi anni è cresciuta la consapevolezza della comunità internazionale e dal 1999 ad oggi sono 132 gli stati che hanno ratificato la Convenzione n. 182 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, contro lo sfruttamento del lavoro minorile. Tuttavia il lavoro da compiere è ancora grande. E lo è tanto più oggi. In moltissimi paesi in via di sviluppo la povertà è la fondamentale causa di lavoro minorile. Ad essa poi nei singoli paesi se ne aggiungono altre, legate alla cultura, ai rapporti sociali e all’atteggiamento verso le minoranze etniche.

              Il lavoro dei bambini e dei ragazzi rappresenta anche un modo per guardare alla globalizzazione. Lo si può assumere come un dato ineliminabile della globalizzazione oppure lo si può combattere come una delle leve per far sì che i processi di globalizzazione vengano governati secondo criteri di giustizia e di sviluppo dei paesi più poveri. È un punto delicatissimo che riguarda il futuro di questi paesi e il rapporto tra Nord e Sud del mondo. La fatica a reggere il divario può portare molte classi dirigenti di questi paesi a pensare ad una possibile competitività in una chiave di riduzione anche dei diritti dei bambini. Sarebbe una scelta drammatica. Come dice il sociologo pachistano Nazar Ali Sohall più una popolazione è povera, più ha tendenza ad avere molti figli che possano contribuire a mantenere le famiglie. Più la popolazione è povera, più è analfabeta, in quanto i bambini, costretti a lavorare, non vanno a scuola. E più una popolazione è analfabeta, più rimane nel sottosviluppo e nella povertà . In Italia, come nel mondo, l’unica scelta è l’investimento sul capitale umano. Per questo occorre innalzare l’obbligo scolastico, contrastando le scelte del governo italiano che è l’unico al mondo ad averlo abbassato anziché alzato; bisogna combattere l’abbandono scolastico con progetti di intervento e di contrasto all’esclusione sociale. Così come occorre far sì che tutti i contratti di formazione dai 15 ai 18 anni abbiano un carattere prevalentemente formativo. Le stesse politiche di cooperazione allo sviluppo e agli scambi commerciali, devono privilegiare le politiche a sostegno della formazione dei bambini e delle bambine, delle ragazze e dei ragazzi dei paesi poveri e delle nazioni in via di sviluppo.

              Domani a Firenze si apre il congresso mondiale dedicato al lavoro minorile. È la città di Anna Tocchini, una nostra compagna, insegnante instancabile contro la dispersione scolastica e fautrice insieme ad altre compagne e compagni della Cgil delle prime indagini sul lavoro precoce. Alla sua memoria dedichiamo l’Osservatorio sul lavoro minorile istituito dalla Consulta Ds per l’Infanzia e l’Adolescenza Gianni Rodari.